Lo schema è piuttosto classico: un Paese ricco e relativamente poco popoloso – in questo caso, l’Arabia Saudita – ha bisogno di forza lavoro per alimentare la sua crescita e trasformare in benessere tangibile i suoi asset monetari. A poche centinaia di chilometri, c’è il continente più povero e tra i più demograficamente densi del globo – l’Africa. Poche volte domanda e offerta sono state più vicine, e la cerniera viene chiusa dall’operato di agenzie di reclutamento, molte volte conniventi con gli orrori che avvengono una volta superato il confine arabo.
Il meccanismo interessa diversi settori, soggetti a varie forme di sfruttamento e abuso. Quelle più scioccanti, tuttavia, riguardano le lavoratrici coinvolte nell’assistenza domestica. Quelle che, su alcuni dei siti già citati, è possibile acquistare cliccando su un “aggiungi al carrello”.
Il corpo della lavoratrice domestica in Arabia Saudita si trasforma in uno strumento di lavoro e in una proprietà prona a ogni umiliazione. Una volta varcata la soglia della casa del datore, la donna viene spogliata dei suoi diritti fondamentali: il passaporto e il telefono cellulare vengono sequestrati, impedendo ogni comunicazione con l’esterno. L’isolamento è il primo passo verso la deumanizzazione.
Le testimonianze raccolte da Amnesty International descrivono condizioni di lavoro brutali: turni di oltre 16 ore senza giorni di riposo, privazione sistematica del sonno e del cibo, e alloggi inadeguati, spesso piccoli ripostigli senza aerazione. Al tutto fa da contrappunto un razzismo strutturale.
La violenza fisica è una realtà onnipresente. Molte donne tornano con segni indelebili di torture: bruciature da ferro da stiro, ferite da scariche elettriche e ossa rotte. Lo stupro e le molestie sessuali da parte del datore di lavoro o dei figli maschi sono frequenti, e le vittime che restano incinte a causa di questi abusi vengono spesso rispedite a casa senza compenso o cure mediche, per poi essere marchiate dalla vergogna in patria.
Il numero di decessi tra le lavoratrici domestiche keniote è allarmante: almeno 274 sono morte negli ultimi cinque anni. La specifica geografica non è casuale: sono citate soltanto le morti note, ovvero quelle denunciate e di cui si ha notizia dai canali diplomatici ufficiali. Il governo dell’altra nazione coinvolta nella tratta, l’Uganda, non tiene traccia alcuna delle sue cittadine e del loro destino in Arabia Saudita – questo sebbene ci siano testimonianze inequivocabili che ciò che avviene alle lavoratrici del Kenya valga anche per loro.
Ciò che rende questa tragedia ancora più intollerabile è la gestione burocratica dei cadaveri. Le autorità saudite etichettano in modo quasi sistematico questi decessi come “cause naturali”, “arresto cardiaco” o “suicidio”, anche quando i corpi mostrano chiari segni di violenza traumatica.
Il caso di Beatrice Waruguru è emblematico della ferocia di questo sistema. Partita dal Kenya nel 2021 a soli 21 anni, è tornata in una bara dopo pochi mesi. Il certificato di morte saudita riportava il suicidio come causa del decesso; tuttavia, quando la famiglia ha ricevuto la salma e ha richiesto un’autopsia indipendente in Kenya, la verità è emersa in tutta la sua crudeltà: gli occhi di Beatrice erano stati cavati, il corpo presentava bruciature e i segni di una corda sul collo indicavano che era stata torturata fino alla morte.
Un’altra storia straziante è quella di Caroline Aluoch, una studentessa universitaria al secondo anno che era andata in Arabia Saudita per pagarsi gli studi. È morta nel maggio 2021. Nonostante le affermazioni delle autorità saudite, che parlavano di suicidio in un ospedale psichiatrico, l’autopsia condotta dal patologo governativo keniota Johansen Oduor ha rivelato compressioni al collo, ferite multiple e vesciche su tutto il corpo. La famiglia sostiene che Caroline fosse stata torturata e che avesse inviato messaggi disperati giorni prima di morire, affermando che il suo capo voleva ucciderla.
Un’altra lavoratrice ugandese, dopo aver subito il furto del salario e maltrattamenti, è stata costretta a lanciarsi da un edificio per sfuggire al suo aguzzino, riportando lesioni permanenti che l’hanno lasciata incontinente e incapace di lavorare. Nonostante le sue denunce a medici e polizia, le autorità le hanno ordinato di tornare dal suo datore di lavoro.