Da città universitaria a città degli studenti

La ricostruzione di Camerino punta sulla sua rinascita come città campus: l’anatomia di un cambiamento urbanistico e la geografia di una delle realtà universitarie più innovative e interessanti d’Italia, con la voce del professor Carlo Santini e del rettore Graziano Leone

30.10.2026
L'edificio del ChIP, dell'Università di Camerino

Camerino sta diventando una città campus, che prova a ricostruirsi, dopo il sisma del 2016, partendo dagli studenti e dall‘Ateneo. Stando a quello che dicono i camerti, la città ducale, negli ultimi anni, stia sempre più identificandosi con il suo lato universitario, che esiste fin dal Trecento.

Perché l’università è uno dei principali punti di riferimento della città, se non il suo motore propulsore: attrae persone da ogni dove, organizza eventi, realizza e recupera strutture, mette a disposizione alloggi per gli studenti che vengono da fuori e che, in questo centro di poco meno di 6.000 abitanti, trovano diverse condizioni favorevoli per i loro studi – a partire dalla possibilità di confrontarsi con i professori, favorita dalle dimensioni dell‘Ateneo. Un contesto raccolto che rassicura anche i genitori, e nel quale la vita universitaria è parte integrante della cittadina, nonostante le ferite ancora evidenti del terremoto.

Il ChIP, un caso unico in un edificio all’avanguardia

Per capire quanto l‘università sia presente negli spazi e nelle attività di Camerino bisogna partire proprio da quelle pietre posate per ricostruire dopo il 2016.

Un edificio che prima non c‘era, e che oggi è così imponente da aver cambiato anche lo skyline della città, è il ChIP. Con la sua parte esterna in metallo e vetro, deve il nome all‘acronimo di Chemistry Interdisciplinary Project, ma richiama nella forma anche il microchip di un computer. Inaugurato nel 2021, è diventato un punto di riferimento: basta avvicinarsi in macchina o in autobus per riconoscerlo e capire subito in quale zona di Camerino ci si trova.

L'ingresso del ChIP, a Camerino
L'ingresso del ChIP, a Camerino. Foto dell'autrice

Come spiega Carlo Santini, professore ordinario di Chimica all‘Università di Camerino e responsabile della Sezione di Chimica ospitata nel ChIP, «la struttura è nata per dare di nuovo una casa ai chimici che lavoravano nel vecchio dipartimento di chimica». Al suo interno convivono, infatti, esperienze di ricerca e didattica: ci lavora una cinquantina di docenti, altrettanti dottorandi e circa 30 studenti impegnati nella tesi di laurea. «Ogni giorno qui dentro ruotano all‘incirca 150 persone».

In un territorio che ha conosciuto due sismi nel giro di vent‘anni, progettare un edificio come questo significa anche interrogarsi sulla propria geografia, su quello che non si può cambiare e con cui forse bisogna imparare a convivere. Una questione affrontata nella costruzione del ChIP, che ha coinvolto competenze diverse, a partire da quelle interne all‘università.

«Tutto l‘edificio è stato progettato dalla Scuola di Architettura di UNICAM» racconta Santini, spiegando che nella realizzazione sono intervenuti architetti e ingegneri. Ma il ChIP ha un‘altra particolarità, ben legata al terremoto, e secondo Santini, ha pochi esempi paragonabili in Europa: costruito in acciaio e dotato di un sistema di isolamento sismico alla base, è stato sottoposto a una prova insolita. Nel luglio 2020, quando era ancora in cantiere, una parte dell‘edificio è stata spostata di 30 centimetri e poi rilasciata.

«L‘edificio è tornato, vibrando, nella posizione originale» ha spiegato Santini, mostrando il dispositivo utilizzato per l‘esperimento, che potrà essere ripetuto anche in futuro. Oggi Camerino è anche questo: una città che si ripensa fin dalle fondamenta, in senso letterale, attraverso la sua università.

