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Il destino dei giovani non si trasmette col sangue

Il destino dei giovani non si trasmette col sangue

Prima di parlare di loro, dovremmo lasciarli parlare: i giovani hanno molto da dirci sul mondo del lavoro, al di fuori dai recinti in cui si sono rinchiuse le generazioni precedenti. Il loro futuro non può stare tra gli stanziamenti di un piano di ripresa: intervistiamo alcuni dei partecipanti alla mostra “Sguardi plurali sull’Italia plurale” dell'Università per Stranieri di Siena.

Stefania Zolotti

22 Dicembre 2022

Il destino dei giovani non si trasmette col sangue.

La frase che ispira il titolo a questo pezzo è di Giuseppe Finocchio, ventuno anni, studente universitario. Una frase che potrebbe stare sulla copertina di un best seller e vivere in eterno di ristampe. All’Università per Stranieri di Siena fa un corso turistico per l’imprenditoria, studia spagnolo e portoghese. Qui ci è arrivato da Alberobello.

Quando la pronuncia stiamo già parlando da un quarto d’ora: siamo noi e due sue colleghe di studi, li ho invitati a collegarci su Google Meet per conoscerli più a fondo, anche dagli occhi; e poi sentirli solo al telefono, uno alla volta, non mi sarebbe bastato. Ormai mi conosco. Mentre pronuncia quella frase a me viene un sussulto: io alla sua età non sarei stata capace di dirla, pur pensandola, e chissà quanti ieri e oggi come me.

Miriana Ciminello studia coreano e giapponese, l’inglese come lingua base, il sogno di lavoro per adesso l’ha appoggiato in Corea, meglio se legato all’arte. Lei è calabrese, di Polistena, ventitré anni: con Giuseppe si incrocia solo alle lezioni di Storia dell’arte contemporanea.

Arianna Giachini di anni ne ha venti, studia spagnolo e inglese, ma il primo anno è stata anche a contatto con una professoressa di cinese che le è servita per conoscere un mondo e un modo diverso da quello europeo. Viene da Poggibonsi.

Sono tra gli studenti del corso universitario di Storia dell’arte contemporanea che hanno allestito la mostra Sguardi plurali sullItalia plurale”, inaugurata da pochi giorni. Il cappello è un progetto didattico chiamato La Straniera | Il laboratorio delle mostre: uno spazio di incontro aperto alla presentazione di libri, progetti espositivi e iniziative culturali incentrati sulla missione profonda dell’Ateneo, che sta nel far parlare le culture tra culture.

Al centro della mostra c’è una raccolta di testimonianze e racconti visivi sul quotidiano di fotografi under 35, nati all’estero o in Italia da genitori di origini straniere: giovani che vivono o hanno vissuto un’esperienza di migrazione sulla pelle propria o della propria famiglia e che hanno scelto di puntare macchina e obiettivo proprio sugli immaginari collettivi legati alla migrazione

Il gruppo di studenti di Storia dell’arte contemporanea dell’Università per Stranieri di Siena
durante l’allestimento della mostra “Sguardi plurali sull’Italia plurale”

Il rettore della Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari non cede di un millimetro sul suo mandato, inventa, innesta, protegge il sacro della diversità a ogni passo e gli studenti gliene sono grati oggi, ancor di più lo saranno domani. A guidarli nell’allestimento della mostra, e in tutte le fasi preparatorie, c’è Caterina Toschi, docente di Storia dell’arte contemporanea e di Storia della fotografia. Un modo per farli sentire studenti e professionisti al tempo stesso, simulando presente e futuro.

Una generazione senza paura delle diversità, presenti e passate

“Cosa vi colpisce di questa mostra, cosa vi ha detto?”.

Lo chiedo a tutti e tre ma Arianna interviene d’istinto, ha bisogno di dirmelo subito che “Non ci siamo solo noi in Italia. Esistono e convivono diverse etnie e diverse culture, ma non tutti lo capiscono, lo sentono. Noi giovani siamo già molto diversi dai nostri genitori, ce ne accorgiamo. Spero che questo processo continui sempre così, verso un’apertura spontanea con l’altro, diffusa in modo naturale”.

“Soprattutto nella nostra Università per Stranieri questo messaggio dell’includere una diversità, una differenza da noi, si rafforza ogni giorno e nemmeno ce ne rendiamo conto”. Miriana è orgogliosa del posto in cui studia. “C’è chi magari non ce l’ha proprio di natura, questa resistenza, ma stando qui si affievolisce anche in chi arriva con una iniziale distanza da persone provenienti da culture esterne. La nostra generazione non ce l’ha, però, questa paura”.

