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Fabbriche di provincia: si è persa una generazione intera

Fabbriche di provincia: si è persa una generazione intera

La convivenza tra generazioni in azienda è un tema delicato e poco considerato. Le dinamiche generazionali raccontate dai lavoratori di una cartiera vicentina.

Quanto incidono, negli stabilimenti italiani, le difficoltà di integrazione tra vecchio e nuovo quando si parla di risorse umane?

In linea generale sono molti gli aspetti di natura relazionale affrontati dalle aziende, nel tentativo di risolvere criticità legate al clima interno. Le componenti sono spesso ricondotte alla paura del diverso e della novità, a maggior ragione nel contesto odierno. Ma se i rapporti con i colleghi stranieri, le qualifiche e la questione di genere sono dibattute con frequenza, pur senza trovare il bandolo della matassa, il tema della convivenza tra generazioni diverse, all’interno delle organizzazioni, rimane sovente sottotraccia.

Senior antiquati, junior svogliati: la difficile convivenza tra generazioni in azienda

A ben vedere si tratta invece di un elemento centrale, soprattutto per realtà storiche che si trovano a vivere una forte fase di ricambio generazionale. Si pensi alla programmazione ferie e alla necessità di un piano senza la tipica chiusura di agosto, per rimanere al passo con il mercato internazionale. Come spiegarlo ai colleghi più anziani, abituati da vent’anni a un immutabile processo standardizzato? E i neoassunti sono in grado di cavalcare con agilità l’onda del cambiamento?

Per citare un altro spunto: tanti stabilimenti di periferia, alle prese per la prima volta con uno spinto turn over, si trovano oggi a inserire in produzione profili con alto grado di scolarizzazione, da affiancare a colleghi esperti dal linguaggio antitetico. Come facilitare la comunicazione tra mondi così diversi?

Insomma, la punta dell’iceberg nasconde una miriade di questioni da sviscerare, e il fatto che talvolta il management cambi con cadenza troppo repentina non migliora la creazione di processi sofisticati. L’anello debole, quindi, è rappresentato dalla mancanza di stabilità, che rende complicate le riflessioni nel medio periodo, generando inevitabili conflitti endogeni.

Proprio per queste ragioni è plausibile che chi sostiene la teoria dei giovani indolenti stia facendo un mero esercizio di falsa retorica. Un luogo comune molte volte sfruttato dai capi, abili a scaricare un serio problema gestionale sulle spalle di chi per la prima volta si approccia al lavoro di produzione.

Possibili soluzioni? Cercarle nelle voci dei protagonisti sembra la strada più giusta. Diamo spazio, pertanto, ad alcuni lavoratori del comparto cartario, in servizio presso uno stabilimento della provincia vicentina.

“Non sempre i colleghi anziani comunicano le loro competenze. Alcuni se le portano in pensione”

“La cosa bella del ciclo continuo è il tempo libero.”

Alban Lala ha ventotto anni ed è di origini albanesi. Arrivato in Italia all’età di quattro anni, vanta un variopinto percorso di crescita che l’ha portato dagli studi commerciali al lavoro di pizzaiolo. Da due anni presta servizio come operatore in allestimento rotoli, a tempo indeterminato. In questo reparto l’organizzazione prevede un ciclo formato da sei turni lavorativi e tre giorni di riposo.

“Considero positivo l’inserimento iniziale, grazie alla buona disponibilità da parte del gruppo. Con questa turnazione godo di maggiore spazio per me stesso, soprattutto in termini di bilanciamento tra vita e lavoro.”

Certo, non tutto è rose e fiori; c’è chi preferisce ordinari ritmi circadiani, per dirne una. Alban è d’accordo, salvo ribadire un concetto non scontato: “L’importante è non smettere di imparare e continuare a inanellare esperienze diverse. Non sempre l’indeterminato, per la mia generazione, è la priorità assoluta. Mentirei se dicessi che non conta, messaggio che tanti esperti veicolano, ma non è che una tra le caratteristiche rilevanti”.

Cerco di riassumere il suo pensiero virando sul capitolo specializzazioni. In una parola? “Dinamismo”, continua Alban, “questo voglio dal mondo del lavoro, e non per forza attraverso balzi gerarchici. La mia ambizione è di apprendere sempre più nozioni tecniche, in grado di stimolarmi ogni giorno”.

Già. Facile a dirsi quando devi apprendere da collaboratori che, quanto a condivisione della conoscenza, manco se ne parla. “I colleghi più navigati hanno iniziato a lavorare in cartiera trent’anni fa. Hanno molta esperienza e, sono sincero, il vero problema è il passaggio di competenze. Non sempre, infatti, i messaggi passano in modo corretto. Con alcuni fatichiamo a entrare in sinergia; i più gelosi invece portano in pensione i segreti di un’intera carriera”.

L’assenza di turn over genera mostri: super senior vs giovanissimi

Papà ha iniziato in cartiera con la nascita stessa della fabbrica, nel 1971.”

