Green pass: ragione e sentimento o orgoglio e pregiudizio?

“Solo in Italia e in Francia esiste questa tipologia di Green pass. Che tra l’altro è un aspetto ben diverso dalla campagna vaccinale. Serve una Costituente del pensiero critico”. Carlo Cuppini, promotore della petizione “Green pass: le ragioni del no”, intervistato da SenzaFiltro.

Se c’è un gesto nuovo a cui abituarsi dal 2020 in poi, questo gesto è il selezionare con cura i contenuti informativi e controinformativi legati alla pandemia. E proprio nel fiume di messaggi che vorrebbero saturare anche il mio cellulare, qualche settimana fa è comparso un amico che mi segnalava la figura di Carlo Cuppini.

Di solito meno conosco e più mi vado a informare. Carlo Cuppini è un redattore editoriale e responsabile di un bookshop museale a Firenze. In modo trasfigurato, e senza malattie di mezzo, il suo ultimo libro Il mistero delle meraviglie scomparse (Marcos Y Marcos, 2021) parla anche di ciò che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo, con il mondo in panne, e lo fa dedicandolo ai bambini. Le uscite dei libri sono sempre accompagnate dai calendari di presentazione, dagli incontri aperti: non stavolta purtroppo.

Carlo Cuppini, redattore editoriale e promotore della petizione "Green pass: le ragioni del no".

“Dal 2020 abbiamo assistito a una piena dimenticanza della condizione dei bambini e dei più giovani, le loro debolezze non sono state minimamente prese in considerazione dal discorso pubblico (SenzaFiltro si è occupato anche di questo tema con un articolo di Marco Brando nel mensile di settembre, edito in formato digitale e cartaceo e disponibile dal 17/09/2021, N.d.R.). Soltanto un paio di mesi dopo l’inizio dell’emergenza la politica ha iniziato a usare la parola bambini, e solo in risposta alla domanda di una giornalista che in conferenza stampa chiedeva riscontri sulla famosa ora d’aria dal lockdown. Credo non abbia fatto riflettere solo me il fatto che nel Paese di Gianni Rodari, di Maria Montessori e di famosi pedagogisti, i minori sono stati messi da parte. I libri ci aiutano a capire e io sto cercando modalità alternative per conoscere i lettori e parlare con loro perché rifiuto eventi che prevedano il Green pass”.

Carlo Cuppini: “Parliamo di Green pass, non di vaccini: in Europa solo noi e la Francia lo usiamo così”

Carlo Cuppini è infatti uno dei due promotori della petizione “Green pass: le ragioni del no” rivolta al Presidente della Repubblica e sottoscritta a oggi da 51.275 persone. Prossimo obiettivo le 75.000 firme.

L’altro nome è quello di Olga Milanese, avvocato. E di giuristi in effetti abbonda l’elenco di nomi che hanno scelto di aderire a un documento che ha un solo scopo: sviluppare un pensiero critico sull’imposizione politica e sanitaria del Green pass e ricordare i fondamenti giuridici dei nostri diritti e delle nostre libertà: la Costituzione, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che meglio conosciamo come Corte di Strasburgo, la Dichiarazione dei Diritti fondamentali dell’uomo.

Giorgio Agamben e Carlo Freccero hanno senza dubbio fatto da volano tra i firmatari, ma la molla che mi ha portata a conoscere Carlo Cuppini è l’inerzia con cui, ormai per abitudine, gli italiani preferiscono prendere in prestito le risposte di altri piuttosto che farsi qualche domanda propria.

“Questo documento, che poi è diventato una petizione, è nato nei primi giorni di agosto scorso, quando è stato chiaro che l’Italia stava andando verso un Green pass dall’accezione completamente diversa da quella prevista dalla UE. All’interno di un gruppo di confronto di cui faccio parte, Olga Milanese ha subito proposto di mettere nero su bianco le violazioni legate al Green pass. È un documento di natura giuridica a cui abbiamo aggiunto una valutazione etica e politica finale, e nella prima fase lo abbiamo fatto girare per canali interni coinvolgendo nomi di spicco tra filosofi, scrittori, intellettuali, giornalisti, magistrati, giuristi, scienziati, docenti universitari. La scelta di trasformarlo in petizione è arrivata dopo, proprio grazie a una spinta collettiva che non avevamo previsto, ma nella quale confidavamo. Nei primi giorni avevamo già raccolto 35.000 firme. Sappiamo bene che sono numeri piccoli, ma bisogna anche iniziare a ragionare di qualità del pensiero e non più solo di quantità delle masse”.

Appunto, le masse. Come si scalano i numeri per cercare di arrivare a un pubblico più vasto, e quali sono le resistenze in atto?

Stiamo lavorando su più fronti, e dico “lavorando” senza dimenticare che ognuno di noi fa altro: abbiamo vite personali e professionali che ci assorbono, abbiamo famiglie e problemi come tutti. Diciamo che stiamo passando notti e notti in bianco per costruire e portare avanti una strada costruttiva per il pensiero pubblico. Gli obiettivi però ce li abbiamo chiari, sia noi come intestatari della petizione, sia tutti coloro che hanno aderito e continuano a farlo: da una parte vogliamo allargare la sottoscrizione popolare – e sappiamo benissimo che non raggiungeremo i milioni di persone – e dall’altra cerchiamo l’autorevolezza delle firme, perché mai come adesso il dibattito pubblico della maggioranza addita le ragioni del no sul Green pass provando a screditarne il valore, ad affossare coloro che divergono rispetto all’obbligo.