Arianna e Giuseppe fanno sì con la testa anche loro, li vedo a video, e non serve una parola in più. Sanno alla perfezione che le famiglie da cui arrivano giocano carte pesanti, ma altrettanto bene sanno di poter passare la mano davanti al loro gioco, sanno di poter aspettare altre carte o cercarsele da soli.

“Mio padre mi racconta da quando sono piccolo che lui, già a otto anni, metteva le forchette al ristorante di mio nonno. I nostri genitori crescevano ancora dentro famiglie che li consideravano potenziali forze lavoro, il futuro era già programmato, poche vie di scelta e di fuga. Ma il destino non è qualcosa che si manda col sangue e la nostra generazione lo sa, per fortuna lo ha capito.”

I giovani secondo SenzaFiltro: Nobìlita e Come se (non) ci fosse un domani

Quando parli coi giovani ti chiedi quanto siano stretti i numeri dentro cui i nostri tempi continuano a sacrificarli in nome delle classifiche e dei dati da sputare come ossi. Alla politica e al giornalismo interessa poco delle vite che vivono o dei lavori che sognano, la scuola arranca tra burocrazia e PCTO, ma perdendo pezzi della sua vocazione maestra, che sarebbe quella di offrire loro un via per conoscere sé stessi.

Quando a inizio 2022 iniziammo a lavorare sul numero cartaceo di SenzaFiltro dedicato ai giovani e al rapporto che hanno con la formazione e col lavoro, il titolo che ci venne d’istinto fu Come se (non) ci fosse un domani, mettendo tra parentesi il non e portando un messaggio costruttivo nonostante la debolezza del sistema.

Abbiamo lavorato per mesi a fianco degli studenti universitari guidati dal professor Lucio Zanca, ideatore e fondatore del progetto Spoilerbox per i ragazzi che si affacciano al mercato. Riunioni di redazione con loro, tante riunioni di redazione, per capire senza mezze misure cosa non sapessero del mercato del lavoro, cosa non conoscessero delle normative e dei contatti, cosa non avessero in testa quando pensano a un colloquio di selezione, come non fossero capaci di distinguere un posto fisso da una vita da freelance, cosa non sapessero dei salari. La premessa era stata una sola con questi quindici studenti: farli sentire liberi di chiedere, qualsiasi domanda, soprattutto le più ingenue.

La verità è che l’Italia ha smesso da anni di voler restare giovane. I giovani li fa entrare a fatica nel mercato del lavoro, li illude che il Next Generation EU sia il salvavita sul loro futuro quando invece c’è solo un grande inganno dietro il nome: per gli under 35 è stato infatti stanziato appena l’8% dei fondi del piano, con lo scopo di aumentare l’occupazione di tre punti percentuali entro il 2026; per non parlare delle quattro parole con cui li stordiamo da anni: digitalizzazione, innovazione, competitività, rivoluzione verde.

Abbiamo spalmato il futuro dei giovani qua e là dentro gli assi del PNRR senza una cultura del lavoro effettiva e al Paese è bastato per applaudire. Se ne riparla tra una decina d’anni.

I giovani come li guardiamo, e come si guardano loro

L’idea che mi sono fatta col giornalismo di SenzaFiltro, in questi otto anni, è che i giovani chiedono tempo al lavoro anche perché non sanno come chiedere spazio: la società li continua a espellere e loro – poca capacità di combattere, poco linguaggio, poca autostima – finiscono per sognare o l’estero o i soldi, comunque sia un surrogato di ciò che vorrebbero e dovrebbero essere.

In questi anni abbiamo tracciato la loro paura di abbandono, la loro estrema povertà economica, la loro salute mentale funambola e precaria; abbiamo parlato di NEET, di abbandonati, di abbandono.

Riapro la newsletter che avevo ricevuto dall’Università per Stranieri di Siena e mi accorgo che mi erano sfuggite le due righe finali sulla notizia di lancio della mostra: “Col proposito di riflettere su come l’immaginario collettivo intorno ai temi dell’appartenenza e dell’alterità sia il frutto di come ci guardiamo”. È quello che ho capito grazie a Miriana, Arianna, Giorgio, e a chi come loro si ostina a voler essere giovane a vent’anni, anche se l’Italia li butta fuori o li fa sentire inutili come i vecchi; i vecchi come categoria gerarchica e dello spirito, non i vecchi all’anagrafe.

Questi giovani hanno bisogno di guardarsi. Certo non bastano le loro buone idee a cambiare il Paese, il vivere fluidi, l’essere nomadi, l’inclusione del diverso come dote naturale; però a me sembrano già grandi doti per spostare gli architravi culturali del lavoro, sottotraccia, lentamente, aspettando Godot al ministero del Lavoro.

Leggi gli altri articoli a tema Generazioni.

Leggi il mensile 116, “Cavalli di battaglia“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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Foto di Alexander Grey da Pexels