Zona Franca

Agricoltura Sociale Lombardia, il valore di provincia. Altro che Milano

Le imprese sociali in Italia alzano la testa: un settore da 32 miliardi. Senza Filtro è andato in Lombardia a conoscere le persone dietro i numeri.  

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Quando si pensa alla Lombardia, l’immagine che tutti abbiamo in mente è soltanto Milano.

Ma la Lombardia che muove davvero le persone generando prodotto e non solo marketing sta tutta in provincia. Per capire come si sviluppa la crescita delle sue imprese sociali (che, secondo i dati forniti dalla Camera di commercio di Milano-Monza-Brianza-Lodi, ha fatto registrare un più 17% in 5 anni), Senza Filtro mi ha mandato in campagna.

Le imprese sociali, lo ricordiamo, si dedicano ad attività di interesse generale e senza scopo di lucro. Al loro interno il coinvolgimento dei lavoratori è ampio e la gestione deve essere non solo responsabile, ma anche trasparente. La distribuzione territoriale vede Roma al primo posto con 6.229 imprese sociali e 87mila addetti, seguita da Milano (5mila imprese e 74mila addetti), e Napoli (4mila imprese e 31mila addetti). Poi Torino (3mila imprese), Palermo, Bari e Catania (circa 2mila).

Ad Agricoltura Sociale Lombardia abbiamo fatto le domande scomode

In particolare abbiamo messo gli occhi sulla rete Agricoltura Sociale Lombardia, una realtà che ha coinvolto tutte le 12 province della regione in un impegno importante, quello di includere nell’impresa agricola soggetti con diverso tipo di svantaggio. Oggi le realtà mappate da Agricoltura Sociale Lombardia sono 139 e hanno come capofila la provincia di Mantova. L’ultimo report parla di 1.967 persone con svantaggio che attraverso la rete regionale hanno trovato un’opportunità di riscatto: 1.096 disabili e 871 soggetti in condizione di difficoltà coinvolti a vario titolo nelle attività di Agricoltura Sociale Lombardia.

Volevamo sapere quali sono le prospettive di lavoro di adulti e giovani che vivono grandi fragilità e a quale occupazione può aspirare una persona con disabilità fisica o mentale o con problematiche di tipo psichiatrico. Spesso queste persone sono convinte di non potersi inserire in un contesto lavorativo “normale” e soprattutto pensano che non avranno mai un contratto sicuro. Ma il lavoro nei campi, in alcuni casi, ha dato prova del contrario.

Chi sono questi ragazzi? Che orari fanno? Come vengono retribuiti?

Paola Lazzarotto di Cascina Bagaggera, una fattoria sociale della rete di Agricoltura Sociale di Lecco, ha risposto senza esitazione a tutte le mie domande.

Mi ha spiegato che a Bagaggera ci sono ragazzi con disabilità che hanno appena finito la scuola o che hanno già fatto tirocini che non hanno funzionato.

“Il collocamento non può far loro proposte di lavoro perché questi giovani non hanno valutazioni precedenti, ed è impossibile capire le loro capacità, al di là delle fragilità manifeste. Il nostro scopo è colmare questo vuoto. I ragazzi stanno da noi 9 mesi, e vengono retribuiti con una borsa lavoro di circa 300 euro. Arrivano alle 8.00 del mattino e lavorano fino alle 13.00. Chi riesce arriva con i propri mezzi, ma quasi tutti arrivano in treno. Alle 8 per prima cosa si organizza la giornata, si capisce chi deve fare cosa e ci si veste il base al ruolo da assumere. Può sembrare strano, ma per alcuni di loro indossare una divisa per lavorare in caseificio o per andare nella stalla è un passo difficile. Ad esempio ci abbiamo messo più di una settimana per far capire a una delle nostre ragazze che non poteva lavorare in fattoria con i tacchi”.

Forse ad alcuni lettori può sembrare una banalità, ma quello che vorrei che fosse chiaro è che per questi ragazzi nulla è banale. Per alcuni è difficile rispettare gli orari di lavoro o indossare una divisa, altri non sono abituati a relazionarsi con colleghi o superiori. Tutti quelli che per noi sono i prerequisiti del lavoro, per loro sono ostacoli a volte insormontabili.

Storie, paure, vittorie

Ad esempio Daniel, 28 anni, mi racconta che nei nove mesi passati a Bagaggera il lavoro pratico non è mai stato un problema per lui. “I lavori erano semplici – mi spiega Daniel – davo da mangiare agli animali, riordinavo la serra e a volte preparavo i biscotti. Il mio problema è che avevo una rabbia repressa che non mi permetteva di stare con gli altri. Ma nei campi non avevo nessuno che mi pressava, e questa libertà mi ha aiutato ad affrontare il lavoro senza rabbia. Il mio risultato più grande in quei nove mesi è stato quello di riuscire a non incazzarmi”.

Io sorrido e lui si scusa per il termine utilizzato. Io gli dico di non preoccuparsi, quel termine in questo caso dimostra tutta la forza di chi alla fine ha superato non solo la rabbia, ma anche la timidezza e l’imbarazzo di parlare dei propri problemi con un giornalista. E così Daniel prosegue “Oggi lavoro all’Esselunga di Lecco come scaffalista, con un contratto a tempo determinato”.

L’esperienza di Daniel è sicuramente positiva perché dopo i 9 mesi di progetto a Bagaggera, l’ufficio di collocamento di Lecco ha ricevuto la sua valutazione e l’ha candidato per la posizione aperta all’Esselunga, ma non tutti i ragazzi seguono lo stesso percorso. “Alcuni di loro con difficoltà più marcate e che necessitano di un’altra opportunità “protetta” possono ripetere il percorso dei nove mesi di progetto”, mi spiega Paola. Ad esempio in fattoria ci sono persone con epilessia, con disabilità cognitive importanti e con esperienze familiari difficili alle spalle. “In generale il lavoro lo imparano tutti, ma ci sono ragazzi che hanno bisogno di più tempo per imparare a relazionarsi in un contesto non protetto”.

Ogni giorno i ragazzi lavorano in tutti i settori dell’azienda. Si occupano dell’allevamento delle capre, della gestione delle serre, del negozio e del pollaio. Fanno manutenzione in giardino e producono biscotti e caprini. Sono seguiti dalla tutor aziendale che organizza tutte le attività in sinergia con i responsabili del settore e con un volontario del servizio civile e due giorni alla settimana si uniscono ai lavori anche altri tre ragazzi disabili guidati dall’Associazione Corimbo onlus e supportati da un’educatrice. Vederli all’opera è un’esperienza davvero coinvolgente.

 

Ad oggi la casistica è interessante perché in 7 anni di attività, più della metà dei ragazzi che si sono formati a Bagaggera ha poi trovato lavoro.

L’agricoltura ha dato loro la possibilità di lavorare con i tempi della natura e finalmente la percezione di essere realmente utili, anche perché – conclude Paola con la sua solita concretezza – “agli animali non importa se il fieno glielo dà un normodotato o un disabile. Sentirsi lavoratori significa allontanare il rischio di emarginazione. Il tempo trascorso nei campi permette ai ragazzi di diventare autonomi contro tutti i pregiudizi che li hanno sempre circondati”.

E questa, al di là dei numeri e delle percentuali, è la migliore crescita che gli possiamo augurare.

 

 

Photo credits: Agricoltura Sociale Lombardia 

 

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e viaggiare con lo sguardo, con la mente e con tutti i mezzi consentiti. Non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare, più che parlare. E crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi collabora con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici ed è responsabile di redazione di Informazione Senza Filtro. [ Guarda tutti gli articoli ]

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