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Senzatetto e senza politiche di sostegno: almeno in 300.000 perderanno casa

Senzatetto e senza politiche di sostegno: almeno in 300.000 perderanno casa

C'è chi sceglie il parcheggio, chi il parco pubblico, chi il pronto soccorso. Sono gli italiani senza più casa. Scopriamo come vivono i senzatetto in Italia con Pierluigi Albetti del SUNIA Lombardia e don Moreno Locatelli della Caritas di Vigevano.

C’è chi sceglie il parcheggio, chi il parco pubblico, chi il pronto soccorso. Sono gli italiani senza più casa. La percezione di chi opera nel settore è che siano in aumento e che provengano sempre più da percorsi di vita integrati, ma che a un certo punto ne vengano a vario titolo espulsi. Non si può sapere quanti sono perché l’ultimo report italiano sugli homeless risale al 2014, e la stessa Unione europea mette l’Italia nella lista di quei Paesi che non monitorano la situazione dei senzatetto.

A settembre sia i sindacati degli inquilini che le associazioni che si occupano di povertà si aspettano un incremento di persone che perderanno la casa. Sono tutti quelli che hanno lo sfratto bloccato dal 2020, quando è iniziata la pandemia. Il SUNIA (sindacato inquilini) parla di 300.000 persone, ma anche in questo caso i dati sono ballerini, perché i tribunali non hanno aggiornato i database.

Quando si sbloccheranno gli affitti ci sarà un esercito di persone che dovrà trovare un’altra casa, in un Paese che ormai da anni ha rinunciato alle politiche di housing sociale.

Quando l’housing sociale fa rima con speculazione

Il problema della casa in Italia è sempre stato considerato relativo, dal momento che gli italiani erano considerati un popolo di proprietari di case, anche comprate con i mutui. Negli ultimi anni la situazione è cambiata.

In Italia il numero dei proprietari di casa (gravata o meno da mutuo o finanziamento) non si avvicina nemmeno lontanamente a coloro che stanno in affitto al prezzo di mercato, e in Europa siamo uno dei Paesi con meno inquilini che usufruiscono di case a prezzo ridotto o libere. Il costo medio di un affitto, e in questo la Penisola è allineata con il resto dell’Europa, è il 40% del salario medio. Peccato che i salari italiani siano tra i meno alti d’Europa.

Nelle grandi città europee, spiegano i report UE, si sta verificando un disallineamento tra gli stipendi e il valore delle case, con la sola eccezione di Milano, dove i valori delle case non crescono. In un mercato della vendita bloccato, chi ne fa le spese sono gli affittuari, che peraltro in una grande città come il capoluogo lombardo hanno pochissime reti di protezione.

«Possiamo definire l’housing sociale una vera e propria bufala», dice Pierluigi Albetti, segretario regionale del SUNIA. «Diciamo che spesso si usa anche per operazioni speculative, dove le case in teoria destinate all’housing sociale vengono affittate a prezzi di mercato. In un momento così difficile, tutto sta andando a rilento. Ci sono 100 milioni di euro giacenti da sei mesi perché l’Agenzia delle Entrate non ha attivato i bandi a favore dei proprietari, che riducono l’affitto di 2.000 euro con un ristoro di 1.000 euro, in cambio dell’impegno a non sfrattare gli inquilini. Gli sfratti sono bloccati fino a settembre o dicembre e partiranno, ma non ci sono le case popolari disponibili. L’ALER di Pavia ha un migliaio di appartamenti inagibili che saranno recuperati tra cinque anni. Il governo nel luglio 2020 ha stanziato 200 milioni di euro a sostegno degli inquilini del settore privato. In Regione Lombardia non sono ancora stati distribuiti; stanno facendo i bandi con i fondi residui del 2018. In Lombardia sono stati stanziati 20 milioni per gli studenti fuori sede, ma non ci sono ancora i bandi».

Le politiche per chi non ha casa nei Paesi europei. E l’Italia?

Stando ai dati UE, tra i Paesi europei l’Italia è una di quelli che non hanno adottato politiche per il sostegno a chi non ha casa.

