Giornalismo allo stato impuro. La mappa dell’editoria italiana

Nel giornalismo italiano le proprietà che si occupano solo di editoria e non hanno altri interessi sono poche. Intervistiamo Pier Luca Santoro, fondatore di Datamediahub, con cui ha realizzato un’indagine sul tema: “Abbiamo individuato dieci gruppi editoriali impuri, dal Corsera ai giornali locali”

18.12.2023
Editoria del giornalismo: le copertine di alcuni dei principali quotidiani italiani

“Io un giornalista? No, in realtà io sono un giornalaio”, dice con un sorriso ironico Pier Luca Santoro. Lui i quotidiani cartacei li conosce bene. Non soltanto perché li ha studiati, analizzati, tanto da diventarne un consulente, ma perché a un certo punto della sua vita, nel 2011, dopo varie esperienze ha deciso di venderli, i giornali, acquisendo una tabaccheria-edicola e dando vita a un blog che si chiama appunto il Giornalaio.

“Un blog che si è subito conquistato grande visibilità nel mondo del giornalismo, tanto che a un certo punto mi invitarono a un festival di giornalisti. È da queste esperienze che abbiamo costruito la mappa sui quotidiani cartacei. L’idea è nata da un insegnante di semiotica. Così ho deciso di guardare più da vicino i quotidiani e i loro editori, ho dovuto scavare tra gli assetti proprietari e ho scoperto che di editori puri ce ne sono ben pochi, in Italia.”

Già, è vero, sono davvero pochi. Se non mi sbaglio gli unici due quotidiani senza padroni sono il Fatto Quotidiano e il manifesto, dove tra l’altro ho lavorato per trent’anni. Per il resto le casematte del capitalismo italiano e straniero controllano ogni centimetro dei quotidiani italiani.

È proprio questa la geografia che ne esce. La mappa che abbiamo costruito con pazienza è relativa ai principali quotidiani cartacei, con corrispondente versione online, aggiornata ai più recenti movimenti di mercato, e si riferisce ai cosiddetti editori impuri, ovvero a coloro che hanno i loro principali interessi in attività terze che non riguardano l’editoria di giornali. Abbiamo identificato dieci gruppi editoriali di quotidiani che sono classificabili come impuri, tracciando il profilo per ciascuno di essi.

Vedo che tra questi compare in prima fila il gruppo GEDI (FIAT), che controlla tra gli altri la Repubblica. E dire che alla fine degli anni Ottanta, quando Eugenio Scalfari e Lucio Caracciolo decisero di liberarsi della testata che avevano fondato, erano un esempio di quotidiano “puro”. Poi non riuscendo a ottenere un’autonomia finanziaria con la loro impresa, malgrado il successo editoriale, cedettero la proprietà al gruppo De Benedetti. Fu uno dei primi casi di impurità.

Oggi invece il Gruppo GEDI è probabilmente il principale di questi quotidiani in mano ai potentati economici. Controllato da Exor, che a sua volta detiene imprese di rilevanza internazionale quali Ferrari, Stellantis, CNH Industrial, Philips, Iveco Group, The Economist, SHANG XIA e Casavo, solo per citare alcune delle più note – e ha partnership con un elenco ancora più lungo di altre aziende. Non è da meno Cairo Communication, che a sua volta controlla RCS Mediagroup, gruppo editoriale italo-spagnolo che nella compagine societaria, oltre a Cairo, vede Mediobanca, al cui interno figura tra gli altri il Gruppo Caltagirone, a sua volta editore di quotidiani, Della Valle, azionista di maggioranza di Hogan e Tod’s e dell’azienda italiana di trasporti Nuovo Trasporto Viaggiatori (nota ai più come Italo Treni, N.d.R.), Unipol, e anche China National Chemical Corporation, impresa pubblica cinese che opera nel settore dell’industria chimica, e che è classificata da Fortune Global 500 come la 167ª multinazionale nel mondo.

