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Con la cultura si rinasce: chiedetelo a Lunetta

Con la cultura si rinasce: chiedetelo a Lunetta

Un quartiere disagiato di Mantova è stato rigenerato dal sodalizio tra arte e cultura e dalla partecipazione della cittadinanza. Ecco come.

Lara Mariani

11 Novembre 2020

Un laboratorio culturale a cielo aperto. Eppure fino a qualche anno fa Lunetta era soltanto un brutto quartiere della periferia di Mantova. Uno dei più difficili. Un dormitorio che negli anni Sessanta aveva raccolto le persone che arrivavano dal Sud Italia per lavorare nelle maxi-fabbriche del territorio, e che successivamente dagli anni Ottanta aveva cominciato a ospitare extracomunitari.

Oggi sono presenti diciotto etnie su una popolazione di 4.000 abitanti: ci sono persone arrivate dal Nord Africa, dal Brasile, dall’ex Unione Sovietica. La convivenza non è stata affar semplice, soprattutto durante le diverse crisi economiche che hanno rastrellato l’intero Paese e il tessuto industriale dell’intera città.

La storia del quartiere inizia nel 1963, con l’adozione del piano finalizzato alla costruzione in loco di alloggi popolari per 12.000 abitanti. Nel 1968 vengono realizzate le prime abitazioni.

Lunetta, il quartiere “senza frontiere” di Mantova

Stefano Sabbadini, cittadino di Lunetta da quarant’anni, mi ha confermato che “durante la crisi economica e industriale degli anni Novanta nel quartiere sono subentrate enormi difficoltà e pesanti emarginazioni. In tanti facevano fatica a pagare l’affitto e inevitabilmente ai problemi economici sono subentrati quelli di socialità. Il quartiere era praticamente diventato un ghetto. A peggiorare la situazione, la presenza di personaggi poco raccomandabili che erano stati messi ai domiciliari nel quartiere. I giornali poi in quel periodo ci hanno massacrato. Anche Paolo Guzzanti su La Repubblica ci aveva definito il Bronx”.

Ma le parole di Stefano non hanno affatto un tono rancoroso. Lui sembra piuttosto entusiasta. È chiaro che parla al passato e non vede l’ora di descrivermi la sua Lunetta, oggi. La Lunetta che dal 2008 ospita il polo universitario degli educatori professionali, la Lunetta che lavora sodo con tutta la rete di associazioni per aiutare le persone in difficoltà, e che ha appena concluso la quinta edizione di “Without Frontiers”, il festival che ospita artisti internazionali chiamati a realizzare le loro opere sui muri del quartiere, e che in cinque anni ha cambiato il volto della periferia. Un festival realizzato nonostante la pandemia e tutte le difficoltà, fortemente voluto dall’amministrazione comunale.

L’amministrazione ha avuto coraggio”. Non è più Stefano a parlare, ma Simona Gavioli, curatrice del festival per Caravan SetUp. Conosco da tempo Simona, la incontrai anni fa e dopo poche, pochissime chiacchiere capì che era un vulcano in eruzione (Stefano invece la definisce un uragano), e immaginavo, nonostante il periodo, di ritrovare al telefono quella grinta e quella determinazione. Dopo le parole di Stefano volevo sapere come fosse riuscita a organizzare il festival in un momento così surreale, per dirlo con il linguaggio dell’arte.

“Abbiamo buttato sangue per organizzare questa edizione, però ce l’abbiamo fatta. Lo abbiamo frammentato e diviso, ma lo abbiamo comunque fatto. Ho lavorato a Mantova fino al 17 ottobre; il giorno dopo sono cominciate le restrizioni”.

Una vista guidata realizzata durante il Festival. Oggi Lunetta ospita 42 opere realizzate da 35 artisti di fama internazionale, che l’hanno dipinto come se fosse una tela bianca, ridefinendone paesaggio e socialità

Il festival “Without Frontiers” è più forte della pandemia

In effetti in città dalla metà di agosto si è fatto il possibile per realizzare tutti i festival culturali, e nonostante il COVID-19 hanno preso vita “Il festival internazionale della letteratura”, “Without Frontiers” e “Trame Sonore”, tutto nel massimo rispetto delle regole. Il sindaco a suo tempo ha radunato tutti i 300 operatori culturali della città, ha messo a disposizione un budget e ha costruito il Piano Mantova per la Cultura.

“E neanche ora ci fermeremo”, continua Simona. “Solo che dovremo fare un piano per arrivare a marzo. Anche perché in questo momento, se affossiamo la cultura più di quanto non lo sia già, le associazioni culturali e gli operatori del terzo settore non avranno più scampo. Li troveremo tutti sotto i ponti”.

Non usa certo mezze misure, Simona, e quando le chiedo come è cambiato il suo lavoro rispetto alle edizioni precedenti mi risponde senza malinconie.

