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Flex di Trieste: commesse al 90% da Nokia, ancora crisi. Ma a far paura è la delocalizzazione in Romania

Flex di Trieste: commesse al 90% da Nokia, ancora crisi. Ma a far paura è la delocalizzazione in Romania

Se qualcuno pensa che la Nokia non sia più decisiva sul mercato della tecnologia si sbaglia: a Trieste c’è un’azienda, la Flex, le cui commesse sono quasi al 90% garantite dalla multinazionale finlandese.

La crisi dello stabilimento triestino non è di oggi: con SenzaFiltro ne aveva scritto a giugno dello scorso anno Michela de Biasio nella rubrica di attualità del nostro giornale, Zona Franca. Purtroppo neppure il tavolo di confronto aperto lo scorso mese di novembre al ministero dello Sviluppo economico tra l’azienda, le parti sociali e i tecnici ministeriali sembra aver sortito gli effetti sperati.

Eppure per il 2022 l’azienda aveva stipulato accordi con la stessa Nokia e con Roboze, garantendo per tutto quest’anno la regolare attività di produzione dello stabilimento.

Poi la crisi del costo delle materie prime e la mancanza di ulteriori commesse ha determinato un rallentamento che rischia di trasformarsi in preoccupanti stop di qualche linea di produzione all’interno dell’azienda.

La cassa integrazione ordinaria coprirà 150 lavoratori fino al prossimo mese di giugno del 2022; poi sarà probabile che rischino davvero di non vedere la luce in fondo al tunnel.

Un incontro sindacale alle porte dell’azienda

Flex, quella dipendenza da Taiwan che mette a rischio la produzione

Flextronics Manifacturing S.r.l. è una multinazionale americana che nasce nel 1969 nella Silicon Valley in California, e ha sedi in tutto il mondo: in Italia, oltre che a Trieste, a Milano, Treviso e Somaglia. Attiva nel ramo delle telecomunicazioni, è specializzata in materiali elettronici, ed è una delle eccellenze del distretto industriale delle tecnologie digitali del Friuli-Venezia.

Che cos’è cambiato dal grido di allarme dello scorso giugno quando il nostro giornale se ne fece portavoce, passando dall’incontro al Mise di novembre? Lo abbiamo chiesto a Marco Relli, sindacalista della FIOM CGIL che segue, tra le diverse realtà aziendali, anche quella della Flex a Trieste.

“C’è da dire che tra le tante fibrillazioni in corso sul versante Flex tra poco abbiamo anche le elezioni per nominare le nuove rappresentanze sindacali tra i lavoratori all’interno dello stabilimento”, afferma Relli, contattato da SenzaFiltro. “La situazione che viviamo oggi parte anche dalla ‘dipendenza forzata’ che l’azienda ha nei confronti delle forniture in arrivo da Taiwan, che l’ha portata ad attendere invano l’arrivo dal Paese orientale dei materiali necessari alla produzione. A Taiwan, adesso, si guardano bene dall’inviare i materiali; vista la crisi attuale preferiscono tenerseli per loro. Come fai a costruire una scheda se ti mancano i componenti per farla?”.

A onor del vero c’è da sottolineare come questa crisi di settore, che vede Taiwan controllare quasi il 51% del mercato globale dei semiconduttori, ha portato (finalmente) la Commissione europea a muoversi decidendo di investire circa 50 miliardi di euro per aumentare la produzione dei semiconduttori in Europa, passando nei prossimi anni dal 10 al 20% e diminuendo allo stesso tempo la dipendenza forzata dei Paesi europei verso i Paesi asiatici. Questo è l’obiettivo dichiarato dalla stessa Commissione lo scorso mese di febbraio.

Marco Relli, FIOM CGIL: “Ora la grande preoccupazione è l’obiettivo Romania”. Delocalizzare sarebbe la fine

Tornando a Trieste, tra le varie commesse che la Flex può vantare c’è anche quella con l’ENEL relativa alla lettura elettronica dei contatori, a cui si dedicavano circa una sessantina di dipendenti: “Ma questa commessa sta per terminare, purtroppo”, continua Relli, e “c’è anche da dire che da tempo la direzione della Flex sta cercando in maniera assidua di trovare nuovi clienti”.

