La scuola delle élite non è una scuola d’élite

Se le informazioni e il sapere sono gratuiti grazie alle tecnologie, a cosa servono la scuola e l’università? La domanda è impegnativa, eppure le élite tecnologiche hanno già dato una risposta. E non svela come sarà la scuola di domani, ma dice molto su di loro e sul nuovo valore della conoscenza

24.09.2026
La scuola secondo le élite: Elon Musk con i suoi figli mentre modellano l'argilla in forma di automobili

«Non hai bisogno del college per imparare le cose. Tutto è disponibile gratuitamente. Puoi imparare qualsiasi cosa gratis. Non è una questione di apprendimento. Penso che l’università sia per divertirsi e per dimostrare che sai fare i tuoi compiti. Ma non per imparare».

È una frase di Elon Musk, che contiene qualcosa di interessante e di inquietante. Riguarda le nuove élite, ormai tecnologiche, e il valore della conoscenza e di tutto ciò che è intangibile.

Le domande sulla scuola non sono una domanda di lavoro

Ragionare sulla scuola è sempre importante. Significa chiedersi di cosa abbiano bisogno i giovani, e non solo loro, in un dato periodo storico, per comprenderlo, affrontarlo, superarlo.

È un dibattito che si è riaperto anche oggi. Non mancano i libri e le persone con cui affrontarlo, e magari trovare una soluzione. In Dark Academia: How Universities Die, per esempio, Peter Fleming ha raccontato dall’interno i mali dell’università: la burocrazia soverchiante, l’ossessione per i risultati, l’omologazione dei programmi, e perfino la sottomissione alle logiche di mercato. Gli argomenti sono infiniti, ma le élite tecnologiche, in perfetto stile funzionalista, hanno semplificato il discorso. Come lo hanno fatto molte aziende.

Servono mille ingegneri? Formiamo mille ingegneri. Ci vogliono mille programmatori? Sotto con i programmatori. È in questo senso che per molte élite rispondere alle domande sulla scuola significa rispondere alla domanda di lavoro, ed è così che sono nate le scuole delle grandi aziende, quelle delle associazioni di categoria per soddisfare la domanda di professionalità delle imprese più piccole, e le academy aziendali. E dobbiamo ammettere che molte di queste hanno anche imparato a dosare la teoria e la pratica in un modo che appare vicino alle esigenze del lavoro.

Ma che cosa c’è dietro questa nuova idea di scuola?

La scuola creata dalle élite è la stessa che frequenterebbero?

Con le nuove élite tecnologiche si è fatto un passo ulteriore, e da almeno trent’anni sono aumentati gli investimenti e le dimensioni dei progetti educativi pensati in funzione del lavoro e dell’azienda.

Poco tempo fa Bernardo Bertoldi, esperto di capitalismo familiare, ha scritto che «il miglior modo per fare un buon passaggio generazionale è fondare un’università». Ecco cosa racconta:

(Steve) Jobs assunse personalmente (nel 2008) Joel Podolny per interiorizzare in Apple il pensiero del suo fondatore visionario al fine di essere pronti il giorno in cui non ci sarebbe più stato. Nelle parole di qualcuno che c’era e che, come sempre in Apple, non desidera essere citato: “Steve stava pensando alla sua eredità. L’idea era prendere ciò che rende unica Apple e creare un luogo che potesse trasmettere quel DNA alle future generazioni (…). Nessun’altra azienda ha una università incaricata di esplorare così a fondo le radici del proprio successo”. La missione di Podolny è stata trasformare le caratteristiche di Jobs, attenzione ai dettagli, responsabilità, perfezionismo, semplicità, riservatezza, feedback costante, in processi in grado di essere replicati in futuro da chi avrà ruoli rilevanti in Apple.

Le strade che le élite tecnologiche immaginano per il futuro della scuola e dell’università sembrano quindi due. La prima punta a replicare il genio: la seguono moltissime imprese, con fatica e senza ottenere i risultati sperati. L’obiettivo è forgiare uno stampino educativo per riprodurre il fondatore così com’era, in copie infinite. La seconda strada, meno legata alla realizzazione individuale e alla riproduzione del genio originale, è invece la catena di montaggio del sapere.

