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Grafici freelance: non basta la creatività per sopravvivere

Grafici freelance: non basta la creatività per sopravvivere

Contributi non pagati, assegni di maternità in ritardo di mesi. L'Inps? Un totem freddo e distante. Raccontiamo una professione in cui spesso i "dipendenti" hanno una partita Iva.

Lara Mariani

22 Dicembre 2020

Circa venti giorni fa dal sito del nostro giornale è partito un appello. Volevamo raccontare le esperienze dilavoro non protetto” attraverso la voce diretta dei nostri lettori, e purtroppo, manco a dirlo, avete risposto in tanti. In particolare le prime a farsi avanti sono state giovani mamme che hanno dovuto affrontare la maternità con una partita Iva. Dalla prima telefonata con Martina sono partiti tanti altri contatti, una catena molto tesa e molto lunga, e con il tempo vogliamo dare voce a tutti i suoi anelli.

Per primi, viste le testimonianze arrivate, abbiamo scelto di dar voce ai grafici freelance, una categoria di professionisti molto ampia che non ha ancora un albo di riferimento.

“Volevo lavorare durante la maternità, mi hanno detto di non farlo”

“La nostra – mi spiega Lisa, che è una grafica editoriale – è una categoria davvero bistrattata. Forse non è neanche questione di appartenere o meno a un albo. Il problema è che questi lavori relativamente recenti non sono normati e tutelati; ad esempio non abbiamo dietro le spalle sindacati strutturati come gli operai o i metalmeccanici. Il mio, come quello dei consulenti informatici e in generale tutti i lavori nati da poco, non ha praticamente nessuna tutela”. 

In realtà esistono associazioni come ACTA (l’associazione dei freelance), molto attiva per riconoscere e valorizzare il lavoro indipendente, ma le disparità di trattamento sono ancora enormi, e purtroppo le testimonianze date a SenzaFiltro lo dimostrano chiaramente.

Giulia Biscottini è la prima che decide di metterci nome e faccia, e non esita a mandarmi la sua dichiarazione dei redditi e tutte le comunicazioni e le richieste mandate all’Inps come testimonianza della sua esperienza.

“Il disagio più grande è arrivato con la mia seconda gravidanza. Io sono una grafica editoriale, e lavoro con clienti che mi seguono da parecchi anni. All’epoca della mia seconda gravidanza si parlava di una legge che permettesse ai lavoratori autonomi di continuare a lavorare nonostante la maternità”.

Questo perché si prendeva in considerazione la particolare e diversa natura del lavoro autonomo: è un lavoro che spesso procede grazie a clienti che ti sei conquistato nel corso del tempo, e che non puoi abbandonare per mesi. Dietro al freelance non c’è un’azienda che si può permettere di sostituire un grafico con un altro professionista. 

“Io non potevo dire ai miei clienti che sarei rimasta fuori dai giochi per cinque mesi, anche perché se sparisco è naturale che il cliente si rivolga a qualcun altro. Ho chiamato l’Inps più volte per chiedere la garanzia di lavorare senza perdere la maternità, ma nessuno mi ha dato la conferma di poter continuare a fatturare senza perderla. Anzi, tutti mi hanno consigliato di non lavorare per non rischiare di perdere il diritto all’assegno maternità”. 

Maternità in ritardo, tasse in perfetto orario: grazie, Inps

Alla fine Giulia ha deciso di non lavorare.

“Ho fatto questa scelta senza sapere che l’Inps non mi avrebbe pagato la maternità nei tempi stabiliti. Il primo assegno di maternità è arrivato quando la bambina aveva già otto mesi (il 27 novembre 2018); io nel frattempo avevo ricevuto solo il bonus bebè da 800 euro, e stavo sostenendo tutte le spese che comporta l’avere due bambini piccoli. Nel frattempo però a giugno sono anche arrivate le tasse da pagare. Non entro tanto nel merito del calcolo dell’assegno di maternità, anche se è più basso di quello che guadagno mensilmente perché è calcolato non sulla media di tutti gli anni precedenti, ma sulla media degli ultimi due anni (periodo in cui era nato il mio primo figlio e naturalmente avevo lavorato e fatturato meno). Comunque non mi lamento della cifra, sono le tempistiche che sono state insostenibili”.

Ovviamente, non essendo in grado di pagare le tasse, Giulia ha dovuto rateizzarle, e il secondo e ultimo assegno di maternità lo ha ricevuto soltanto una volta finito di pagare, cioè a gennaio 2020 quando sua figlia aveva un anno e mezzo. Nelle sue parole non c’è rabbia, ma un senso di frustrazione che si percepisce anche se non vedo il suo sguardo.