 “Without Frontiers è stato diviso in tre appuntamenti. Mi sono dovuta trasformare in un vigile e ho dovuto riprogrammare tutto il festival seguendo un protocollo di sicurezza rigidissimo. Inoltre abbiamo deciso di non fare l’inaugurazione perché l’anno scorso avevano partecipato 2.000 persone, e anche all’aperto non saremmo stati in sicurezza. Il quartiere oggi è molto partecipato; se avessimo inaugurato il festival sarebbero venuti tutti, e come tutti gli anni i circa 300 bambini che sono soliti giocare nella Piazza Unione Europea ci sarebbero saltati al collo per la felicità. Ci abbiamo giustamente rinunciato, ma non abbiamo rinunciato a fare le visite guidate con un massimo di nove persone, all’aperto e con mascherina obbligatoria. E anche se eravamo all’esterno abbiamo provato la temperatura a tutti. Dal punto di vista della realizzazione delle opere non ci sono state difficoltà, perché gli artisti lavorano là in alto e in solitudine; è stato tutto il resto che ci ha fatto sputare sangue. Eravamo abituati a bagni di folla e ci siamo trovati con numeri risicati”.

Una delle 42 opere: Etnik InsideOut @photoGiuliaGiliberti

Vivere dentro opere d’arte

Il festival si è scontrato con limitazioni e cambiamenti, ma è stato fatto. È cambiato, ma il cambiamento è ormai la cifra di Lunetta. Simona mi spiega infatti che lo staff di Caravan SetUp è arrivato in città nel 2016 con “Mantova Capitale Italiana della Cultura”, e soprattutto grazie a un sindaco illuminato (Mattia Palazzi) che aveva una visione chiara di come avrebbe voluto questo quartiere, che viene definito periferia, ma in realtà è vicinissimo al centro storico.

“I primi due anni sono stati difficili – ricorda Simona – perché insediarsi dove le persone sono state sempre emarginate non è semplice. Lunetta era considerata il luogo in cui si trovavano gli scarti della società. Quando lasci le persone abbandonate a loro stesse le abitui alla criminalità e al brutto, ma nel momento in cui innesti cultura e bellezza le cose cambiano. Ci vuole tempo, ma la bellezza porta al cambiamento, anche sociale. Oggi le diciotto etnie sono una grande ricchezza, simbolo di un nuovo patrimonio storico; una risorsa, un modo per far parlare le culture e scambiare saperi e integrazione e senso di appartenenza.”

In effetti anche i residenti a Lunetta confermano che con il festival hanno scoperto la storia della città, e soprattutto si sono abituati a vivere dentro delle opere d’arte. L’arte ovviamente è un pretesto, da sola non basta. Per questo anche dopo il festival, ogni mese, cittadini e associazioni si riuniscono. Anche gli artisti incontrano costantemente gli abitanti di Lunetta, e ascoltano le loro storie prima di cimentarsi nelle opere.

L’artista che ha dato l’anima al quartiere e che ha partecipato a tutte le edizioni è Corn79. Sua è l’opera nel sottopasso, l’entrata di Lunetta, il vero ingresso del quartiere. Photo@GiuliaGiliberti

Da Bronx a giardino: Lunetta risanato da arte e cultura

Tutti gli attori del territorio sono coinvolti nelle iniziative culturali della città, e i risultati sono unici. Lo conferma anche Stefano Sabbatini, che dopo i suoi primi quarant’anni vissuti a Lunetta la descrive così: “Il quartiere ora è coloratissimo e c’è anche tanto verde. Piante, negozi e uffici sono dappertutto. Anzi, oggi siamo il polmone verde di Mantova. Il quartiere è diventato più bello, il degrado si è ridotto, c’è stato un restyling generale che noi cittadini portiamo avanti tutti i giorni, anche se è una lotta continua. Se ne è accorto anche Paolo Guzzanti, quando lo abbiamo invitato per mostrargli come è cambiato il quartiere. Oggi stiamo lavorando per buttar giù un’antenna radio che è a cinquanta metri da un asilo. Spesso ci scontriamo violentemente con l’amministrazione, ma otteniamo dei buoni risultati”.

Lunetta ha evidentemente avuto il coraggio di cambiare, e tutti i suoi abitanti, dal brasiliano all’ucraino, dal cinese all’egiziano hanno promosso il cambiamento. Gli stranieri (che oggi sono italiani) amano il quartiere e ne condividono gli spazi. “Il filo rosso – conclude Simona Gavioli – è partito con l’insediamento dell’università, è nato dalla cultura, è stato supportato dall’arte per poi diventare altro, cioè amicizia e partecipazione”.

Questo risvolto sociale e sociologico è sicuramente il risultato più importante. Per questo, dopo aver terminato la conversazione con Simona, le chiedo se è possibile parlare con un “esperto” che vive il territorio in prima persona. Lei mi indica Sara Vitali, sociologa e coordinatrice della rete delle associazioni del quartiere.

“Se chiedi a un abitante di questo quartiere dove abiti, non ti dice a Mantova, ma ti dice a Lunetta. Un tempo questa risposta testimoniava il senso di esclusione ed emarginazione; oggi testimonia un grande segno di appartenenza e di forte identità”.

Non so voi, ma io queste parole vorrei presto vederle scritte su un muro.