Il vizio madre del dibattito pubblico sta nel confondere le idee. Parlare di Green pass, e delle debolezze giuridiche che evidenziate, non ha niente a che vedere con la scelta o meno del vaccino. Quanto fanno comodo le semplificazioni in un momento storico come questo?

Ecco la vera cerniera della questione; noi non prendiamo alcuna posizione sul vaccino, quello che stiamo cercando di fare è offrire una pluralità di visione. È bene diffidare di chi, per ragioni diverse, confonde i due piani del vaccino e del Green pass. Solo in Italia e in Francia esiste questa tipologia di Green pass, nonostante in tutti i Paesi europei esista una stessa o simile campagna vaccinale, a conferma che si tratta di aspetti del tutto differenti. Si è persa l’abitudine al ragionamento e all’analisi dei contesti, si è perso lo spirito del pensiero critico; si fa prima a sposare una tesi generale piuttosto che chiedersi se vada o meno nella direzione dei nostri diritti.

Proprio in queste settimane è in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione del cosiddetto “decreto Green pass” (decreto 23 luglio 2021, n. 105). Conversione di cui nessuno dubita: voi come vorreste arrivare al 23 settembre, ai sessanta giorni della conversione?

Il nostro scopo è far arrivare alla politica la voce fortemente critica che spera di avvicinare la natura del Green pass italiano a quella inizialmente voluta dalle Istituzioni europee. La distorsione totale dell’Italia è stata nel merito, oltre ad aver utilizzato impropriamente il nome dello strumento nonostante le profonde differenze.

Cosa è mancato nel dibattito pubblico?

È mancato un momento di confronto collettivo che fosse non soltanto disponibile per tutti i cittadini, ma che mettesse direttamente a confronto i pensieri. Le riflessioni di Agamben o di Cacciari o di Freccero, che pure hanno avuto una risonanza enorme, sono state episodi singoli circoscritti ai social network o a interviste sui giornali. Uno dei nostri prossimi progetti vorrebbe essere una Costituente del pensiero critico, un momento pubblico di riflessione, di confronto, di ascolto. Se nomi come i loro, dalle estrazioni così diverse, decidessero di riunirsi sarebbe il segno che questa Italia sta iniziando a sviluppare una coscienza più ampliata, più libera, con meno conflitti e meno pregiudizi.

Green pass e cultura negata tra musei, cinema, teatri, luoghi di aggregazione: ci si accorge di cosa stiamo violando e perdendo?

Interdire l’accesso ai luoghi di cultura – che tra l’altro sono in assoluto tra i più sicuri al mondo dal punto di vista epidemiologico perché prevedono per natura un disciplinamento e un contingentamento nello spazio, oltre che per attitudine del pubblico – e interdirlo quindi anche ai giovani che sono nella fase culminante e centrale della propria crescita personale, viola totalmente l’articolo 3 della Costituzione (art. 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, N.d.R.).

“Negazionista”, “vecchio rincoglionito”, “ecco il filosofo che cade dalle nuvole”. A centinaia gli insulti che hanno seguito le dichiarazioni di Agamben, Freccero, Cacciari. Un enorme rischio che stiamo correndo è la violenza verbale, l’odio, la presunzione della verità in tasca.

Il senso della Costituente vorrebbe essere proprio questo: uscire dalle etichette facili e scivolose e ritrovare un senso di comunità a prescindere dalle provenienze e dalle estrazioni sociali o culturali o politiche. L’Italia sta abiurando alla cultura e sul giornalismo andrebbe fatto un discorso a parte, perché ritengo drammatico il metodo e il modo con cui ha lavorato e continua a lavorare in questo tempo: un’informazione proposta a blocco, impedendo l’elaborazione di un pensiero che si potesse discostare anche solo minimamente.

La recrudescenza del linguaggio racconta che Italia siamo diventati.

La pressione che si sta esercitando su chi sceglie la linea del no dovrebbe far rabbrividire ognuno di noi, e l’hate speech a cui stiamo assistendo sui social è gravissimo perché tende a disumanizzare, a spersonalizzare, a negare l’identità delle persone. “Traditori”, “disertori”, “irresponsabili” sono i termini più gentili, e già questo restituisce il peso della gravità. Il fatto poi che siano presi di mira persino i più giovani, e che nessuno faccia una piega a livello politico, sociale e istituzionale, mette ancora di più in luce la debolezza di questo tempo.

Il link per sottoscrivere la petizione è qui: https://bit.ly/3BSprK8

CONDIVIDI

Leggi anche

Retail apocalypse, perché in Italia non sarà la fine del mondo

Con il termine retail apocalypse si indica la desertificazione dei negozi, tradizionali e non, che è in corso negli Stati Uniti. Il fenomeno, iniziato nel 2010, ha determinato la chiusura di decine di migliaia di negozi, e anche di tanti centri commerciali: esso è legato alle mutate abitudini dei consumatori, che hanno cominciato a privilegiare gli […]

Il giornalismo è mobile, ma uno smartphone non basta

L’evoluzione della rete e del web ha portato alla nascita di nuove figure professionali per il mondo dell’informazione e della comunicazione. Sono i news-maker: giornalisti e comunicatori multimediali, ossia coloro che la notizia la costruiscono o la riportano sulle varie piattaforme, rispettandone i linguaggi e le tecniche di narrazione audiovisiva. Dopo le singole professioni dell’audiovisivo […]