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Torino non esiste, Milano è alla rovescia

Torino non esiste, Milano è alla rovescia

"La grande fabbrica non è più il baricentro. Le città del Nord hanno perso la loro identità": il politologo Marco Revelli racconta a SenzaFiltro i mutamenti sociopolitici di città come Torino a partire dai passi falsi di partiti e movimenti.

Bruno Perini

17 Settembre 2021

Il titolo di questa conversazione con Marco Revelli, politologo che più di altri guarda con occhi critici alle trasformazioni del territorio e ai conseguenti mutamenti della politica di destra e di sinistra, potrebbe essere quello di un suo libro: Le derive politiche del post fordismo, in cui si apre una riflessione su ciò che è accaduto nelle politiche delle grandi metropoli dopo i traumatici processi di deindustrializzazione e la scomparsa della grande fabbrica come polo di gravità permanente dell’intero sistema produttivo italiano. Revelli è assai contento di tornare con SenzaFiltro su questi temi, già analizzati con lui nel reportage Le paure del Nord.

Questa volta però invito il professor Revelli a parlare anche di politica, perché sono convinto che le grandi trasformazioni produttive e lo stesso “declino del Nord” abbiano molto a che fare con quanto è accaduto negli ultimi anni nella politica italiana, col mutamento dei partiti di sinistra e con le frontiere della nuova destra, a partire dalla Lega di Matteo Salvini.

Prendiamo ad esempio quello che è accaduto a Milano. Intere aree dell’hinterland milanese, fino a vent’anni fa egemonizzate dal partito comunista, ora sono in mano alla Lega, che domina in alcune province chiave che circondano il capoluogo lombardo. Alla sinistra, e in particolare al Partito Democratico, è rimasta la città, la roccaforte del centro storico, con una paradossale inversione di ruoli. Una sorta di dualismo politico che vede la Lega ben radicata nei territori dove prima c’era la sinistra, mentre il Partito Democratico, abbandonato il territorio, rappresenta ormai la borghesia milanese, progressista ma assai elitaria.

Secondo lei che cosa è accaduto? Questo modello dualistico milanese si può trasferire ad altre metropoli? Che cosa ha a che fare tutto ciò con l’insorgenza del sovranismo da un lato e con la nascita del Movimento 5 Stelle dall’altro?

Io conosco bene la deriva politica torinese, di cui parleremo, che può essere un modello di riflessione per capire che cosa è accaduto in questi anni. Credo che il paradigma torinese sia diverso da quello milanese. Voi almeno avete una città che ha subìto processi di trasformazione interessanti anche dal punto di vista architettonico; a noi è restato il vuoto. Ma prima di addentrarci nei meandri delle due metropoli del Nord Italia vorrei dire che i mutamenti avvenuti in queste due città hanno una chiave di lettura in comune: un modello globale e universale che è mutato. È finito un ciclo, si sono radicalmente spostati i baricentri. Non si tratta soltanto di Milano e Torino, ma di Detroit, Parigi, Londra, dove la grande fabbrica – il fordismo – non è più il baricentro del sistema produttivo. E le dirò di più, io credo che questa sia la sconfitta epocale e sociale del Novecento e delle formazioni politiche di sinistra.

Torniamo a Torino. Quanto queste derive hanno travolto o determinato la politica, quanto hanno contribuito alla nascita del sovranismo? Mi pare tra l’altro che, a differenza di Milano, un ruolo chiave lo abbia avuto il Movimento 5 Stelle.