Un dettaglio della struttura antisismica del ChIP
Un dettaglio della struttura antisismica del ChIP. Foto dell'autrice

Un progetto vecchio per una geografia nuova

Il ChIP è soltanto uno degli edifici che raccontano quanto l‘università sia presente nella struttura di Camerino. Perché per continuare a funzionare dopo un terremoto, un Ateneo ha bisogno di laboratori, aule e uffici, ma anche di residenze per gli studenti, servizi e luoghi in cui incontrarsi e trascorrere il tempo libero. Quando queste strutture vengono realizzate o recuperate in diversi punti della città, finiscono per modificarne anche l‘organizzazione.

Diventano “diffuse”, ma a volte forse un po‘ troppo dispersive, specie quando coinvolgono una periferia che ha provato a ricostruire se stessa perché mancava, e manca ancora, un centro. Il risultato di questa trasformazione, a chi viene da fuori, non è ancora così riconoscibile. Anzi, attraversando Camerino, si ha la sensazione che i luoghi in cui si studia, si abita e si trascorre il tempo libero siano tanti punti isolati tra loro, che ancora faticano a comporre un disegno urbano riconoscibile.

Eppure questo processo era cominciato prima del 2016: già dopo il terremoto del 1997 l‘università aveva avviato la realizzazione di un campus, il cui primo lotto residenziale è stato inaugurato nel 2002. Il sisma successivo ha reso ancora più urgente trovare nuovi spazi e recuperare quelli esistenti, contribuendo a distribuire le attività universitarie in diverse zone del territorio.

Camerino sembra quindi aver colto nel bisogno di ricostruire anche l‘occasione per ripensare la propria organizzazione urbana, attribuendo all‘università un ruolo sempre più centrale. Ma quanto questa distribuzione risponde a una progettazione complessiva e quanto, invece, è il risultato delle necessità che si sono presentate dopo il sisma?

Studenti UNICAM di fronte alla facoltà di Giurisprudenza
Studenti UNICAM di fronte alla facoltà di Giurisprudenza. Foto di Stefania Zolotti

Lo studentato diffuso e una città che cambia forma

Uno degli esempi più evidenti può riguardare proprio gli alloggi universitari. Dopo il terremoto del 2016, secondo i dati della Croce Rossa Italiana, circa 1.800 posti letto negli appartamenti privati erano diventati indisponibili. Per un Ateneo che accoglie studenti da fuori, trovare nuove sistemazioni era una delle condizioni necessarie per garantire la continuità della vita universitaria.
Nel quartiere di Montagnano, nell‘immediata periferia nord-orientale di Camerino, è stato inaugurato nel 2018 uno studentato da 456 posti letto, cui si sono aggiunte nel 2020, nella stessa area universitaria, due palazzine finanziate dalla Croce Rossa, per altri 43 posti. Interventi che contribuiscono a distribuire la presenza degli studenti anche fuori dal centro storico, in un quartiere che, essendo stato meno danneggiato dal sisma, aveva già accolto buona parte delle attività commerciali e residenziali della città.

Ma è soprattutto il progetto dello Studentato diffuso, avviato nel 2024, a suggerire un’ulteriore direzione: utilizzare edifici situati in diversi punti di Camerino, compreso il centro storico, per rispondere alle esigenze degli universitari. Il progetto prevedeva inizialmente di arrivare fino a 500 posti letto attraverso il recupero e l‘utilizzo di immobili cittadini. Oggi il servizio è gestito direttamente dall‘Ateneo, il quale emette un bando annuale prima dell’avvio delle lezioni rivolto agli studenti interessati. Il progetto comprende la residenza “I Duchi” – che nel momento in cui scriviamo è al completo –, l‘ex Seminario arcivescovile e il già citato Studentato Montagnano.
Il recupero degli edifici è comunque solo una parte del processo: bisogna poi capire come gli studenti scelgano di abitare la città e quali condizioni rendano una zona più o meno attrattiva rispetto a un‘altra.

