Cultura del lavoro

Nell’attesa che il presente finisca

Dal lavoro di oggi ci si isola o si fugge: non siamo più in contatto con quelle norme etiche che chiamavamo cultura. Questo rende il futuro un’emergenza sociale.

Secondo Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, “la nostra epoca è passata dal mito dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia a un altro mito, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo”. Quella impotenza Spinoza la chiamava “passione triste”; l’incapacità di comprendere ci spinge a vivere il mondo e gli altri come una minaccia.

Quando scopriamo la trama complessa delle cose incontriamo abitudini e gusti nuovi con fastidio, non più con curiosità e spirito di apprendimento, non accettiamo i processi di trasformazione. Se non riusciamo a cucire i nessi fra particolare e universale, singolare e collettivo, tra il fenomeno e il sistema, rischiamo di essere travolti dalla percezione di una situazione che non presenta vie d’uscita. I legami, i luoghi, il lavoro, si fanno più temporanei e meno lineari, la vita perde significato.

Si diventava adulti appartenendo alla scoperta e alle tradizioni, ai luoghi, al lavoro con la sua fatica, con il fare concreto e tangibile, nel sostenere gli ambiti familiari e le possibilità sociali di crescita. Quel lavorare, anche come prospettiva, non sembra esistere più: si è consumato nel suo appellarsi al sacrificio, nella sua dedizione totalizzante, nel suo pretendersi come assoluto di vita.

Nelle ultime decadi si è lavorato soprattutto per sopravvivere, poi per acquistare prodotti e infine per pensionarsi. In cambio il sistema (economico, di politiche sociali, di conservazione dei poteri) ha preteso allineamento, esecuzione cieca, accettazione di autorità, talvolta di soprusi. Ci ha abituati a pensare che discriminazioni, sofferenze, precarietà, rassegnazione siano sempre elementi necessari della vita. Abbiamo imparato che il nostro lavoro lo si deve tenere stretto perché non esistono alternative, mobilità, autonomia. La scala sociale è sabotata, il discorso civile silente.

Il destino in questo trauma di sistema sembra essere solo quello di subire, di abitare il represso, di chiudersi all’interno di posizioni rigide, difensive, sospese, o di fuggire lontano. Fughe consolate dal pensiero del “si vive una volta sola” (YOLO), fughe che assumono in certi luoghi il peso di fenomeni collettivi (The Great Resignation). Negli USA, secondo McKinsey, tra aprile e settembre 2021, ben 19 milioni di americani si sono dimessi pur non avendo un’alternativa pronta. Stress e burnout ne sono le ragioni primarie: negli ambienti di lavoro tossici si vive schiavi di tensioni, di forme di bullismo manageriale basato sulla difesa a ogni costo, sull’assenza di riconoscimento delle competenze, nel mancato rilascio di autonomia e delega reali.

Non siamo stati capaci di trasformare il lavoro in un momento di felicità: il lavoro si dovrebbe compiere per sentirsi parte attiva e orgogliosa di qualcosa.

Siamo noi il peso del mondo (e le sue vittime)

Quando le relazioni, lo studio e il lavoro sono subiti con sofferenza, l’individuo non vuole più affrontare sfide o inseguire mestieri appaganti; preferisce rinunciare, rinchiudersi in dimensioni protette (illanguidire, come dicono gli psicologi). Diventiamo vittime del peso del mondo e smarriamo la forza dei sogni, rinunciamo a immaginare: è una tragedia collettiva.

“In un mondo fissato con il vittimismo, il trauma sarebbe diventato una sorta di status distintivo” scrive la critica letteraria Parul Sehgal del New York Times. Se ci riteniamo vittime non ci fidiamo e finiamo col credere in tutto ciò che ci fornisce l’illusione di poter avere un ruolo almeno nei processi di distruzione. Ci facciamo macigno legandoci a milioni di altri individui malinconici, rabbiosi e solitari. Aderiamo a comunità rancorose che preferiscono bruciare il proprio capitale di relazioni e fiducia all’interno (bonding) invece di investirlo per ampliare la propria conoscenza relazionale (bridging). In quanto generazioni digitali, native o parvenu, lo facciamo non più “protestando” in piazza, ma “seguendo”, “piacendo”, “postando” con furia, senza ascolto verso voci che non ri-conosciamo. Ci esprimiamo senza pausa, senza fuoco, senza senso.

Marciando all’interno di reti fumose vinciamo battaglie virtuali contro l’opinione, combattiamo a colpi di hype, dentro le nostre bolle trolliamo interazioni compulsive. La ribellione al sistema, la protesta necessaria quando fatta in nome dello spirito critico, del progettare miglioramenti o dell’autentico coinvolgimento, si aggrappa all’improvvisato articolo già smentito, al primo studio trovato in rete, al dato già consumato o scaduto.