Sì, è proprio così, ma mi consenta di partire dalla fine. La Torino di oggi è una città che non c’è più. È presente sui radar, ma non si sa che cosa sia. È una città senz’anima. Lei mi raccontava di Milano. Quel dualismo destra-sinistra di cui mi parlava è evidente; ci sono comunque due forze politiche che occupano un territorio, anche se sono d’accordo con lei che si tratta di un’inversione di ruoli paradossale. Mi par di capire che la sinistra milanese è ormai circondata dalla Lega, che occupa i territori una volta occupati dalla sinistra. È un processo interessante che andrebbe studiato con attenzione. Da noi è parzialmente diverso. Direi che la politica a Torino è forse al punto zero. Quattro anni fa c’è stato un soprassalto che faceva ben sperare, con la vittoria del Movimento 5 Stelle. Anche da noi è avvenuto un fenomeno simile a quello che ha investito Milano: Piero Fassino e il centrosinistra sono stati sconfitti e si sono arroccati nelle zone a traffico limitato, dove c’era la borghesia più opulenta, mentre i vincitori, il M5S, sono riusciti a vincere nelle periferie e anche nelle zone più popolari, un tempo occupate dalla sinistra. I progressisti salutarono questa vittoria come una ventata d’aria nuova, un sistema immunitario capace di reagire alla crisi della città. Non è che la Lega non ci fosse, ma da noi ha prevalso la novità del M5S.

Mi sembra di capire che la festa sia già finita. È così?

Già, la festa è finita subito ed è subentrata una grande delusione. E lo sa perché? Torniamo al territorio. Nelle zone in cui ha vinto, il movimento fondato da Beppe Grillo non c’era; si è capito subito che quello era ed è un movimento di opinione. Un’opinione radicale, ma pur sempre un’opinione.

E i partiti di sinistra? Il partito fondato da Gramsci e in qualche modo rifondato da Palmiro Togliatti, alla fine della Seconda guerra mondiale, come partito di massa?

Mette il dito nella piaga. Io credo che il PD torinese sia il più ottuso d’Italia. È da mesi che discutono per trovare un candidato alle prossime elezioni, ma non gli viene certo in mente di tornare nei territori perduti. E io mi chiedo: com’è possibile che la città di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, la città dove è nata la sinistra, abbia subito questa deriva drammatica?

Lei ce l’ha una risposta? A me pare che a Milano, come a Torino, abbiamo distrutto il partito di massa e abbandonato definitivamente i territori. Tanto tempo fa in ogni quartiere popolare, in ogni fabbrica, c’era una sezione del PCI. Oggi quel tessuto sociale e territoriale non esiste più. I giovani sono da altre parti.

Aggiungo che la struttura del partito comunista era anche gramsciana: era un partito fortemente radicato nei luoghi di produzione, il baricentro era la fabbrica, la Fiat occupava 130.000 dipendenti. A Torino una volta l’istituzione più importante era la Camera del Lavoro. La crisi di questo modello si consuma tra la fine degli anni Settanta e il 2011. L’ultimo soprassalto avviene quando Marchionne propone in fabbrica un nuovo ordine. Al referendum Piero Fassino dichiara che se lui fosse stato un operaio Fiat avrebbe votato a favore, in sintonia con Marchionne. Quella è la fine per la sinistra. È la fine del fordismo, con i noti processi di delocalizzazione del lavoro, cassa integrazione ed espulsione di circa 23.000 dipendenti Fiat. Diciamo che a Torino avviene un fenomeno singolare: a fronte di un cratere sociale creato da questi fenomeni strutturali di cui abbiamo parlato, il ceto di sinistra, e in particolare il PD, si salda con il management Fiat e la banca San Paolo, creando una specie di comitato d’affari che non ha più nulla a che fare con i ceti popolari. È anche per questo motivo che il M5S è riuscito a vincere le elezioni. Dopo la delusione del M5S Torino è tornata a essere una città invisibile, e non è detto che a questo punto forze sovraniste come la Lega o Fratelli d’Italia non possano attecchire.

A suo parere è possibile che questa deriva politica si riproduca anche nel Sud Italia?

Sarebbe un quesito da analizzare in profondità, ma la mia risposta è no. Io credo che città come Napoli o anche Palermo, pur con i loro traumi antichi dovuti alla presenza delle mafie e dell’arretratezza sociale, non abbiano avuto questi problemi. La ragione è abbastanza semplice: queste città non hanno perso la loro identità come le città del Nord, non hanno avuto le voragini di quelle metropoli, e dunque la stessa politica non ha subito quelle trasformazioni radicali che hanno mutato il volto del Nord Italia.

Photo by David Salamanca on Unsplash