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I NEET non sono rimasti indietro, ce li ha lasciati la società

I NEET non sono rimasti indietro, ce li ha lasciati la società

Uno sguardo nel limbo dove i giovani stanno immobili senza studio, formazione o lavoro: oggi sono più di tre milioni, con accentuate differenze geografiche e di genere. L'opinione della neuropsichiatra Olivia Ninotti.

Vivono in un limbo. Non studiano, non lavorano, non hanno nessun tipo di formazione. In preda ad un malessere esistenziale, non riescono a trovare il proprio posto nel mondo e fare qualcosa di concreto per loro stessi. Vengono definiti NEET – Not in Education, Employment or Training – e sono tutti quei giovani la cui età è compresa tra i 15 e i 35 anni che letteralmente “non fanno nulla”.

I numeri in Italia parlano chiaro: si stima che sono poco più di tre milioni con un tasso maggiore per quello che riguarda le donne, circa 1,7 milioni. L’incidenza superiore è al Sud Italia, dove la percentuale è più alta rispetto al Centro e al Nord.

Chi sono i NEET, giovani nel limbo. La neuropsichiatra Olivia Ninotti: “Condizione sociale in peggioramento”

I NEET sono quella fetta di società che oscilla tra il non avere una collocazione all’interno del tessuto sociale e cercare di barcamenarsi tra due o più lavori per sbarcare il lunario. Ma può, la società, rinunciare a una parte di questa generazione? Di fatto la fotografia psicoemotiva dei giovani tra i 15 e i 35 anni, oggi, soprattutto a ridosso della pandemia, ne mostra il grande disagio.

“Questo problema, però, c’era anche prima dell’emergenza sanitaria”, sottolinea Olivia Ninotti, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta, direttore sanitario presso AIAS di Milano Onlus. “Sono dieci anni circa che ci troviamo di fronte a una parte di giovani, definiti con l’acronimo NEET, che non riescono a fare, oppure fanno, tante cose senza realizzare qualcosa di giusto per loro. La pandemia ha acuito questo disagio per dei motivi ben specifici. La chiusura forzata dei lockdown, la paura del contagio, l’utilizzo esagerato dell’online per comunicare, tutto questo ha fatto in modo che quella parte di ragazzi con delle difficoltà relazionali, scolastiche, lavorative, trovassero il proprio nido all’interno delle mura domestiche, mura dove rinchiudersi”.

Giovani che hanno sviluppato disturbi del comportamento alimentare in parità di genere, ansia, depressione, autolesionismo; nei casi più gravi si pensa al suicidio. “Uscire da questa situazione è complicato”, continua la neuropsichiatra, “perché sono ragazzi che si rendono conto che c’è una fetta di loro coetanei che ce la fa, a differenza loro. Questo li porta a una condizione di immobilismo, si sentono ancora più inefficienti rispetto ai pari o rispetto ai modelli che la società propone in termini di prestazione e competizione. Per questo motivo fanno ancora più fatica. Senza considerare che ci troviamo di fronte a una condizione sociale in peggioramento, e noi che lavoriamo a stretto contatto con questa fascia di persone abbiamo la percezione in maniera chiara”.

Stritolati dalle richieste della società. Con una differenza di genere

La nostra società sta cambiando in senso prestazionale e narcisistico. Quello che viene richiesto ai giovani – ma non solo – è performance, velocità e competenze specialistiche, ma non tutti riescono a inserirsi in questa corsa.

“Per arginare questo problema e provare a prevenire la sua manifestazione, la società e le politiche pubbliche dovrebbero rallentare nelle richieste e dovrebbero smettere di proporre ed esaltare modelli di competizione. Dovrebbero investire molto di più sulla creazione dei servizi aggregativi sia per la famiglia che per i giovani. Si punta così tanto all’individualismo per cui chi ce la fa, avendo anche le risorse economiche e psicologiche, riesce, ma questo rappresenta il 10% rispetto al tutto il resto”.