Il Corriere della Sera meriterebbe una storia a sé, essendo un pezzo di storia d’Italia. Fino agli anni Settanta, quando il quotidiano di via Solferino era di proprietà della signora Crespi, era classificabile come giornale indipendente dai potenti dell’economia. Poi negli anni Ottanta ci fu il baratro della P2, che prese il controllo del quotidiano, e poi ancora l’amministrazione controllata. Erano gli anni della massima impurità condita con la massima illegalità. A metà degli anni Ottanta il potente Enrico Cuccia decise che piuttosto che finire in mani incerte (allora si parlava di una cordata voluta da Craxi), il Corsera se lo dovevano comprare FIAT, Mediobanca e in parte Banca Intesa. Insomma, via Solferino diventò uno dei salotti buoni della finanza e dell’industria governata da Mediobanca.

Ma tra questi primati di “impurità” leggo che non manca neanche il Sole 24 Ore.

Direi che l’arcipelago di Confindustria è variegato: è a lei che si è soliti ricondurre il Gruppo Sole 24 Ore, ma l’oggetto degli interessi dell’associazione non è solo l’editore del principale quotidiano economico-finanziario del nostro Paese. A questo si aggiunge infatti il Gruppo Athesis, proprietario dell’Arena, il Giornale di Vicenza e Brescia Oggi, che ha come principali azionisti le Confindustrie di Verona e di Vicenza. E poi la Gazzetta di Parma, che tra i propri azionisti vede l’Unione Parmense degli Industriali, associazione aderente al sistema Confindustria della provincia di Parma. E la neonata Nord Est Multimedia, di cui detiene una quota, tra gli altri, anche Confindustria Udine.

Mi pare che la giungla che avete esplorato, oltre che essere di grande interesse e originalità, sia appena agli inizi. Leggendo il vostro rapporto si incontrano anche realtà locali assai impure, in genere poco monitorate.

Certo, anche dietro al gruppo SAE, che come Nord Est Multimedia sorge sulle ceneri di alcuni dei quotidiani locali del Gruppo GEDI, vi sono realtà quali Sviluppo Toscana, società per azioni operante sotto il controllo diretto della Regione Toscana; Nextaly, importante realtà nelle TLC; e Portobello S.p.A., società che a sua volta fa parte del Gruppo Portobello, che detiene la proprietà e la gestione di una catena di negozi a marchio proprio, un portale di intrattenimento e il marketplace ePRICE. E ancora, Caltagirone Editore, controllato dal Gruppo Caltagirone, che oltre alla precitata partecipazione in Mediobanca ha quote non trascurabili di imprese nel settore immobiliare, a cominciare da Cementir, i cui interessi pare influenzino direttamente nomine e ruoli a Il Messaggero, e pure nei settori bancario e assicurativo. Altra realtà tutt’altro che trascurabile è il Gruppo Athesia (diverso dal sopra citato Athesis, N.d.R.). Tale gruppo, oltre ad avere pressoché il monopolio dell’informazione in Trentino-Alto Adige e a controllare, tra gli altri, Dolomiten (quotidiano in lingua tedesca che riceve più contributi diretti di ogni altro quotidiano, e che da quattro anni a questa parte percepisce circa il quadruplo di quanto riceveva prima), è attivo in moltissimi settori, tra i più diversi, dell’economia italiana.

Da un po’ di anni la destra politica ha capito che mettere le mani sui giornali – e in particolare su quotidiani, anche locali – è fondamentale per garantirsi il consenso. Silvio Berlusconi docet. Noto inoltre che in alcuni casi regna l’opacità degli assetti proprietari.