Se il macigno è di granito, anche le nostre convinzioni lo diventano.

La realtà particellata delle bolle individuali

Torniamo raccoglitori, non più di cibo ma di conferme, e non ci accorgiamo che fenomeni di protesta vengono derubricati immediatamente a momenti di fuga, ad accadimenti funzionali al desiderio che nulla cambi.

Alcune reazioni – hikikomori, la vita rinchiusa e separata; The Great Resignation, la grande fuga dal lavoro – sono segnali che emergono in modo serio, ma vengono masticati e ingabbiati con rapidità. Ciò che ne resta è modellato mediaticamente per essere ridotto all’irrilevanza. Il paradosso è che quelle urla ad alta voce creano un enorme rumore di fondo che tutto complica e astrae.

In Lezioni da un secolo di vita, quando Edgar Morin scrive “la Realtà si nasconde dietro le nostre realtà”, vuole dirci che nel flusso di parole rotolanti la cronaca contingente occupa sempre il piano della scena, che migliaia di singoli accadimenti offuscano ogni visione di insieme. La realtà viene particellata, ogni evento reclama per sé una verità che vuole dirsi definitiva nella pretesa di essere un momento esemplare.

Abbiamo una comprensione debole delle conseguenze su larga scala, dei cambiamenti nei comportamenti collettivi. Stare connessi significa sconnettersi: subendo il ritmo delle notifiche dei social network, misurando il numero dei follower o dei like, allontanando la consapevolezza di sé. Il tentativo di controllo genera però solo bolle confermative.

Il nomadismo comune della nostra epoca e la nuova poetica della relazione

È la generazione di senso la vera questione. In fondo anche il pensiero You Only Live Once parla di questo. Se tramontano i sogni personali, l’unica speranza è che ne sorgano di collettivi. Dobbiamo distrarci dai fenomeni in primo piano e provare a ricostruire gli immaginari, la capacità di vedere l’intero e di sognare.

I nostri antenati hanno vissuto in piccoli gruppi che abitavano un ambiente irto di pericoli. Il potere e l’autorità erano accettati sulla base della paura di essere abbandonati soli in un luogo ostile. Poco è cambiato. Il terrore è ancora quello di essere spinti a partire per un lungo viaggio, attraverso una terra che sembra non conoscere varietà e fertilità; soltanto un inverno perenne e solitario. Il punto è lì: per uscire dal trauma si devono attraversare con coraggio e sensibilità le terre ignote, per scoprire che non esistono una sola stagione, il rumore continuo, un unico destino.

Il rilancio della cultura nomade ci offre un potenziale enorme: dai grandi flussi migratori che ci attraversano alla consapevolezza che uscire dai recinti chiusi (come le grandi e piccole società industriali o dei servizi), che si pensavano permanenti e sicuri, significa generare una visione che superi il limite e in cui si riaprano le grandi frontiere del cambiamento. Non si tratta di un nomadismo lineare e solitario, predatorio, ma di un percorso circolare e condiviso. Si tratta di ricostruire la fertilità dei tessuti sociali.

Errare è necessario. È la natura di ciò che incontriamo che disegna il nostro vissuto, che crea appartenenze e posizioni. Per dare senso a quella Grande Dimissione, a quel You Only Live Once, serve una nuova poetica collettiva della relazione e dell’attraversamento; occorre favorire con coraggio le persone che co-creano esperienza sul posto di lavoro, premiare chi si prende genuinamente cura degli altri. Servono esploratori, pionieri, cercatori. Servono persone capaci di prendersi cura.

È importante sviluppare sistemi sociali che credano nella bellezza del lavoro, dell’impegno, dello scambio nella “carne” della vita come proponeva Merleau-Ponty, che promuovano benessere anziché requisire la nostra attenzione, la nostra voce, il presente, e con quello il futuro collettivo.

Leggi il mensile 114, “Il silenzio degli indigenti“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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Giorgio Di Tullio

Progettista di strategie, di piattaforme di ri-generazione culturale e di ricerca; la formazione e l’esperienza orientate alle forme ed alle pratiche della complessità sono le cifre di una biografia particolare. Era a Mosca quando è caduto il muro di Berlino, a Cape Town per la fine dell’apartheid; ha indagato in Bosnia, Corea del Nord, Islanda, Nuova Caledonia, Cina, Tanzania, i loro forti processi di trasformazione. Ha supportato, un po’ contribuito a cambiare, il mondo delle imprese italiane e degli oggetti, dei cibi e del benessere. Coordina diversi gruppi di ricerca e di sviluppo per l’innovazione nelle organizzazioni, nell’identità, nei processi, negli oggetti. Ha disegnato sistemi e prodotti con riconoscimenti di mercato e con premi internazionali. Tiene corsi in università ed enti italiani ed internazionali, testimonia a convegni e seminari il senso e la direzione dei cambiamenti sociali ed economici.

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