Lo zen e l’arte di restare: Camerino chiama Tokyo

La città di Camerino ricostruisce una comunità con alleati lontani: fino in Giappone, altra terra a forte rischio sismico. Intervistiamo Lucia Ruggeri, direttrice della Scuola di Specializzazione in diritto civile, e Norihisa Shima, professore dell’università di Toyo, a Tokyo

30.10.2026
Una visuale di Camerino

In un periodo storico in cui la diplomazia sembra superata dalle azioni dei governi, ci sono ancora rapporti che durano secoli. Quando una missione diplomatica si fonda sulla reciproca stima e consapevolezza del fatto che ogni popolo, vicino o lontano, ha in condivisione il mondo in cui viviamo, si crea un filo rosso invisibile che crea amicizie storiche.

La cronaca affronta spesso il diritto a restare, ma non sempre capita di avere tra le mani storie come quella della missione Tenshō: un’affascinante vicenda di un viaggio di quattro giovani giapponesi che da Nagasaki sono arrivati a Roma nel 1585. Accolti dal Papa marchigiano Sisto V, hanno poi intrapreso il loro cammino verso Loreto, soggiornando però per un periodo a Camerino, una piccola città nella provincia di Macerata. Della loro sosta, uno splendido simbolo di rinascita, ne parla nei Quaderni di IgiTo Roberto Garetto.

L’autore racconta come, nonostante la rottura di una ruota della carrozza dei giovani, nei pressi di Serravalle, i delegati hanno ricevuto comunque un’ottima accoglienza. Così i ragazzi hanno deciso di fermarsi e, camminando per la città, hanno scoperto che Camerino aveva appena vissuto il dramma del terremoto del 1571. Una ferita sismica, ma anche sociale, che però ha tirato fuori il carattere di quella comunità, da anni tutta impegnata nella ricostruzione. I delegati giapponesi hanno riconosciuto negli occhi degli abitanti locali la stessa forza e la stessa voglia di reagire del proprio popolo, storicamente provato dai fenomeni sismici.

Da quel momento in poi l’abbraccio tra una piccola realtà come Camerino e il Giappone si è fatto sempre più stretto: uno scambio di conoscenze che non si limita al sapere tecnico, ma che ha quasi molto più da dire dal punto di vista sociologico. Entrambi i popoli, seppur distanti, hanno imparato una cosa fondamentale: prima si ricostruisce una comunità, poi gli edifici. Altrimenti si rischia di riempire di palazzi luoghi che restano vuoti di significato.

Di questa condivisione ne è testimone attiva Lucia Ruggeri, direttrice della Scuola di Specializzazione in diritto civile e promotrice del progetto tra l’università di Toyo a Tokyo e l’ateneo di Camerino.

Lucia Ruggeri: «La comunità ha diritto a restare: non tutti amano andar via»

«Il vero problema che secondo me va esplorato è questa dimensione immateriale ed esistenziale delle comunità. In questo senso, la ricostruzione di edifici, la ricostruzione di quelle che erano le strutture presenti nella comunità, va orientata e fatta in virtù di una possibilità di permanenza delle comunità locali in quei territori» ci spiega Ruggeri. «E qui entra in gioco il tema principale, che è il diritto a restare nelle terre colpite da disastri, e fare in modo che sia effettivo, cioè che le governance e le politiche legislative tengano presente che non tutti amano andar via».

Riuscire a invertire quel paradigma secondo cui, se qualcosa non funziona più, la si abbandona, non è difficile per chi ha passato una vita intera a costruire valore in quei territori. Lo si legge negli occhi di chi sta svolgendo un dottorato di ricerca e negli sguardi attenti degli studenti giapponesi, che a settembre 2026 hanno visitato Roma per onorare questo scambio.

Ricostruire significa soprattutto guardare al futuro, ma prima di tutto bisogna chiedersi chi deve essere coinvolto in questo processo. Il professore dell’Università di Toyo a Tokyo, Norihisa Shima, ha individuato diversi tipi di attori da poter coinvolgere nella ricostruzione di una comunità. Con sorpresa, non è scontato che a voler impiegare il proprio tempo in prima linea siano coloro che sono nati in un posto distrutto dai sismi: potrebbero esserci infatti diversi attori che, pur non essendo del posto, provano un forte desiderio di attivarsi nella ricostruzione. Queste persone vanno individuate e valorizzate, perché rappresentano un forte antidoto contro lo spopolamento dei territori.

I tempi per recuperare palazzi e abitazioni sono molto più lunghi rispetto a quelli di altre aree del mondo, ma proprio per questo Ruggeri è convinta che la ricostruzione possa diventare un’occasione per ripensare il territorio, senza limitarsi a riportarlo a com’era prima. L’obiettivo infatti deve essere immaginare una comunità capace di affrontare le sfide dei prossimi decenni, anche attraverso l’innovazione tecnologica. L’introduzione di sensori e sistemi di monitoraggio a distanza degli edifici, per esempio, può ridurre i rischi per chi è chiamato a verificarne le condizioni dopo una scossa o un disastro. Una scelta che guarda alla sicurezza, ma anche alla possibilità di rendere questi luoghi nuovamente attrattivi.