Certo, lo Studentato diffuso sembra avvicinare Camerino all‘idea di una città campus: dopo aver dovuto trovare nuovi alloggi anche fuori dal centro, si prova a riportare gli studenti negli edifici cittadini, contribuendo a recuperare luoghi che il terremoto aveva svuotato. Con una particolarità, però: anziché concentrare tutte le funzioni universitarie in uno spazio riconoscibile, le si distribuisce sul territorio. E questo può significare anche dover affrontare il problema delle distanze tra alloggi, aule e servizi.

Anche il CUS delle Calvie, situato in una zona diversa rispetto agli studentati del centro storico e a quello di Montagnano, pone lo stesso interrogativo. Una sera di settembre, intorno alle 20, ci siamo imbattuti per caso negli impianti sportivi, ancor più evidenti in una parte di Camerino dove a dominare è soprattutto il passaggio delle automobili. Campi da tennis, padel, beach volley, calcetto, tanti studenti e tutta una vita che sembrava concentrarsi solo lì.

Il centro sportivo esisteva già prima del terremoto, anche se negli anni successivi al sisma è stato ampliato, ed è aperto anche ai cittadini, secondo le modalità di accesso e tesseramento previste dal CUS. È forse per questo uno di quei luoghi in cui la vita dell‘Ateneo e quella della città possono incontrarsi, mostrando come alcune infrastrutture universitarie contribuiscano anche alla socialità di chi non frequenta l‘università.

Come l’università disegna la nuova Camerino

Il ChIP, gli studentati e il CUS raccontano una città nella quale l‘università contribuisce a determinare dove si studia, si abita e ci si incontra. Luoghi nati in momenti diversi, alcuni dopo il terremoto e altri già esistenti, che oggi incidono sull‘organizzazione della vita cittadina. Ma chi sta dando davvero una direzione a questa trasformazione? E soprattutto: la direzione è davvero quella che abbiamo constatato sul posto?

Abbiamo chiesto al rettore di UNICAM, Graziano Leoni, di aiutarci a capire la traiettoria pensata per il campus e per l’insediamento che da secoli ospita l’università.

«L’Università di Camerino ha un ruolo centrale in questo momento storico, a dieci anni dal terremoto nel momento in cui si sta cercando di costruire un futuro. La sua è una presenza fertilizzante per il territorio: dà la possibilità di immaginare un futuro che adesso non c’è, e che in ragione della sua presenza può attecchire meglio. Questa settimana (l’ultima settimana di ottobre 2026, N.d.R.) ci ha visti ospitare una delegazione, o meglio dieci delegazioni provenienti da a dieci atenei stranieri europei, per un totale di cento persone, per lavorare insieme sul progetto Creative View. È un’alleanza tra atenei finalizzata a lavorare sulle tematiche delle tradizioni, delle culture locali, delle beni culturali – sia materiali che immateriali – che sono particolarmente presenti qui nel nostro territorio. La finalità è di realizzare, tra qualche anno, un ateneo vero e proprio che darà la possibilità di rilasciare dei titoli di laurea validi in tutta Europa. È la dimostrazione di come l’università porti l’Europa in un luogo come questo, e di come Camerino, grazie a questa rete, possa uscire e avere contatti con altre decine di Atenei.»

È ancora difficile affermare con certezza che Camerino sia diventata una città campus, ma è possibile osservare come una parte della sua ricostruzione stia prendendo forma intorno agli edifici e alle esigenze dell’Ateneo. Resta da capire se questi diversi punti di riferimento riusciranno a comporre una città nella quale la vita universitaria e quella dei camerti possano davvero incontrarsi. E soprattutto, quale spazio troveranno le esigenze dell’una e degli altri.

 

 

 

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In copertina: l’edificio del ChIP. Foto di Stefania Zolotti

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