Il tema principale però resta il lavoro. Ruggeri ha proposto alle varie realtà incontrate nel corso dei suoi scambi di investire nei territori colpiti dal sisma. Ne è emersa una risposta importante: le imprese tecnologiche contattate non hanno per forza bisogno di grandi spazi produttivi. Il lavoro può essere svolto a distanza, mentre la sede legale può essere collocata anche in un territorio che offre vantaggi fiscali.
«Il grosso del lavoro viene svolto, in sostanza, con la tecnologia, e non hanno bisogno di locali, non hanno bisogno di palazzi, non hanno bisogno di capannoni» racconta Ruggeri, riferendo quanto emerso dai diversi confronti. È qui che la ricostruzione incontra una nuova sfida: ripensare il futuro economico di territori che per decenni hanno legato il proprio sviluppo alla presenza fisica delle imprese. Se il lavoro diventa sempre più un servizio e una prestazione intellettuale, non basta più recuperare gli spazi produttivi del passato. Occorre capire come rendere questi luoghi capaci di ospitare nuove attività, attrarre competenze e offrire una prospettiva concreta a chi sceglie di restare.
Quale approccio scegliere, dunque, tra il rapido e sicuro intervento giapponese e la più accurata ma lenta azione italiana? In medio stat virtus: il Giappone tende talvolta a dare maggiore importanza alla sicurezza, all’efficienza e alla rapidità della ricostruzione materiale. «Sono aspetti essenziali, ma l’esperienza italiana ci ricorda che la resilienza ha anche una dimensione culturale e storica» spiega Shima, e conclude: «Al contrario, l’esperienza giapponese può offrire all’Italia indicazioni utili su come collegare la ricostruzione fisica alla rigenerazione delle comunità, alla preparazione ai disastri e alla pianificazione territoriale di lungo periodo».
Giovani che vengono responsabilizzati e messi al centro delle scelte per il loro futuro. Questa è la ricetta più forte e l’esempio più importante della collaborazione tra Camerino e Tokyo: un sisma è in grado di creare una frattura fisica, ma nessun territorio può esistere davvero se non riesce a coinvolgere chi dovrà abitarlo domani. Vale per chi sceglie di restare, per chi arriva da lontano, e per una generazione che troppo spesso viene raccontata per i propri errori, anziché per le possibilità che potrebbe esprimere.
Mettere i giovani al centro significa riconoscere loro un ruolo nella costruzione del futuro, prima ancora di ritrovarsi a fare i conti con le sue crepe.
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In copertina: un paesaggio di Camerino. Foto di Stefania Zolotti