Alla fine quello che ne risente è l’aspetto psicoemotivo. La Commissione europea, nel rapporto per la richiesta di bonus psicologico, ha sottolineato come su 300.000 domande prese in carico, il 43,55% proviene da giovani tra i 18 ed i 35 anni, mentre i minori, al di sotto dei 18 anni che hanno chiesto aiuto, sono il 16,62%. Il bonus psicologico, però, per come è stato strutturato, non rappresenta la soluzione a tutto, anzi, “è una goccia nel mare”, spiega Olivia Ninotti.

“Le terapie psicologiche sono a lungo termine, nel senso che in poche sedute non si possono risolvere i disagi emotivi. L’altro problema è la mancanza di servizi pubblici che dovrebbero rispondere a questo bisogno di presa in carico psicologica, ma se il pubblico non risponde si ricorre al privato, che ha un costo, e qui il bonus riesce a coprire solo una parte di questo bisogno. Anche perché stanno aumentando le sindromi ansiose/depressive – slatentizzate durante la pandemia – soprattutto tra i giovani, un malessere esistenziale che si traduce nel ‘non so quale sia il mio posto’, ‘non riesco a combinare niente’. In realtà sotto c’è proprio un vuoto che porta a non riconoscersi e quindi ad inserirsi nella società in maniera funzionale e adattativa.”

Un fenomeno, quello dei NEET, caratterizzato anche dalla diseguaglianza di genere: si stima che le donne siano in numero maggiore rispetto agli uomini, il 56% rispetto al 44%. “Questo perché al genere femminile, nella società occidentale, sono richieste tre cose: bellezza, prestazione e intelligenza”, continua la neuropsichiatra. “Ciò implica un ulteriore carico alle giovani donne, molto spesso tagliate fuori dal mercato del lavoro. Diseguaglianza di genere, ma non solo: anche territoriale. In Italia, se si dovesse accendere il focus sulle Regioni che funzionano meglio rispetto alle altre, ma sono pur sempre in affanno, vediamo come le stesse si trovano al Nord, quindi Lombardia, Piemonte, Veneto; segue l’Emilia-Romagna. Nel resto, poi, c’è il baratro”.

Come si disinnesca il fenomeno dei NEET: “Le società che non accolgono il gruppo diventano inefficienti”

Di fatto, se si dovesse guardare al futuro, si dovrebbe stilare una vera e propria strategia per uscire da questo status quo, che immobilizza una parte importante di popolazione.

“Bisognerebbe cambiare le cose da un punto di vista di prevenzione e salute mentale, a livello non solo sanitario ma anche sociale, per sostenere i giovani e le loro famiglie; altrimenti il rischio è di andare verso un futuro un po’ distopico, dove vige un individualismo assoluto e un malessere sociale altissimo, che poi sfocerebbe nella criminalità, nei suicidi e in tante altre forme disfunzionali, perché è bene ricordare che le società che non accolgono il gruppo diventano società inefficienti”, conclude la dottoressa Olivia Ninotti.

Una situazione di emarginazione e alienazione dalla vita che dovrebbe essere arginata a partire dalla scuola. Inoltre ci vorrebbero delle politiche incentrate in maniera specifica su questi problemi, pronte a mettere in campo quelle misure efficaci per fermare il problema e non farlo dilagare. I giovani dovrebbero avere la possibilità di sviluppare i propri talenti e di portarli avanti. Ma tutto questo ad oggi non è possibile, o meglio lo sarebbe nella misura in cui ci si facesse davvero carico della situazione, mettendola a fuoco, non solo spendendo parole di mera circostanza.

Investire sui giovani significa investire sul futuro di una comunità, di un Paese. Non si può pensare di lasciare indietro una parte importante della società, soprattutto nell’epoca del progresso.

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Photo credits: Marco Wolff via Pixabay