È così. In questa intricata mappa si sta allargando il polo della destra gestito dagli Angelucci, famiglia che controlla Il Tempo, Il Giornale e Libero, altro quotidiano sovvenzionato dallo Stato in modo generoso e indebito. La stessa famiglia, come abbiamo segnalato di recente, controlla in modo indiretto anche la Verità. La Famiglia Angelucci opera attraverso la propria finanziaria, Tosinvest (che prende il nome dalle prime due lettere dei nomi del fondatore Antonio, detto Tonino, e della prima moglie Silvana Paolin), a sua volta controllata da una società con sede in Lussemburgo, la Tree sa, che oltre che nei media è attiva anche nell’immobiliare e nel facility management. Peraltro gli Angelucci, stando alle più recenti indiscrezioni, ambirebbero a metter le mani anche su Radio Capital (attualmente di GEDI) e addirittura su Rete 4. Infine, ultimo ma non ultimo, Il Gruppo Monrif, che oltre a possedere tre importanti quotidiani regionali è attivo in altri settori con Monrif Hotels, in espansione, e Compagnia Agricola Finanziaria Immobiliare. Il Gruppo è controllato dall’attuale presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, che pare voglia introdurre una riorganizzazione dell’Editoriale Nazionale, che edita le testate Il Resto del Carlino, Qn, Il Giorno, La Nazione. In palese violazione del contratto di lavoro firmato dalla stessa FIEG, di cui è, appunto, presidente.

Proviamo a fare una prima riflessione su questi dati. Stando alla sua esperienza di consulente, quanto potere hanno le proprietà dei giornali di incidere sui contenuti e quindi sulla libertà di stampa? Io ho lavorato al manifesto per anni, dove vincoli non ce n’erano, ma quando mi è capitato anni fa di lavorare alla RCS ricordo che FIAT, Mediobanca (editori di allora) e i loro amici erano intoccabili. Una volta provai a fare un pezzo critico sull’ENI e il direttore mi disse con chiarezza che non era possibile, essendo l’ENI uno dei principali inserzionisti pubblicitari.

Direi che il peso delle proprietà sui loro giornali è molto forte. Mi dicono che la stessa cosa avviene al Corsera: gli amici di Urbano Cairo non si toccano.

Si è mai chiesto perché i quotidiani italiani a un certo punto della loro storia hanno dovuto cedere a imprenditori, finanzieri e banchieri le quote di maggioranza? La storia del quotidiano la Repubblica e del Corsera è emblematica a questo proposito. Non pensa che questo sia un fallimento della cosiddetta editoria indipendente?

È di certo il fallimento di un progetto. Ma io penso che accanto a ragioni di carattere culturale ci siano ragioni molto concrete che lo spiegano, questo fallimento. Mi riferisco alla filiera distributiva, che se non hai numeri alti di vendita ti ammazza. Tenga conto di questi dati: all’inizio del Duemila c’erano 40.000 punti vendita; ora sono per l’esattezza 22.500. Con questa struttura distributiva i giornali che hanno una vendita, ad esempio, di 20.000 copie, dovrebbero stamparne almeno 40.000 per coprire al minimo tutti i punti vendita, con costi altissimi per una piccola impresa. L’altra questione riguarda la pubblicità, che come è noto ha un peso formidabile sui bilanci delle imprese editoriali. Bene, se si sfoglia il manifesto o il Fatto Quotidiano ci si rende conto di quanta poca pubblicità c’è su quei giornali.

Un’ultima questione, il passaggio all’online. La vulgata sostiene che una delle ragioni della crisi della carta stampata va ricercata nell’espandersi a dismisura di internet e nella sua gratuità. Lei che cosa ne pensa?

Credo che questa tesi non sia vera. Non è internet che ha ammazzato i giornali. Si sono ammazzati da soli. I dati Audipress ci dicono che i quotidiani venivano letti gratis anche prima. La verità è che i giornali in Italia si sono suicidati perché hanno perso la fiducia dei lettori. Guardi i quotidiani online: hanno utilizzato la rete, ma non abitano lì.

 

 

 

Photo credits: notizie.it

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