Con le nuove élite tecnologiche si è fatto un passo ulteriore, e da almeno trent’anni sono aumentati gli investimenti e le dimensioni dei progetti educativi pensati in funzione del lavoro e dell’azienda.
Poco tempo fa Bernardo Bertoldi, esperto di capitalismo familiare, ha scritto che «il miglior modo per fare un buon passaggio generazionale è fondare un’università». Ecco cosa racconta:
(Steve) Jobs assunse personalmente (nel 2008) Joel Podolny per interiorizzare in Apple il pensiero del suo fondatore visionario al fine di essere pronti il giorno in cui non ci sarebbe più stato. Nelle parole di qualcuno che c’era e che, come sempre in Apple, non desidera essere citato: “Steve stava pensando alla sua eredità. L’idea era prendere ciò che rende unica Apple e creare un luogo che potesse trasmettere quel DNA alle future generazioni (…). Nessun’altra azienda ha una università incaricata di esplorare così a fondo le radici del proprio successo”. La missione di Podolny è stata trasformare le caratteristiche di Jobs, attenzione ai dettagli, responsabilità, perfezionismo, semplicità, riservatezza, feedback costante, in processi in grado di essere replicati in futuro da chi avrà ruoli rilevanti in Apple.
Le strade che le élite tecnologiche immaginano per il futuro della scuola e dell’università sembrano quindi due. La prima punta a replicare il genio: la seguono moltissime imprese, con fatica e senza ottenere i risultati sperati. L’obiettivo è forgiare uno stampino educativo per riprodurre il fondatore così com’era, in copie infinite. La seconda strada, meno legata alla realizzazione individuale e alla riproduzione del genio originale, è invece la catena di montaggio del sapere.
Secondo queste élite, la scuola deve formare tanti piccoli mattoncini Lego, la forza lavoro intellettuale o manuale di cui le imprese tecnologiche hanno bisogno oggi. Per capire cosa significhi, guardiamo la struttura interna di un qualsiasi impianto di Amazon:
- ci sono i “login”, divisi tra “picker” (addetti alla raccolta) e “packer” (addetti all’imballaggio);
- poi ci sono i manager e gli “spid” (facilitatori).
C’è però una contraddizione interessante. La scuola e l’università che Elon Musk, Peter Thiel e Mark Zuckerberg hanno in mente per la forza lavoro delle loro aziende sono le stesse che vorrebbero per loro? Spinti dalle questioni filosofiche sollevate dall’avvento dell’IA, sono proprio loro a reclamare la necessità di sviluppare il pensiero critico, la capacità di analizzare le informazioni e la sensibilità per ciò che è umano, e non solo tecnologico.
I discorsi e i progetti sulla scuola e sull’università di queste élite tecnologiche, che parlano velocemente e hanno più risposte che domande, nascondono questo contrasto: producono strumenti tecnologici – smartphone, social media o sistemi di IA – che non farebbero usare ai propri figli; realizzano percorsi formativi tecnici e pratici per i propri dipendenti, mentre loro leggono Baudrillard e ai convegni parlano dell’Anticristo e di René Girard. Qui torna la domanda: il sapere di cui si nutrono è lo stesso che vorrebbero distribuire nella scuola che hanno in mente? E qual è, di preciso, quel sapere?
Qui si apre il secondo fronte della battaglia sulla scuola. Non riguarda la scuola come istituzione, ma come organizzazione di persone che, insegnando, trasmettono ad altre il proprio sapere e la propria esperienza.