Zona Franca

Un professionista del giornalismo durante un'intervista

Ti intervisto se mi paghi

Il giornalismo è cambiato, con il digitale. Più di quanto vi aspettereste, e non in un modo di cui andare fieri. Leggere per credere.

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Io credo che un giornalista debba fare tre cose: uscire di casa, fare domande, scrivere. A dire il vero non so se questo sia scritto sui manuali del buon giornalista o lo insegnino al Supercorso per prendere il tesserino dell’Ordine. Non ho mai partecipato.

Però mia mamma mi racconta sempre che da piccolo, ogni volta che vedevo un aereo nel cielo, lo indicavo col ditino urlando: papà! Mio papà era inviato all’Europeo e quindi mi è rimasta quell’idea lì. Se devi scrivere un articolo, devi uscire di casa. Perlomeno. Devi girare, trovare le storie, scavare. Devi sentire gli odori, i sapori. Devi conoscere, incontrare, guardare. Col naso all’insù.

Del resto lo dice pure Indiana Jones: “Se vuoi diventare un bravo archeologo, devi uscire da questa biblioteca!”.

 

Il giornalismo pantofole e copia incolla

I giornalisti non escono più di casa. Un po’ perché le informazioni e le storie si trovano ovunque, online. E raggiungerle è facilissimo, online. E un po’ perché non ci sono più soldi.

Chiaramente non parlo delle grandi firme, i grandi anchormen, i vecchi saggi super tutelati e, a volte, sovra pagati, ma di tutta quella pletora di fascia media, immensa, che vorrebbe fare, ma non può. Che crede di poter fare, sogna, ma non può. Che il digitale prima ha illuso di poter partecipare a questo grande gioco dell’opinione giornalistica, e poi umiliato, deprezzandolo. Se ti pagano 10 euro a pezzo dove vuoi andare? Non puoi permetterti nemmeno il regionale per Vimercate. Lo capisco. Ma se non esci di casa, di cosa scrivi?

Io, nel mio piccolo, lavoro per un magazine di urban culture (e quando dico lavoro intendo terzo/quarto lavoro…), e ogni volta che ho voluto scrivere di qualcuno, sono andato a incontrare qualcuno. Chiedere a Mondo Marcio, Shade, Vegas Jones, Ernia, Grido, la Dark Polo Gang, Takagi & Ketra… costi quel che costi. I colori, gli occhi. Son cose che non trovi online. E rischi di pubblicare la copia della copia di un comunicato stampa scadente che ti ha spedito un giornalista fallito.

Caro giornalista, se non ti pagano per scrivere allora il tuo non è un lavoro, ma un hobby.

 

Il fenomeno delle autointerviste

Ma, sempre nel mio piccolissimo, mi è capitato di essere anche dall’altra parte del fronte. Ossia di essere quello intervistato. Ed è qui che ho scoperto le cose più assurde, avvilenti. Squalificanti, di questa professione oggi.

Perché cosa fa uno che non può uscire di casa per venirti a intervistare? Semplice, ti manda le domande. Beh, almeno fa domande, mi dirai. Sì, però le risposte le scrivi tu. Col tuo lessico, il tuo ritmo, il tuo gusto. E, soprattutto, il tuo tempo. Che nessuno ti paga. Cioè non solo non esci di casa, ma neppure scrivi ora? Bello il tuo articolo, ma l’ho scritto io.

Questa è ormai una prassi comune, consolidata. Chiaro, non succede a Vasco o al Boss della Apple. Ma chiunque veleggi in uno stato di notorietà medio o abbia un prodotto di interesse medio sicuramente è stato vittima di questo processo: giornalista che ti chiama entusiasta del tuo lavoro, ti chiede un’intervista e poi ti costringe a rispondere alle domande per iscritto via mail. Easy game. Poi a volte si permette pure di colorare il pezzo con note personali su di te e sul tuo carattere. Non ti ha mai visto di persona, ma chissà. Potenza delle foto col cane su Instagram.

Caro giornalista, se non scrivi quello che scrivi allora il tuo non è un lavoro, ma un hobby. E anche poco divertente. Ma fidati, non hai ancora toccato il fondo della tua professione.

 

“Intervistato, abbònati al nostro giornale!”

In occasione dell’uscita di Jobber, il mio ultimo libro, mi è successa una cosa incredibile. Veramente incredibile, penserai me la sia inventata.

Mi chiama un giornalista giubilante, dicendosi “rapito dalla bellezza della mia opera che apostrofa con i migliori aggettivi letti sullo Zingarelli e mi chiede un’intervista per il suo bimestrale cartaceo. Accetto volentieri, ovviamente. E mi appresto a sottostare al solito can can. Che infatti puntuale arriva: ti mando le domande, mi scrivi le risposte, mi raccomando le battute, mi raccomando i tempi, mi raccomando le scadenze, mandami anche una foto in HD.

Scrivo, mando. Mi rimanda il pezzo editato. Sembra fico. Aspetto la pubblicazione, per pavoneggiarmi coi miei amici: “Oh, hai visto, mi hanno intervistato! Chi mi ha intervistato? Mah, un giornalistone di stirpe. Ah, come mi ha capito lui…”.

Passano i giorni, nulla. Ma è un bimestrale, dico. Ci vuole tempo.

Arriva una mail con in allegato il pezzo impaginato. Molto bello, davvero.

“Ti piace? Abbonati al nostro Magazine allora.”

Non ho mai risposto, non mi sono mai abbonato, il pezzo non è mai uscito.

Caro editore, se non paghi i giornalisti non stai facendo giornalismo, ma stai facendo altro. Caro giornalista, se non esci, non fai domande, non scrivi, non stai facendo il giornalista, ma stai facendo altro. Caro bimestrale, se devo pagare per il mio ego allora vado a puttane.

Che è la fine che farà il tuo giornale.

 

Education advisor a 360° con 10+ anni di esperienza tra PMI, Società di consulenza strategica e Università. Founder di Flowbox, realtà che offre consulenza in ambito Education, Talent e HR ad Aziende, Istituzioni e Professionisti. Ideatore di The Poker Model, innovativo metodo che mostra a Manager e Professionisti nuovi strumenti per migliorare i Processi Decisionali di Business in un divertente mix di competenze complesse, quantitative e attitudinali. Dottore di ricerca in Statistica (Università degli Studi di Milano Bicocca). Giornalista e Autore di “Non è un Paese per bamboccioni” (CairoEditore, 2010), “Università e Puttane” (Priuli & Verlucca, 2017), Jobber (EducationFlow, 2019) e di numerosi manuali di Metodi Quantitativi per il Business, l’Economia, il Marketing e la Finanza. [ Guarda tutti gli articoli ]

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