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Trieste, la Flex non si piega ma si spezza: 86 esuberi e rischio delocalizzazione

Trieste, la Flex non si piega ma si spezza: 86 esuberi e rischio delocalizzazione

Sergio Cortesi, RSU FIOM: “I nuovi clienti non sopperiscono alla perdita dell’esclusiva con Nokia. Ora tutto si basa sul prezzo: la produzione si sposterà nei Paesi low cost”. Ma l’azienda è strategica per PNRR e Next Generation EU.

Altri sei mesi di incertezze per i lavoratori della Flex di Trieste, multinazionale delle telecomunicazioni specializzata in materiali elettronici, eccellenza del distretto industriale delle tecnologie digitali del Friuli-Venezia Giulia.

Dall’incontro di martedì 22 giugno con il Ministero dello Sviluppo Economico, dai vertici dell’azienda e dai responsabili dei sindacati non è arrivata nessuna risposta definitiva, tranne la promessa da parte della Flex di non dare avvio agli esuberi almeno fino a dicembre 2021.

A giustificare la crisi e le incertezze sul futuro, come emerso dal tavolo di confronto, ci sarebbe il mancato rinnovo da parte di Nokia del contratto di esclusività con la Flex per la fornitura dei propri prodotti. Una notizia che, sino all’incontro con il Mise, non era stata resa nota ai sindacati, che tuttavia ritengono che l’azienda fosse al corrente da tempo di questa decisione, visti i tentativi già avviati per diversificare il proprio parco clienti.

I rappresentanti della Flex presenti alla riunione non si sono potuti esimere di fronte alle richieste del Ministero di condividere questa informazione, ma sino a questo momento si erano sempre rifiutati di dare ulteriori spiegazioni.

Un’esclusività, quella con Nokia, durata cinque anni, iniziata dopo l’acquisizione da parte della Flex dell’ex stabilimento Alcatel-Lucent nel 2015, e che oggi viene meno a seguito della decisione di Nokia di prediligere una politica di prezzo nella ricerca dei proprio fornitori. Questo al fine di abbattere i costi a discapito di chi negli anni è stato in grado di fornire e perfezionare le componenti fondamentali alla produzione dei prodotti di questo marchio. La situazione di crisi che si somma a quella della fornitura dei materiali, che ha colpito e continuerà a colpire la Flex, come tutte le altre aziende di elettronica del mondo.

Flex di Trieste, chi sono gli 86 lavoratori a rischio esubero

Tra i seicento lavoratori della Flex, a essere interessati dai possibili esuberi previsti ( che secondo i sindacati si aggirano intorno al 15-20%)sarebbero soprattutto gli 86 lavoratori con contratto di somministrazione, molti dei quali con una lunga anzianità di servizio (fino a 11/12 anni) e spesso con posizioni di rilievo nel processo produttivo.

Nella pratica coloro che hanno contratti di somministrazione sono infatti lavoratori a tutti gli effetti, come quelli con contratto diretto con l’azienda. Sulla carta però non è così, e in caso di crisi sono i primi a essere messi in discussione: lavoratori che erano presenti in azienda anche quando la proprietà era Alcatel-Lucent, e che oggi, a causa di questa situazione, hanno le prospettive del loro futuro messe in stand by fino a dicembre, senza un’idea chiara di cosa li possa aspettare dopo.

Per ora l’azienda ha preso tempo, e per i prossimi sei mesi non ci sarà nessuna riduzione del personale. Questo probabilmente verrà consentito dall’uso di misure quali la cassa integrazione, già applicata nei mesi scorsi per far fronte alla diminuzione dei volumi di produzione.

Quello che serve ora ai lavoratori della Flex, tuttavia, sono delle risposte immediate.

La Flex e lo spettro della delocalizzazione: i nuovi clienti non bastano

Secondo Sergio Cortesi, rappresentante RSU FIOM dell’azienda, tra le possibili soluzioni primeggia la diversificazione dei clienti, su cui la Flex sta puntando molto.

“Ci sono già delle possibili finestre aperte: ad esempio abbiamo una parte di piccola lavorazione per Enel su cui sono state aperte altre gare per nuovi tipi di prodotti, o una nuova azienda che produce stampanti 3D; tuttavia si tratta di clienti che per ora non possono sopperire il volume di produzione che garantiva l’esclusiva con Nokia. Questa strategia andrà quindi rafforzata per non rischiare di arrivare, a dicembre, a una situazione senza ritorno.”