“Tutto questo ritardo mi ha causato un disagio enorme, perché ho dovuto dar fondo ai risparmi e non sono più riuscita ad accantonare i soldi per pagare le tasse in modo regolare. Per fortuna ho un compagno e una famiglia alle spalle, ma ancora oggi tutte le volte che arrivano le tasse devo rateizzarle e non sempre riesco a sostenere il pagamento da sola. E visto che lavoro tanto, e da tanti anni, per me è davvero inaccettabile”.

Quando l’azienda scappa all’estero (senza pagarti i contributi)

Lisa (nome inventato) invece ci tiene e rimanere anonima, perché la sua storia coinvolge persone con cui ha ancora rapporti e lavorano nelle aziende di cui parla, e non vorrebbe metterle in difficoltà.

“Ho lavorato tanti anni in un’agenzia di comunicazione milanese. Avevo un contratto a progetto, ma senza i vantaggi che questo comporta. Infatti avevo orari ben definiti, (dalle 8.30 del mattino alle 17.30), e molto spesso mi erano richiesti degli straordinari. Quando sono rimasta incinta ho scoperto che non mi avevano pagato i contributi, e che quindi non avevo diritto alla maternità. Il problema è che lo Stato, se i datori di lavoro sono inadempienti, non tutela il lavoratore. Io ho anche fatto una denuncia all’Inps, ma è rimasta lettera morta. Mi mancavano quattro anni di contributi, ma l’azienda ha dichiarato fallimento”.

Quando le chiedo di darmi un riferimento temporale Lisa mi riporta a sette anni fa. “Oggi – aggiunge – i co.co.pro non ci sono più, ma sono stati sostituiti dalle finte partite Iva. Dall’alto hanno capito che i co.co.pro erano puro sfruttamento del lavoratore e li hanno voluti eliminare, ma fatta la legge poi si fa sempre anche l’inganno, e oggi i dipendenti sono costretti a lavorare con partita Iva”.

Quando è rimasta incinta Lisa, sostenuta dal suo compagno, ha deciso di lasciare l’agenzia milanese, ma non ha avuto nessun altro sostegno. Dall’Inps si è sentita dire soltanto: ci dispiace, ma non è un problema nostro se i datori di lavoro non erano in regola con i contributi. L’Inps infatti, in quegli anni, risarciva i contributi persi a causa del mancato pagamento da parte dei datori di lavoro solo se si aveva un contratto a tempo indeterminato, altrimenti nulla era dovuto.

L’Inps in seguito ha coinvolto Equitalia e, messa veramente alle strette, l’agenzia ha dovuto versare qualche contributo. “Ad oggi però mi mancano ancora due anni di contributi, e tutte le volte che mi sono recata personalmente presso gli uffici Inps non ho mai ottenuto risposte. Ho trovato burocrati disinteressati alla mia situazione e capaci solo di consigliarmi di rivolgermi a un avvocato. Non l’ho fatto perché avevo paura che mi sarebbe costato più di quanto avrei ottenuto, visto che nel frattempo i titolari dell’agenzia erano anche scappati all’estero”.

Oggi l’Inps “ha messo una pezza” a questa situazione e tutela anche i non dipendenti, ma ai tempi della gravidanza di Lisa la tutela non era contemplata. Ora Lisa dovrebbe fare causa per ottenere i soldi che le spettavano per la maternità.

“Sostituita da una dipendente a partita Iva. E non sono l’unica”

Dopo quell’esperienza e le due gravidanze Lisa non è mai riuscita completamente a rientrare nel mondo del lavoro. Abbandonato il capitolo delle agenzie di grafica e comunicazione, ha tentato la strada aziendale ed è andata a lavorare in una grossa azienda fitofarmaceutica di Gallarate.

Era il 2016. L’ambiente era serio e strutturato, e soprattutto cercavano una grafica da inserire internamente perché non volevano più rivolgersi alle agenzie. A lei sembrava oro colato, la proposta era un contratto di prova di sei mesi per poi passare a un’assunzione a tempo indeterminato.

“Era un bell’ambiente con orari corretti, e non pretendevano che facessi ore di straordinario perché non avevano l’esigenza incombente di andare in stampa. Il punto è che, allo scadere dei sei mesi, invece di farmi il contratto a tempo indeterminato mi hanno lasciato a casa. Poco dopo, grazie ad amicizie comuni, ho scoperto che mi avevano sostituito con una ragazza a partita Iva. Era il 2016 e, sempre grazie a queste amicizie comuni, so per certo che questa ragazza lavora ancora lì, perché ha accettato di fare la dipendente con partita Iva. Io ho provato a denunciare questa situazione, ho mandato delle PEC all’ispettorato del lavoro chiedendo di andare a fare dei controlli, ma nessuno mi ha mai risposto”.

