Chi conosce la storia delle grandi vertenze industriali italiane degli ultimi vent’anni riconosce una struttura familiare in quello che sta succedendo a Pordenone.
C’è il marchio storico con radici territoriali profonde; Electrolux è a Pordenone dal 1962. C’è la ristrutturazione progressiva mascherata da ottimizzazione del gruppo. C’è l’accordo con la CIG che compra tempo e dà ossigeno all’azienda senza vincoli davvero esigibili. C’è il monitoraggio istituzionale che non monitora. C’è l’assemblea nel piazzale.
Non è una storia nuova. È la storia di Whirlpool a Napoli, di Embraco a Riva di Chieri, di Gkn a Campi Bisenzio, con le differenze del caso e del contesto, ma con la stessa architettura di fondo: impegni presi in una fase di difficoltà, impegni non mantenuti nella fase successiva, istituzioni che non hanno strumenti efficaci – o che non li usano – per far valere quello che è stato firmato.
La differenza, ogni volta, è se qualcuno fa le domande giuste prima che sia troppo tardi. Il tavolo del 25 maggio è uno di quei momenti. Quello che succederà in quella sala dirà qualcosa non solo su Electrolux e Pordenone, ma su quanto valgono, in Italia, gli accordi firmati in cambio di ammortizzatori sociali pubblici.
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