NASpI per chi si dimette a causa di violenza, anche fuori dal contesto lavorativo

L’INPS, dopo aver chiesto il parere del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, chiarisce che l’indennità di disoccupazione può spettare anche quando la violenza avviene fuori dal luogo di lavoro o non riguarda il datore di lavoro 

10.08.2026
Una donna manifesta contro la violenza dentro e fuori dal lavoro

Dimettersi perché si è vittime di violenza e di atti persecutori e perché, soprattutto, non si hanno più le forze per continuare a lavorare. Dimissioni che non hanno il sapore di una libera decisione o di un nuovo inizio, ma sono spesso una legittima forma di autodifesa.

Chi si trova in una situazione simile può avere diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione NASpI, anche quando la violenza avviene fuori dal luogo di lavoro o è commessa da una persona estranea all’ambiente professionale

A chiarirlo è l’INPS con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026: l’Istituto di Previdenza si è rivolto al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dopo avere esaminato alcune richieste di indennità di disoccupazione presentate da lavoratrici costrette a lasciare il proprio impiego per tutelare la propria incolumità. 

Sostenere chi perde il lavoro incolpevolmente

Secondo il ministero, la tutela contro la disoccupazione deve proteggere chi perde il lavoro in modo incolpevole, e non può riguardare solo fatti avvenuti dentro l’azienda o riconducibili al datore di lavoro. Anche la violenza commessa da una persona estranea all’ambiente professionale può rendere impossibile continuare il rapporto. Nel formulare il proprio parere, il ministero ha richiamato anche la Raccomandazione del Consiglio d’Europa per la protezione delle vittime.

Un riconoscimento importante, che segna un ulteriore passo nel sostegno a chi è vittima di violenza di genere o di atti persecutori, e si trova anche per questo in una condizione di forte instabilità economica. Basti pensare che, solo nel 2025, secondo l’Indagine sulla sicurezza delle donne a cura dell’ISTAT, sono state 6.400.000 (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età).

Priorità e riservatezza garantite a chi presenta domanda e può dimostrare quanto subito

La violenza quindi non deve per forza avvenire sul luogo di lavoro, né essere riconducibile al datore. Conta, piuttosto, l’impatto concreto sulla possibilità di continuare a lavorare: una violenza può compromettere l’equilibrio psicofisico al punto da impedire di svolgere la propria attività, oppure incidere sulle abitudini legate al lavoro, come accade quando molestie o minacce rendono pericoloso il tragitto per raggiungere l’ufficio. 

Perché venga riconosciuta l’indennità, è comunque necessario che le situazioni dichiarate siano chiare, oggettive e documentate, e chi presenta domanda deve essere in grado di dimostrare che la violenza ha compromesso il suo equilibrio psicofisico, oppure ha inciso nel concreto sulla possibilità di lavorare. 

“Le sedi dell’INPS su tutto il territorio nazionale” precisa l’Istituto in una nota, “sono impegnate a gestire le relative pratiche garantendo corsie prioritarie e la massima riservatezza, confermando l’impegno dell’Istituto a coniugare il corretto rispetto delle norme con l’attenzione umana necessaria a salvaguardare la vita di tutti i cittadini”.

 

 

 

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Photo credits: clap-info.net   

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