Chiusa anche questa esperienza e visto che doveva gestire anche i due figli, Lisa ha preferito lavorare da libera professionista. Dopo un primo anno faticoso ha cominciato a ingranare, tanto che stava quasi pensando di aprire lei stessa un’agenzia. Poi è arrivato il COVID-19 e ha abbandonato l’idea, perché ovviamente c’è stato un tracollo della domanda. “Ora – conclude Lisa – la situazione sta lentamente migliorando e sui diversi siti che consulto vedo parecchi annunci, ma quasi tutti vogliono la presenza in azienda, e quando vai a fare il colloquio vogliono sempre la partita Iva. In tanti annunci poi c’è scritto a chiare lettere NO SMART WORKING”.

“Per me che ho due figli e abito vicino a Busto Arsizio, recarsi a Milano per lavorare non è semplice. Ma il vero problema è che il mio caso non è un’esperienza unica. Ho tanti colleghi con cui comunico spesso, anche attraverso i forum, e purtroppo le esperienze si ripetono. E non soltanto in piccole agenzie”.

“Io, ex grafica, mi sono reinventata per raggiungere l’indeterminato”

Dopo le denunce di Giulia e Lisa ho chiamato un’amica ed ex collega che ha fatto per anni la grafica editoriale, ma che ora si dedica a tutt’altro. Anche lei ha avuto da poco una bambina, ma l’azienda di Sant’Arcangelo di Romagna per cui oggi lavora l’ha trattata con i guanti. Anzi, le hanno dato la possibilità di fare smart working molto prima che arrivasse il COVID-19. Però prima di arrivare a Sant’Arcangelo di strada ne ha fatta parecchia, e ho pensato che valesse la pena ripercorrerla insieme.

Anna ha iniziato lavorando in nero a Napoli (la sua città) mentre si pagava la scuola di grafica. Poi si è trasferita a Bologna, ma non pensate che l’aver percorso 600 km verso Nord le abbia procurato un contratto: anche a Bologna il primo lavoro ha dovuto accettarlo in nero.

“Ricordo che ero rientrata a Napoli per le vacanze di Pasqua e il titolare dell’agenzia pretese che tornassi prima del previsto, nonostante non mi avesse fatto uno straccio di contratto. Però ero giovane (era il 2008), appena trasferita in una nuova città, e non potevo permettermi di perdere il lavoro. Così il giorno di Pasquetta ho preso il treno e sono rientrata a Bologna.”

“Attraverso questo lavoro ho conosciuto colleghi che mi hanno consigliato altre realtà dove finalmente ho avuto lavori più seri, almeno con un contratto. Mi hanno indicato un’agenzia di Cento di Ferrara dove mi hanno tenuto un anno con un contratto a tempo determinato, e successivamente ho trovato lavoro in centro a Bologna presso un editore. Lì ho avuto per due anni un contratto a progetto (anche se mi imponevano orari ed ero costretta ad andare in ufficio tutti i giorni, almeno avevo un contratto). Dopo due anni il progetto si è trasformato in un tempo determinato, ma nonostante le garanzie lo stipendio per me non era sufficiente e avevo bisogno di cambiare aria.”

“Così sono entrata a far parte di una startup fiorentina per lavorare alla realizzazione di un’app creando l’interfaccia. Sono riuscita a cavalcare l’onda perché cominciava a esserci grossa attenzione verso le app e verso l’esperienza utente. Mi sono reinventata, non sono più un grafico: oggi mi occupo di user experience e progetto prodotti e servizi per un’azienda romagnola, che dopo i primi mesi a partita Iva mi ha assunto a tempo indeterminato. Ho tantissime agevolazioni, tra cui il lavoro da remoto, e ora che ho una bambina è un vantaggio enorme. Siamo tutti di regioni diverse e ci ritroviamo in ufficio soltanto quando è davvero necessario. Ma questo anche prima del COVID-19.”

Freelance, è il momento di cambiare. A partire da alcune risposte

In pratica Anna è uscita dal mondo dei freelance, ma lo ha fatto cambiando completamente mestiere. Non credo però che questo debba essere il destino di tutti i grafici. Credo che sia necessario cominciare a dare delle risposte agli appartenenti a un settore che dovrebbe essere normato e tutelato.

Giulia vorrebbe un albo a tutela della categoria, perché pensa che l’albo possa fare la differenza, come ad esempio succede per gli architetti.

Lisa vorrebbe risposte dall’Inps, che davanti a un imprenditore inadempiente si dichiara inerme e incapace di sostenere il lavoratore.

Io, come lei, vorrei capire perché in questo Paese è concesso agli imprenditori di assumere dipendenti a partita Iva, anche quando i cittadini fanno segnalazioni mirate e precise.