La Finlandia attraverso programmi di reinserimento, in un quinquennio ha ridotto del 25% il numero dei senzatetto. In Germania si incoraggia la creazione di cooperative di inquilini e lo Stato disciplina gli affitti bloccati (misura consigliata dall’UE stessa per i Paesi che non hanno problemi di debito). Nella maggior parte dei Paesi le politiche abitative sono gestite da associazioni locali no profit, nel cui board ci sono residenti del luogo, sotto lo stretto controllo dello Stato. In Polonia addirittura le associazioni di sostegno alle persone con difficoltà abitative operano in modo da promuovere la tutela dell’ambiente.

Secondo l’UE i Paesi che hanno dei modelli di politica sulla casa replicabili e degni di essere presi in considerazione, però, sono pochi. Da altre parti si è ancora in alto mare, e nei prossimi mesi soprattutto gli Stati con il debito più alto si troveranno ad affrontare anche l’emergenza casa.

In Italia, pur non essendoci dati ufficiali, l’impressione degli operatori del settore – soprattutto le Caritas diocesane – indicano il Nord e in particolare la Lombardia come il centro del problema abitativo. Negli ultimi anni si è verificato un cambio radicale dell’identità di chi ha problemi a trovare casa.

Chi sono i senzatetto e come vengono accolti nei dormitori?

La mappatura sociale dei frequentatori dei dormitori, gestiti in Lombardia dalle diocesi tramite le Caritas, è completamente cambiata.

Negli ex centri industriali del Nord oggi il frequentatore del dormitorio è un cittadino che fino a pochi anni fa era integrato nella società e con un lavoro. Negli ultimi anni il combinato disposto perdita di lavoro-separazione, specie per gli uomini, è stato la causa principale che ha portato molti a dormire in auto oppure a ricorrere ai dormitori Caritas, nei quali si può stare fino a un massimo di tre mesi.

«Ad oggi – spiega don Moreno Locatelli della Caritas di Vigevano – tra chi frequenta i nostri dormitori c’è ancora qualche qualche borderline, ma la maggior parte delle persone erano un tempo integrate in società. Oggi i dormitori si suddividono in tre tipi di accoglienza. Una di bassa soglia con ospitalità minime. In pratica è un posto dove dormire, che mette a disposizione un buono mensa, la possibilità di fare colazione e di lavarsi. Di solito è un aiuto per chi ha situazioni fragili, dovute magari a problematiche famigliari. Può essere un genitore separato con due figli, che ha un contratto part time ed è immigrato. Sono le persone che hanno sentito di più la pandemia. Poi ci sono i giovani che hanno qualche problema, che magari in un tessuto sociale normale, e non quello di ora, avrebbero trovato il loro spazio». Questa è la punta dell’iceberg di chi ricorre a questo tipo di accoglienza.

«Nella seconda accoglienza – continua don Moreno – ci sono figure di persone che appartengono a progetti di accoglienza più lunghi, magari con problemi di salute e problemi famigliari. Questi vivono il dormitorio come quasi una casa, rientrano alle 5, stanno dentro il sabato e alla domenica, si fanno da mangiare e hanno un’autonomia controllata.»

«C’è poi la terza accoglienza, che si fa addirittura in appartamento ed è riservata a chi ha svolto un percorso che gli ha permesso di trovare un lavoro o una semi-autonomia, imparando a convivere, a stare insieme e a dividersi i compiti. Diversamente a dieci anni fa, quando la maggioranza dei casi erano di questo tipo, oggi una buona parte di questi ha bisogno di accompagnamento umano. Sono persone che non hanno né casa né famiglia, perché l’hanno persa».

Davanti a queste situazioni di difficoltà emergono anche i limiti dell’assistenza pubblica. «Regione Lombardia – continua don Moreno Locatelli – è la Regione con il più alto numero di case sfitte. L’housing sociale nella logica italiana è quello dell’occupazione abusiva, che è l’altra piaga di questo settore. Spesso chi ha un affitto alto o attraversa un momento di difficoltà preferisce occupare una delle case popolari sfitte, togliendola di fatto a tutti gli effetti dal circuito che potrebbe portare a un affidamento più equo. Mancano politiche che portino i proprietari di casa ad affittare, magari con prezzi calmierati, con il pubblico che copre il divario con il prezzo di mercato. I proprietari di casa in molti casi preferiscono tenerle sfitte».

Photo credits: ilquotidianodellazio.it