Proprio per fugare dubbi su ciò che fa un educatore, e chi sono i suoi pazienti, serve dare un nome alle cose. Marta ha lavorato in una comunità per adolescenti con le problematiche più disparate, fino ad atti pesanti di autolesionismo. «Togliere il sangue dal corpo di un adolescente che non si vuole bene, e si taglia, è l’eredità più forte che mi porto addosso. Lì non c’è nient’altro che relazione intensa, e il mio obiettivo, da professionista, era tirare fuori quello che c’era nei ragazzi, ma anche proteggerlo. Il ricorso a farmaci specifici, sotto prescrizione attenta di psichiatri o neuropsichiatri, ha il suo peso, e in molti casi è vitale, ma non può essere il sostituto di una relazione; il farmaco ha un altro scopo, riabilita sul piano fisico e mentale, ma non relazionale, non di vita in mezzo agli altri».
Toccare le ferite dell’altro. Marta insiste, usando espressioni che ridanno speranza al desiderio di cura che vorremo gridare in faccia a ogni medico quando gli mettiamo davanti il nostro corpo coi suoi disturbi grandi o piccoli, banali o irrimediabili, e lui ci fa muro, nemmeno ci guarda. «In comunità, quando i ragazzi avevano le crisi acute, gridavano dammi il farmaco, dammi il farmaco, ma la crisi non era mai effettiva, è sempre pretestuale: il farmaco è visto da loro come un ciuccio, le gocce o le compresse sono vissute alla lunga come un bisogno, e tutto risponde a quel bisogno, perdono il contatto con se stessi perché tanto gli sembra ci sia ogni colta una cura apparente per venirne fuori. In realtà effimera, e tornano punto e a capo. Lavoriamo sempre a stretto contatto con figure psicologiche e psichiatriche, il nostro è un mestiere di équipe continua anche con altri professionisti, ma lavoriamo su piani diversi, tutti validi. Noi li portiamo a cucinare insieme, dialogare, stendere i panni, camminare in gruppo o da soli, mangiare e dormire con gli altri. Insomma, con loro entriamo nelle ferite attraverso l’azione e la parola».
Nel 2014 il British Medical Journal ha diramato uno studio dirompente sul rapporto tra giovani sotto i quindici anni e la somministrazione di benzodiazepine, esordendo già dalle prime righe con la segnalazione dell’aumento considerevole riferito ai due decenni precedenti e dei danni a lungo termine quando la terapia a base di benzodiazepine supera per loro i 90 giorni. Lo studio partiva dall’Irlanda, ma allineava i dati agli standard medi europei.
«In comunità, ma non solo, quindi anche per adolescenti che vivono in famiglia, si parte spesso con terapie pesanti già dai 14-15 anni, e le cure vengono protratte ben al di sopra dei tre mesi, generando conseguenze rilevanti in una fase della vita che è il pieno del loro sviluppo cerebrale, emotivo, relazionale.»
Insegnare la dipendenza dai farmaci a un adolescente è come dirgli che qualcos’altro, o qualcuno, può vivere al posto suo. Ai giovani pieni di dolore non serve un medico o un professionista che somministra e scappa; serve qualcuno che resti e si faccia carico di una presenza accanto a pensieri inaccessibili.