Prima di questo momento di stallo, la produzione di Trieste era collegata con quella dello stabilimento rumeno: “Lo stabilimento in Romania ha un tipo di produzione uguale al nostro”, spiega Cortesi, “ma i prodotti prima venivano sviluppati a Trieste, e una volta terminato questo processo veniva avviata la produzione di massa nello stabilimento in Romania. Questo processo di sviluppo prevedeva anche la risoluzione di tutti i possibili problemi di realizzazione e una prima fase di preproduzione made in Italy, che consentiva di organizzare la produzione rumena. La catena così creata permetteva allo stabilimento di Trieste di sviluppare progressivamente i nuovi prodotti via via richiesti da Nokia. Ora, non avendo più questa esclusività, siamo in competizione con altre aziende del settore e si basa tutto sul prezzo, andando verso la delocalizzazione anche di questo tipo di lavorazioni, verso Paesi con un costo del lavoro più basso”.

Così, ora che Nokia è intenzionata a rivolgersi ad altri fornitori, il rischio è che la mancanza di volumi produttivi adeguati spezzi questa catena tra lo stabilimento italiano e quello localizzato in Romania. “La produzione continuerà in Romania e negli altri Paesi low cost, e qui resterà un vuoto di lavoro che non si potrà più recuperare, portando alla perdita di posti di impiego. Anche nel caso in cui si torni alla normalità, spezzare questa catena renderà molto difficile la sua riattivazione”.

Diventa così necessario agire subito per non andare incontro a esuberi, e alla perdita non solo del personale, ma anche di tutte le sue competenze specifiche perfezionate negli anni di sviluppo prodotto.

Senza aziende come la Flex, altro che autostrada digitale

Quello della Flex di Trieste è uno stabilimento all’avanguardia, soprattutto nel campo delle telecomunicazioni in fibra ottica, una tecnologia fondamentale al fine della realizzazione della famosa autostrada digitale necessaria allo sviluppo dei territori e di tutto il Paese. Diventa così paradossale la perdita di occupazione in uno dei settori di punta nei programmi del Governo, che sta invece dirigendo ingenti fondi proprio verso la direzione della digitalizzazione.

Come sottolineato da Cortesi, “sia il PNRR che i finanziamenti europei Next Generation EU destinati all’Italia potrebbero essere un’occasione per lo stabilimento triestino, che ha tutte le potenzialità per essere parte strategica di un progetto made in Italy di implementazione delle reti di telecomunicazioni”.

I fondi internazionali perla digitalizzazione del territorio, nel caso in cui Nokia possa essere interessata, sono quindi una possibilità importante – cum grano salis. Continua infatti Cortesi: “Bisogna però fare attenzione al rischio che questi fondi vengano impiegati effettivamente sul territorio, e per mantenere o aumentare l’occupazione presente. Un’azienda non può prendere questi fondi e poi andare a produrre all’estero. Per noi ci dovrebbe essere un collegamento tra i fondi che lo Stato dà a un’azienda e a quello che questa porta sul territorio”.

Sindacati e il ministero faranno pressione fino a dicembre per i lavoratori e il territorio

L’impegno dei sindacati è quello di mantenere aperti gli spazi di confronto con il ministero e l’azienda, per non rischiare di far passare questi sei mesi senza che vi sia la reale possibilità di trovare una soluzione concreta da attuare anche prima delle tempistiche previste dall’impresa. La richiesta del sindacato è quindi quella di avere altri incontri prima di dicembre, in un’ottica di lavoro comune.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, in tal senso, ha garantito nuovamente la sua piena disponibilità a cercare un piano di rilancio per lo stabilimento di Trieste al fine di mantenere attiva l’intera forza lavoro impiegata.

Il rischio, nel caso non si arrivi a una soluzione condivisa, è che a pagare siano ancora una volta diritti, lavoratori e territori locali, mentre nel frattempo i grandi gruppi internazionali possono continuare a beneficiare del dumping fiscale e salariale e delle pratiche di delocalizzazione verso i Paesi a basso costo del lavoro.

La speranza di sindacati e lavoratori è riposta nelle nuove prospettive di lavoro per l’azienda, per non perdere quella che potrebbe invece essere un’occasione di crescita per il territorio.

Photo credits: friulisera.it