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Spettacoli, ripartenza immobile: 1 tecnico su 5 ha cambiato mestiere

Spettacoli, ripartenza immobile: 1 tecnico su 5 ha cambiato mestiere

I professionisti dello spettacolo sono ancora costretti a barcamenarsi tra lavori alternativi e indennità non riconosciute. L'esperienza di Jacopo Bottani, Silvia Command, Aldo Mella, Caterina Genta e Cettina Sciacca.

Sono attori, registi, musicisti, tecnici, scenografi, fonici e chi più ne ha più ne metta, perché il mondo degli spettacoli è molto più vasto di quanto si possa immaginare. Mette insieme tante competenze, studi ed esperienze. Tutto quello che due anni di pandemia e le relative chiusure hanno quasi cancellato, o comunque molto ridotto. E, anche se con la diffusione dei vaccini e la sospensione del Green Pass dal 1 maggio si cerca di recuperare la programmazione del 2020 e 2021 e si cominciano a organizzare gli eventi estivi, il settore non se la passa bene, come evidenzia una recente ricerca di Fondazione Centro Studi di Verona sull’impatto del COVID-19.

Dallo studio emerge un dato tra tutti: un quinto dei tecnici degli spettacoli non sta più lavorando. E ancora più in dettaglio: il 10,3% non lavora ma comunque cerca opportunità per farlo, mentre l’11,4% ha deciso di dire addio per sempre al mondo degli spettacoli. A fare una scelta simile in particolare chi è impiegato nei settori produzione, allestimenti e scenografie, negli eventi live e teatrali che in questo biennio hanno proceduto a singhiozzo, tra chiusure, capienze limitate e accessi consentiti solo con il super Green pass. Colpiti più degli altri le donne e chi è nella fascia 30-50 anni.

Una situazione che riguarda tutto il comparto, che dal 2019 al 2020, secondo l’Osservatorio INPS, ha conosciuto una perdita di ben 8 miliardi di euro e del 21,7% dei lavoratori.

Ma dietro ai numeri c’è di più: ci sono persone che fanno altri lavori, direttori artistici che anticipano soldi per ristrutturare il teatro, musicisti e performer che non si esibiscono dall’autunno scorso. E ancora: giornate di prove non pagate e riforme di settore ferme mentre ci si riempie la bocca con parole come “ripresa” e “ripartenza”.

Proviamo a tratteggiare questo mondo con le parole di Jacopo Bottani, attore professionista, Silvia Command, presidente dell’associazione Bauli in Piazza, Aldo Mella, musicista, Caterina Genta, danzatrice e performer, e Cettina Sciacca, direttrice artistica del Teatro Val d’Agrò.

Come vive un attore professionista: prove non pagate, lavori alternativi e fundraising

Quando un attore può dirsi professionista? Di fatto non c’è un percorso prestabilito, né tantomeno un albo. Eppure Jacopo Bottani, nonostante la giovane età – va per i 31 – lo è. Tra gli studi all’Accademia Nico Pepe a Udine, le attività legate al teatro sociale e la creazione di due compagnie indipendenti, PanDomu Teatro e Collettivo l’Amalgama, di esperienza ne ha da vendere.

Nonostante il suo cv, è ancora precario e la gestione dei teatri in pandemia non l’ha di certo aiutato. Anzi: “Ha sicuramente fatto cadere i veli su una realtà che esisteva già e che vede questo lavoro fortemente instabile e appoggiato a puntelli diversi. Sono pochi gli artisti che hanno la fortuna di potersi sostenere con i proventi degli spettacoli. A questo aggiungiamo il fatto che per due anni sono saltati eventi e che adesso stiamo recuperando le repliche del 2020”.

Jacopo, che vive a Milano, per mantenersi ha dovuto barcamenarsi con altre attività: “Ho lavorato sia per una cooperativa multiservizi che per una università privata, dove mi occupavo della gestione COVID-19: dovevo misurare la temperatura agli ingressi. Inoltre ho portato avanti dei laboratori online e lavorato nelle scuole, sia per il pre e post scuola che come docente”.

Certo, in questi anni ci sono stati i sussidi, come il decreto Ristori che ha previsto l’indennità COVID-19 per i lavoratori dello spettacolo a chi aveva almeno trenta contributi giornalieri dal 1 gennaio 2019 al 23 marzo 2021 (con reddito superiore a 75.000 euro) purché non titolari di contratto indeterminato, oppure a chi avesse almeno sette giornate e con un reddito fino a 35.000 euro. Ci sono stati poi i fondi FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) ed extra FUS.