In città si parla di BAT (British American Tobacco) per il mercato ancora attivo e in espansione delle sigarette elettroniche: i tentativi di diversificare le commesse continuano, così come dichiarato dai vertici di Flex anche al Mise durante l’incontro tra rappresentanti aziendali, sindacali e tecnici del ministero tenuto lo scorso novembre al tavolo di crisi.

“Quello che preoccupa è il principio della delocalizzazione della produzione a Timisoara, dove la manodopera costa meno, senza contare che sta per scadere la cassa integrazione per gli 86 lavoratori somministrati in staff leasing, e che i lavoratori totali in cassa potrebbero diventare 150. È chiaro che se i prodotti che sviluppi, concretamente, li produci a Trieste, conservi l’occupazione. Stiamo parlando di 580 lavoratori, persone che lavorano da vent’anni e sono in linea produttiva. C’è la possibilità di non abbandonarli al proprio destino?”, si domanda Relli.

Oggi però è ancora Nokia che garantisce la maggior parte delle commesse all’interno della Flex. La multinazionale finlandese ha da poco siglato un’intesa con Sirti, hub di innovazione nello sviluppo delle infrastrutture di rete sul 5G. Lo scopo è realizzare un programma di creazione comune per rispondere alle richieste del mercato in ambito utility ed enterprise.

Intanto a Trieste si vocifera (e si spera) che Nokia possa portare proprio a Trieste altre sue produzioni. Per il momento sono solo rumor in attesa di conferma, ma sarebbe una ventata d’aria fresca per la città e i lavoratori del comparto.

Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, contattato da SenzaFiltro sulla questione Flex, ha invece dichiarato: “Relativamente alla complessa situazione che sta vivendo la Flex come altre aziende del settore in Italia, legata in primis alla difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, siamo in contatto costante con la Regione FVG sia per quanto riguarda l’adozione di misure a garanzia dei lavoratori, che per quelle relative al sostegno dei livelli produttivi”.

Diversificazione delle commesse, la regola d’oro disattesa da pubblico e privato

In ultimo, ma certo non per importanza, ci interessa sentire l’opinione di chi la fabbrica Flex la vive quotidianamente dall’interno e insieme ai suoi colleghi di lavoro: Sergio Cortesi è delegato sindacale RSU della FIOM CGIL all’interno dello stabilimento triestino. Contattato da SenzaFiltro dichiara:

“Noi, facendo due calcoli, rischiamo che la nostra cassa integrazione termini già ad aprile. Speriamo che con il periodo di ferie possiamo arrivare a coprire almeno fino alla fine dell’estate, anche se c’è da dire che in base ai diversi reparti produttivi, molti lavoratori stanno usufruendo totalmente della cassa integrazione, rimanendo a casa dal lavoro durante il corso di tutta la settimana. C’è una situazione di oggettiva difficoltà.”

Ma qual è la speranza di chi lavora alla Flex?

“Il lavoro che noi facevamo è stato delocalizzato in gran parte a Timisoara, in Romania, e ci arriva anche del materiale da uno stabilimento in Ucraina. Per il futuro noi facciamo affidamento su un nuovo prodotto Nokia ad alto valore aggiunto che si sta sviluppando, e che secondo l’azienda ha già molte richieste da parte dei clienti. Anche se la visione dell’azienda è molto a breve termine, anche di fronte ai diversi scenari di crisi che si stanno delineando. Se si considera poi l’aumento generale dei costi dato anche dalla crisi energetica, fino ad arrivare a quel che sta accadendo in questi giorni, la nostra tipologia di lavoro rischia di diventare ancor meno sostenibile”, conclude il delegato sindacale della FIOM CGIL.

La diversificazione delle commesse rimane un punto strategico da realizzare: è l’unica speranza per la Flex, così come auspicato sia da parte del sindacato che da parte dei rappresentanti dei lavoratori. Gli stessi vertici aziendali stanno lavorando per realizzare questo obiettivo.

L’errore strategico è anche quello di dipendere troppo da un fornitore “forte” come Taiwan, ma non capita solo alle imprese private: anche il nostro Paese negli ultimi anni ha portato la dipendenza da fornitura di gas verso la Russia al 45%, e in tempi di crisi come quelli che viviamo proprio in questi giorni, la diversificazione rappresenta un vantaggio competitivo che non ci si può più permettere di ignorare. Il rischio è che a farne le spese siano sempre gli ultimi: i cittadini e i lavoratori.

Leggi gli altri articoli del reportage 109, “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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