Camminando per gli uffici mi imbatto in Maria Grazia Ferraretto, da trentadue anni fedele all’azienda. “Un lungo periodo nel quale mi sono occupata di tutto, dalla contabilità al ruolo di assistente della direzione”, racconta, specificando di aver preferito la famiglia alla carriera, la più classica delle euristiche di genere. Mi desto solo quando sussurra di essere vittima di un certo machismo dell’epoca, quando per le donne non rimanevano che ruoli marginali e sottopagati rispetto ai colleghi di sesso maschile. Da allora, in Italia, abbiamo percorso appena qualche chilometro in più.

Maria Grazia non si scompone. “Poco male, rimane la comodità del posto fisso vicino casa, e in tutta onestà mi intimoriva da morire l’idea di un cambio”. Perché, i giovani d’oggi sono più coraggiosi? “Non so, vedo nei ragazzi neoassunti un approccio a volte superficiale. I cambiamenti repentini che vivono non rafforzano il loro senso di responsabilità. Denoto grandi differenze con la nostra innegabile predisposizione al dovere”.

Ci sarà pure qualche valore aggiunto, no? “Da noi manca una generazione. Abbiamo lavorato un ventennio senza turn over e oggi ci troviamo a vivere un connubio tra persone mature e giovanissimi alla prima esperienza. Loro, è chiaro, portano competenze che a noi mancano, digitalizzazione in primis. Ma il vero punto è che mio padre, in pensione dal 1992, ancora oggi parla con entusiasmo della sua cartiera, perché ne ha condiviso il valore”.

Ecco, forse bisogna partire da qua. Delineare valori chiari che tutti i lavoratori sono chiamati a perseguire. Ciascuno con le proprie armi.

“Dalle aziende troppe aspettative e poche prospettive, per i giovani”

Ricardo Tomasi è entrato in cartiera prima della caduta del muro di Berlino, nel lontano 1988. E oggi è ancora lì, dopo trentatré anni nella produzione della carta. Un processo tanto fascinoso quanto complesso, in particolare nel microclima. Caldo, umidità, rumore, polvere. Dietro una scrivania è semplice parlare di lavoro in team se non si considerano queste caratteristiche ambientali.

Ricardo lo sa, e aggiunge al minestrone le difficoltà di apprendimento subìte nei primi anni di servizio. “Checché se ne dica oggi, noi anziani siamo più predisposti alla formazione on the job rispetto ai nostri predecessori. Come loro abbiamo iniziato a lavorare presto, e qui conta parecchio. Oggi i ragazzi sbarcano in fabbrica dopo un percorso di studi lungo e spesso la scelgono come ultima spiaggia, peccando in termini di curiosità”.

A difesa della categoria mi sento di aggiungere che, forse, manca sinergia tra scuole e aziende, miccia giusta per stimolare l’interesse di giovani preparati e legittimamente scettici.

“Sai cosa dice mia figlia?”, sbotta Ricardo.

Sentiamo. “Lei sostiene che il divario tra formazione e realtà lavorativa sia altissimo. Dice che le aziende creano troppe aspettative, senza dar seguito concreto. Mancano percorsi di crescita chiari, prospettive sensate”.

Nient’altro? “Anche l’apprendistato, per dire, rischia sempre di essere tradotto in precariato. Servirebbe maggiore serietà. Le stesse università dovrebbero raccontare il sindacato, i CCNL, le tutele”. Aggiungo di mio il ruolo fondamentale dei CFP, da tempo in secondo piano nell’ordine delle priorità per combattere la disoccupazione.

“Tornando a noi anziani, abbiamo l’obbligo di cambiare mentalità, di non marciare sugli errori dei ragazzi per difenderci. I panni sporchi si lavano in casa”. La chiusa non poteva che essere una citazione del grande film di Darabont: “Quel che succede nel miglio, rimane nel miglio. Da sempre”.

Dall’accademia di belle arti a patinatore: “Se le aziende evolvono, non c’è motivo di vagabondare”

Sarà pure un’iperbole, ma per Antonio Napolitano, trentadue anni, è successo proprio così. Laureato al conservatorio e all’accademia di belle arti, Antonio oggi presta servizio con il ruolo di patinatore. “Non so, questioni di vita, il periodo storico o solo per ragioni di opportunità. Credo sia giusto allargare gli orizzonti, creare situazioni che si sposino con le nostre necessità, provare a raggiungere obiettivi magari mai messi in preventivo”.

Trasuda ottimismo, Antonio: “I miei genitori, come quelli di tanti coetanei, da sempre mi hanno spinto a cercare di accasarmi nel classico dinosauro statale. Ci trovi la serenità, dicevano. Invece io credo che la serenità si trovi nell’attenzione che l’azienda dà ai suoi lavoratori. E poi la stabilità male non fa, se ne hai bisogno per ragioni personali”.

Una differenza palese rispetto al passato. “Credo che i ragazzi oggi cerchino luoghi di lavoro attenti al cambiamento, e non mi riferisco solo alla digitalizzazione. Se le aziende evolvono, non c’è motivo di vagabondare troppo. Il nostro obiettivo si chiama pluralità di esperienze, ma se le imprese riescono a dare continuità ai processi non rischiano di pagare troppo lo scotto di un fisiologico turn over”.

Creare organizzazioni che sopravvivano alle persone ma che crescano grazie a loro, offrendo in cambio un vero bagaglio di competenze. Parole sante.

Photo credits: www.prioritalia.it