“All’inizio i Ristori erano garantiti solo a chi aveva trenta giornate, poi per fortuna la platea è stata ampliata anche a chi ne aveva sette. Queste giornate possono sembrare poche per chi non è in questo mondo, ma arrivare a farle è invece un miracolo. Inoltre perché i contributi vengano riconosciuti bisogna avere un ente alle spalle che sia in possesso del cosiddetto certificato di agibilità.”

Aggiunge l’attore: “C’è tanto lavoro non riconosciuto, spesso dovuto alla mancanza di mezzi e di tempi adeguati per le produzioni. Uno spettacolo per nascere e crescere può impiegare più di ventuno giorni di produzione, ed è difficile che una compagnia o una cooperativa abbiano i soldi per pagarli tutti. Se in un mese di prove arrivi a sette giorni retribuiti è già tanto. Nel caso poi delle compagnie indipendenti, per un nuovo spettacolo abbiamo tutto il lavoro di fundraising (per cui dobbiamo trovare i partner, le date eccetera) che di fatto non è retribuito”.

Per quel che riguarda le modalità di lavoro, molti attori sono liberi professionisti con partita IVA o lavorano con contratti a chiamata. Quasi mai, ci spiega Jacopo, è il teatro ad assumere, “perché di fatto non hanno questa forza. Può succedere solo quando si tratta di un teatro che è produttore”. E le stesse compagnie sono sempre meno: “È un mondo molto frammentato”.

Un’altra tipologia di contratto è la scrittura, formula che si divide in continuata e a tempo parziale. Esiste anche una terza modalità: la scrittura con base mensile, che aiuterebbe ad avere una sorta di stipendio e andrebbe nella direzione di un lavoro più regolare. Di fatto, però, questa formula prevista dal CCNL del 2018, scaduto nel 2021 e non ancora rinnovato, è scarsamente utilizzata.

L’indennità di discontinuità avrebbe salvato il settore, ma i soldi non ci sono: “Ripartiamo senza riforma”

Tra contratti e scritture prevale una “selva di inquadramenti con una grossa casistica di rapporti contrattuali”.

A parlare è Silvia Command, presidente dell’associazione di promozione sociale Bauli in Piazza, nata nell’agosto del 2020 e che, dopo la manifestazione dell’ottobre dello stesso anno in piazza Duomo con cinquecento bauli neri utilizzati di solito per trasportare le attrezzature sceniche, continua a tenere i riflettori accesi su questo mondo con varie iniziative.

“La pandemia ha toccato il nostro settore perché i tempi di programmazione sono piuttosto lunghi. Questo modo di procedere a singhiozzo ci ha portato nelle due estati passate a organizzare concerti con massimo mille persone ed eventi molto piccoli, tutte cose che hanno permesso solo al 10% di persone di andare avanti”. Tutti gli altri, tra cui i tecnici, hanno cercato di sfruttare al massimo le loro competenze in altri settori, “come il mondo dei servizi informatici e dell’edilizia”.

Non tutto il male viene per nuocere perché, come ci racconta Silvia, un mondo che era disgregato ha cominciato a prendere coscienza delle sue difficoltà: oltre alla contrattazione sindacale si sono “costituite molte sigle che prima non c’erano”.

Nonostante ciò la situazione è in stand-by: “Abbiamo chiesto al ministero un tavolo di confronto per mettere in piedi una riforma del settore. Un tavolo che si è riunito tra il 2020 e 2021 e che poi è rimasto fermo. Sono partite delle riforme oggi riunite in una legge delega, e da Roberto Rampi e Nunzia Catalfo è arrivata la proposta dell’indennità di discontinuità, che non è andata avanti perché non c’è la copertura finanziaria per farla”.

Un’indennità di questo tipo aiuterebbe a riconoscere un tempo di inattività come preparatorio e fondamentale per chi svolge professioni creative. “Il lavoro culturale viene considerato alla stregua di divertimento, come qualcosa che ognuno può fare, e invece richiede delle competenze che vanno riconosciute”, chiosa Silvia.

“Quello che non possiamo tollerare è che stiamo ripartendo senza una vera e propria riforma del settore e ci ritroviamo punto e daccapo, con una macchina rimasta ferma e molti professionisti che se ne sono andati. Un mese fa siamo stati auditi dalla Commissione sicurezza in Senato e si è parlato di questo tema che per noi è importante, ma ci sembra impossibile andare verso questa direzione se ancora non siamo visti e inquadrati dal Governo”.

Aldo Mella, Caterina Genta: “Non abbiamo più lavorato a causa del Green pass”

Un altro nodo è stato il Green pass, che ha tenuto lontani dalle scene anche artisti di grande esperienza come Aldo Mella e Caterina Genta, con un pensiero “diverso”. Il primo è un bassista/contrabbassista che fa questo mestiere da quarant’anni e vanta tra le sue collaborazioni Rossana Casale, Fabio Concato e Franco D’Andrea, solo per dire alcuni nomi. All’età di 62 anni e con un curriculum d’eccezione, si è trovato con un pugno di mosche.