Secondo queste élite, la scuola deve formare tanti piccoli mattoncini Lego, la forza lavoro intellettuale o manuale di cui le imprese tecnologiche hanno bisogno oggi. Per capire cosa significhi, guardiamo la struttura interna di un qualsiasi impianto di Amazon:

  • ci sono i “login”, divisi tra “picker” (addetti alla raccolta) e “packer” (addetti all’imballaggio);
  • poi ci sono i manager e gli “spid” (facilitatori).

C’è però una contraddizione interessante. La scuola e l’università che Elon Musk, Peter Thiel e Mark Zuckerberg hanno in mente per la forza lavoro delle loro aziende sono le stesse che vorrebbero per loro? Spinti dalle questioni filosofiche sollevate dall’avvento dell’IA, sono proprio loro a reclamare la necessità di sviluppare il pensiero critico, la capacità di analizzare le informazioni e la sensibilità per ciò che è umano, e non solo tecnologico.

I discorsi e i progetti sulla scuola e sull’università di queste élite tecnologiche, che parlano velocemente e hanno più risposte che domande, nascondono questo contrasto: producono strumenti tecnologici – smartphone, social media o sistemi di IA – che non farebbero usare ai propri figli; realizzano percorsi formativi tecnici e pratici per i propri dipendenti, mentre loro leggono Baudrillard e ai convegni parlano dell’Anticristo e di René Girard. Qui torna la domanda: il sapere di cui si nutrono è lo stesso che vorrebbero distribuire nella scuola che hanno in mente? E qual è, di preciso, quel sapere?

Qui si apre il secondo fronte della battaglia sulla scuola. Non riguarda la scuola come istituzione, ma come organizzazione di persone che, insegnando, trasmettono ad altre il proprio sapere e la propria esperienza.

La distruzione del valore intangibile

Chiunque oggi svolga un lavoro dal contenuto intangibile lo sa bene. Giornalisti, creativi e consulenti non sono minacciati soltanto dalla possibilità che le macchine li sostituiscano producendo contenuti, creazioni, idee e strategie: il problema è giustificare il costo del lavoro cognitivo, il valore per il cliente e il prezzo di vendita.

Un esempio. Negli uffici del più grande motore di ricerca al mondo, di fronte a un problema che richiede un aiuto esterno, la politica aziendale è questa: prima di ingaggiare consulenti, dimostrate che non riuscite a risolverlo da soli con l’aiuto dell’IA. E accade sempre più spesso: prima di parlare con l’ingegnere, il consulente finanziario, il chirurgo o l’avvocato, il cliente si fa preparare un progetto, un preventivo o una “consulenza” dall’IA.

La risposta a questo dilemma cognitivo dev’essere molto più solida e credibile del «tenetevi la parte più bella, creativa e complessa del lavoro e lasciate alla macchina la routine e la fatica». Di fronte a questa tendenza, il valore dell’intangibile – concetto che ha dominato l’economia della conoscenza degli anni Duemila – sembra morto.

Il problema di proteggere il valore dell’intangibile è dunque enorme. Riguarda chi lo trasmette – insegnanti, professori e scuola – oltre ai professionisti elencati prima, e non soltanto chi lo genera.

Ogni professione può essere minacciata dall’idea che le persone non siano più necessarie per insegnare o trasmettere ad altri ciò che sanno e ciò che hanno imparato. Quando Musk dice «puoi imparare qualsiasi cosa gratis», sta dicendo che per insegnarla non servono più le persone. E forse i dati sembrano dargli ragione: nel 2013, il 70% degli adulti intervistati considerava molto importante la formazione universitaria, mentre nel 2025 la quota era scesa al 35%.

Questo apre la strada a un potenziale disastro, fondato su due idee:

  • chiunque può fare qualsiasi cosa, un’idea già affrontata nel 2017 da Tom Nichols nel suo libro The Death of Expertise;
  • lo studio e l’esperienza non servono, perché la conoscenza si può trovare a costo zero o installare come un file. Un altro libro interessante, a questo proposito, è The Extinction of Experience di Christine Rosen, pubblicato nel 2024.

Di fronte a queste due nuove concezioni del sapere, quale ruolo avranno in futuro le persone che insegnano e sono qualificate a farlo grazie allo studio e all’esperienza? Che fine faranno l’autorevolezza dei singoli e quella delle organizzazioni, come la scuola? Di fronte a questo, è meglio chiudere con delle domande che provare a darsi delle risposte precoci.

 

 

 

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Photo credits: Martin Schoeller

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