La Legge 34/2026 non ha riscritto l’impianto del lavoro agile, bensì ha fatto una cosa più chirurgica: ha preso un adempimento che esisteva già, e gli ha attaccato una sanzione penale.
Abbiamo chiesto a un consulente del lavoro di stimare il costo di conformità per un’azienda con 50 dipendenti in smart working. La risposta: tra i 4.500 e i 7.000 euro annui, considerando la revisione e l’aggiornamento periodico delle informative, la tracciabilità della consegna, la gestione delle variazioni legate ai cambi di sede abituale del lavoratore. Non è una cifra che affossa una grande azienda, è una cifra che complica la vita a una PMI che aveva adottato lo smart working proprio perché abbatteva i costi fissi.
Ma la conseguenza più rilevante è di natura psicologica e culturale: trasformare un adempimento burocratico in un reato penale cambia il modo in cui i responsabili HR – ma anche imprenditori e soprattutto i manager di linea – guardano allo smart working. Da strumento di organizzazione flessibile diventa fonte di rischio giuridico personale.
La conseguenza sarà, per molte aziende, ridurre l’esposizione riducendo lo smart working.
Per moltissime altre, finite nell’occhio del ciclone negli ultimi due anni (vedi alla voce Unipol, per fare un esempio), l’occasione finalmente per avere una giustificazione più che legittima per richiedere il rientro dei dipendenti in azienda a tempo pieno.
Non a caso i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano mostrano che già nel primo trimestre 2026, prima ancora che la legge entrasse in vigore, le richieste di smart working nelle grandi aziende erano in calo del 12% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un effetto anticipatorio sospetto.