Il Green Pass non mi ha affatto aiutato: mi sono subito schierato contro perché non ero d’accordo con questa limitazione. Come si fa a portare in scena Brecht e a chiedere un lasciapassare? Gli ultimi concerti li ho fatti nell’estate del 2020, avrei poi dovuto suonare a un festival jazz, ma ho rinunciato per via del Green pass. Quello che non tollero è non solo che lo chiedessero a me, ma soprattutto al pubblico. Come facevo con la musica a portare un messaggio di pace e libertà in quel contesto?”

Green pass che tra l’altro ad Aldo è stato chiesto ancor prima che fosse necessario negli spazi chiusi. “Avrei dovuto suonare con un mio collega, e prima del concerto l’ho chiamato chiedendogli se dovevo averlo. Il suo silenzio è stato interrotto da una domanda ‘Non sarai mica un no vax?’. Quella è stata per me l’ultima occasione. Non sono più neanche andato a propormi in giro, anche perché molti dei musicisti che lavoravano con me sono letteralmente spariti. Devo dire che sono molto deluso”.

Lo stesso stato d’animo attanaglia Caterina Genta, performer, autrice, interprete di spettacoli multimediali e dal vivo, oltre che parte del duo Electro Indao insieme a Luigi Parravicini.

“Nel mondo del teatro il risultato negativo di un tampone lo chiedevano ancor prima del Green pass: a me è successo nel giugno del 2020, così come in generale era richiesto anche per le prove. Il fatto di rifiutarmi non mi ha aiutato: purtroppo se vuoi stare dentro un sistema ti devi adeguare. Andare in un posto, poi, dove le persone sono obbligate a mostrare un QR Code mi faceva tristezza e così il mio ultimo spettacolo è stato il 31 ottobre dello scorso anno. In questi mesi mi sono stati d’aiuto i sussidi e i risparmi che avevo messo da parte, e confesso che tutto ciò mi ha demotivata e fatto pensare di abbandonare tutto”.

Per una persona eclettica come lei, con esperienze a New York, in Germania e la commistione dei linguaggi che caratterizza il suo modo di essere artista, è sicuramente un’amara verità. E in più c’è il sentirsi diversa e poco compresa: “Ora che è tutto riaperto, se non lavoro, viene vista come una scelta mia della quale devo accettare le conseguenze. Mi piacerebbe riprendere, ma in modo diverso da prima: c’era qualcosa di storto, di marcio che andrebbe superato”.

La difficile sopravvivenza dei piccoli teatri

Non solo chi lavora nel mondo degli spettacoli vive grandi difficoltà, ma anche chi i teatri li gestisce, spesso facendo leva soprattutto sulle proprie forze.

È il caso di Cettina Sciacca, direttrice artistica del Teatro Val d’Agrò a Santa Teresa di Riva, in quella provincia di Messina dove di teatri ne sono rimasti davvero pochi. Quello che dirige, in modo del tutto volontario come chi collabora con lei, è un piccolo fiore all’occhiello: nato negli anni Novanta, è rimasto chiuso per dieci anni finché l’Associazione Culturale Sikilia, di cui la Sciacca è presidente, non l’ha ottenuto come posto in cui provare.

“Quando ci hanno dato il teatro in gestione era in condizioni pietose. Lo abbiamo rimesso a nuovo da soli e con grande fatica; dopodiché abbiamo cominciato a fare gli spettacoli. Ogni cosa che guadagnavamo la mettevamo per migliorare il teatro finché il COVID-19 non ci ha ucciso. Abbiamo riaperto nel gennaio 2022 e impiegato i mesi di chiusura per ristrutturare, portando avanti in zona gialla e arancione i laboratori con bambini e adulti. Tra contributi concessi dalla Regione di cui ci manca l’ultima parte e contributi personali – ho chiesto un prestito personale di 20.000 euro – siamo riusciti a riaprire a dicembre”.

Ma il pubblico non risponde come prima. “Riempivamo tutti i posti, adesso il sabato arriviamo a meno del 50% della capienza, la domenica all’80%. Le persone in alcuni casi si sono assuefatte a stare in casa, con lo streaming TV; in altri casi non hanno soldi da spendere o hanno paura. Noi muoviamo un’economia, anche se non siamo come l’edilizia: chi va a teatro va al ristorante subito dopo, si compra dei vestiti, esce. Abbiamo lasciato il biglietto d’ingresso a 18 euro anziché 20, come hanno fatto altri, e lo abbiamo fatto solo per rispetto degli spettatori”.

Peccato che però non tutti siano ancora della stessa idea, e che la riforma tanto agognata sia in stand-by.

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