La Lombardia si inventa gli ispettori privati: il controllo diventa merce?

La Regione capofila delle privatizzazioni colpisce ancora su un versante impensabile: i controlli per la sicurezza sul lavoro, che secondo una delibera regionale potranno essere affidati a consulenti esterni con partita IVA. Una prateria per i conflitti di interesse, giustificata con urgenza e scarsità di personale

Ispettori del lavoro privati: una lente di ingrandimento vicino a un caschetto e a strumenti da cantiere

Quello che sta accadendo in Lombardia, lontano da inchieste e telegiornali, è il punto d’arrivo di una lunga traiettoria politica. Anni di esternalizzazioni hanno eroso la funzione pubblica fino a colpire uno dei suoi nuclei più sensibili: la vigilanza sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Un’attività che dovrebbe essere esercizio pieno dell’autorità dello Stato, a tutela diretta della vita delle persone, viene oggi trattata come un servizio affidabile anche al mercato. E soprattutto in casi come questi, quando il controllo pubblico diventa opzionale, lo Stato arretra.

Un paradosso vero: mentre il Paese affronta un’emergenza, con oltre mille morti sul lavoro registrate nel 2025 e più di 600.000 denunce di infortunio, la Regione più ricca d’Italia decide di indebolire proprio il suo presidio ispettivo, con una scelta politica che segna una frattura nel patto di protezione tra istituzioni e lavoratori.

La cornice normativa dello smantellamento

Nulla di tutto questo è avvenuto per caso. Il terreno giuridico è stato battuto con il linguaggio neutro dell’emergenza e della carenza di personale per giustificare una strategia di disinvestimento dal pubblico.

La DGR XII/5589 del 30 dicembre 2025, che definisce le regole di gestione del Servizio sanitario regionale per il 2026, consente alle ATS di ricorrere a personale esterno con partita IVA o contratti di collaborazione per i Piani Mirati di Prevenzione. Non si tratta di ruoli marginali: medici, ingegneri, statistici, informatici, infermieri; l’ossatura stessa dei servizi PSAL viene resa temporanea e negoziabile.

Pochi giorni dopo, la Legge regionale 1/2026 completa il quadro: all’articolo 3 apre alle verifiche sulla formazione svolte anche da “esperti di comprovata esperienza” iscritti in elenchi regionali. Formalmente i poteri di polizia giudiziaria restano ai dipendenti di ruolo, ma nella pratica l’accertamento ispettivo viene condiviso con soggetti esterni – e privati. E proprio qui sta il punto.

L’ingresso dell’ispettore privato genera un conflitto di interessi che nessuna clausola riesce davvero a risolvere. I bandi pubblicati dalle ATS nel gennaio 2026 prevedono che i professionisti esterni non svolgano attività di consulenza presso le aziende oggetto di verifica. Una limitazione apparente, che lascia aperto tutto il resto. Nulla impedisce, per esempio, di controllare un’azienda il lunedì e offrire consulenza il martedì a un’impresa concorrente o a un soggetto della stessa filiera produttiva. È il classico meccanismo della porta girevole, che qui diventa strutturale.

Anche quando i poteri sanzionatori restano formalmente in capo al personale pubblico, sono i consulenti esterni a condurre l’istruttoria, raccogliere dati, formulare valutazioni. È un outsourcing del giudizio, affidato a figure che non godono delle stesse garanzie di terzietà di un pubblico ufficiale. Così il controllo diventa negoziabile.

Ispezioni rapide, controlli gentili

Questa scelta regionale si inserisce in un contesto nazionale che da tempo spinge nella stessa direzione. Le politiche dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro privilegiano sempre più il numero delle ispezioni rispetto alla loro profondità. Strumenti come la diffida amministrativa o il protocollo Asse.Co. raccontano una filosofia improntata all’intervento che non debba disturbare troppo.

Le criticità denunciate dal sindacato USB sono difficili da smentire. È oggettivo che il passaggio dal concorso pubblico al contratto a partita IVA svilisca la funzione ispettiva. La dipendenza dal rinnovo contrattuale spinge verso controlli veloci, standardizzati, poco inclini ad affrontare situazioni complesse, e la progressiva marginalizzazione dei tecnici della prevenzione di ruolo priva il sistema della sua memoria storica e della sua competenza accumulata. La sicurezza sul lavoro viene così trasformata in una pratica amministrativa morbida, più attenta alla fluidità dei processi produttivi che alla tutela effettiva delle persone.

A compensare la riduzione del presidio umano arriva però la promessa tecnologica: la Legge regionale 1/2026 introduce il badge digitale di cantiere, presentato come una svolta epocale. Ma nessun sistema digitale funziona senza controlli reali.

I dati, da soli, non salvano vite. Servono ispettori sul campo, indipendenti e nel giusto numero, dotati di poteri pieni e continuità operativa. Se la verifica dei dati viene affidata a collaboratori esterni, privi dell’autonomia necessaria per intervenire con decisione, la tecnologia rischia di trasformarsi in un altro alibi dietro cui nascondere il vuoto di vigilanza.

La scelta della Regione Lombardia segna un punto di non ritorno. Affidare la sicurezza dei lavoratori alle logiche del mercato e alla precarietà contrattuale non è una semplice riforma amministrativa: somiglia più a una rinuncia politica e morale, se la funzione di controllo viene trattata come una prestazione acquistabile. Ma le iniziative sindacali e legali annunciate contro questa operazione indicano che il conflitto è appena iniziato.

La sicurezza sul lavoro non può essere oggetto di consulenza esterna; deve tornare a essere una responsabilità pubblica e non negoziabile. Perché la vita non è una voce di costo da appaltare: è un diritto che lo Stato ha il dovere di garantire, senza intermediari.

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Photo credits: lavoripubblici.it

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