Ricostruire per attrarre, non solo mantenere

C’è poi il cambiamento climatico, una corsa contro il tempo che impone agli Stati europei di raggiungere la decarbonizzazione e l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. Anche la ricostruzione deve fare i conti con le esigenze di chi abiterà quei luoghi tra dieci, quindici o vent’anni. Sono scambi culturali che creano nuovi modelli di vita di una comunità; non solo territori ecosostenibili, capaci di sfruttare le fonti rinnovabili e di prepararsi all’arrivo delle nuove tecnologie, ma anche fonti di lavoro, destinato a trasformarsi nel profondo, e che può rendere di nuovo attrattive le aree colpite dai terremoti.

«Da qui discende anche la possibilità di mantenere i servizi, perché non si tratta più soltanto di sostenere una popolazione che resta, ma di creare le condizioni perché altre persone scelgano di arrivare» spiega la docente, chiarendo che il punto non è per forza tornare ai numeri precedenti al sisma: Camerino ha già alle spalle una storia di cali demografici, ma una comunità che innova può sempre tornare attrattiva per nuovi abitanti, a patto che non venga tralasciata l’urgenza di migliorare e potenziare le infrastrutture.

Anche il professor Norihisa Shima è convinto che “resilienza” non significhi tornare in ogni dettaglio alla situazione precedente al disastro.

«Significa piuttosto creare le condizioni affinché una comunità possa adattarsi alle nuove circostanze, preservando al tempo stesso la propria identità e la qualità della vita. Questo aspetto è particolarmente importante in Giappone, dove molte delle aree colpite dai disastri devono affrontare anche il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione» spiega Shima. In Giappone, infatti, la ricostruzione post-disastro ha attribuito un’importanza crescente non soltanto all’ambiente fisico, ma anche alla ricostruzione delle comunità. Ripristinare le abitazioni, le strade e le strutture pubbliche è essenziale, ma lo è anche ricostruire le reti locali, le attività economiche, i servizi e la capacità delle persone di collaborare.

Il lavoro e i giovani per rigenerare il territorio

Il tema principale però resta il lavoro. Ruggeri ha proposto alle varie realtà incontrate nel corso dei suoi scambi di investire nei territori colpiti dal sisma. Ne è emersa una risposta importante: le imprese tecnologiche contattate non hanno per forza bisogno di grandi spazi produttivi. Il lavoro può essere svolto a distanza, mentre la sede legale può essere collocata anche in un territorio che offre vantaggi fiscali.

«Il grosso del lavoro viene svolto, in sostanza, con la tecnologia, e non hanno bisogno di locali, non hanno bisogno di palazzi, non hanno bisogno di capannoni» racconta Ruggeri, riferendo quanto emerso dai diversi confronti. È qui che la ricostruzione incontra una nuova sfida: ripensare il futuro economico di territori che per decenni hanno legato il proprio sviluppo alla presenza fisica delle imprese. Se il lavoro diventa sempre più un servizio e una prestazione intellettuale, non basta più recuperare gli spazi produttivi del passato. Occorre capire come rendere questi luoghi capaci di ospitare nuove attività, attrarre competenze e offrire una prospettiva concreta a chi sceglie di restare.

Quale approccio scegliere, dunque, tra il rapido e sicuro intervento giapponese e la più accurata ma lenta azione italiana? In medio stat virtus: il Giappone tende talvolta a dare maggiore importanza alla sicurezza, all’efficienza e alla rapidità della ricostruzione materiale. «Sono aspetti essenziali, ma l’esperienza italiana ci ricorda che la resilienza ha anche una dimensione culturale e storica» spiega Shima, e conclude: «Al contrario, l’esperienza giapponese può offrire all’Italia indicazioni utili su come collegare la ricostruzione fisica alla rigenerazione delle comunità, alla preparazione ai disastri e alla pianificazione territoriale di lungo periodo».

Giovani che vengono responsabilizzati e messi al centro delle scelte per il loro futuro. Questa è la ricetta più forte e l’esempio più importante della collaborazione tra Camerino e Tokyo: un sisma è in grado di creare una frattura fisica, ma nessun territorio può esistere davvero se non riesce a coinvolgere chi dovrà abitarlo domani. Vale per chi sceglie di restare, per chi arriva da lontano, e per una generazione che troppo spesso viene raccontata per i propri errori, anziché per le possibilità che potrebbe esprimere.

Mettere i giovani al centro significa riconoscere loro un ruolo nella costruzione del futuro, prima ancora di ritrovarsi a fare i conti con le sue crepe.

 

 

 

L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro

 

In copertina: un paesaggio di Camerino. Foto di Stefania Zolotti

CONDIVIDI

Leggi anche