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Lavanderie industriali, più sporco non si può: dopo la guerra il Governo nega i ristori

Lavanderie industriali, più sporco non si può: dopo la guerra il Governo nega i ristori

Il parere di Aldo Confalonieri, presidente sezione Turismo di Assosistema Confindustria, e di due imprenditori: “Ripresa spezzata dalla guerra: aziende costrette ad alzare i prezzi, rischiano 4.000 lavoratori. Il Governo aveva dato aiuti nel 2020, oggi ignora le stesse imprese”.

Tra pandemia, crisi delle materie prime e ora la guerra russa in Ucraina non sembra esserci pace per l’industria dell’ospitalità italiana, così come per tutte le altre attività a essa collegate. Fra queste, quella delle lavanderie industriali del comparto del turismo è tra le prime per necessità di funzionamento delle strutture ricettive e della ristorazione. Un totale di circa 300 aziende e 8.000 lavoratori (di cui il 65% donne), per un fatturato pari a 660 milioni di euro nel 2019. Un settore oggi in grande difficoltà, che si trova a scontrarsi con il fatto di non essere stato ricompreso dal Governo tra i destinatari delle nuove misure previste a sostegno del turismo, pur essendone parte integrante.

In mancanza di aiuti del Governo le lavanderie provano ad alzare i prezzi, ma se i clienti stessi sono in crisi la soluzione non sembra così semplice. Già fiaccate dalla pandemia, le lavanderie del comparto rischiano di pagare un conto troppo alto a causa degli aumenti delle materie prime e della guerra in Ucraina, i cui scenari non sono ancora prevedibili.

La sofferenza è condivisa in questo settore, non delocalizzabile e molto avanzato da un punto di vista informatico e tecnologico. Tamponano le perdite le aziende più grandi, soprattutto quelle che negli anni si sono diversificate in altri comparti, come quello dei servizi sanitari integrati. Intanto però, in attesa di una ripresa forte del turismo, il futuro delle piccole e medie aziende e dei lavoratori sembra molto a rischio, anche a causa della concorrenza sleale di chi lavora ai margini del settore. La speranza degli addetti ai lavori intanto è che il Governo cambi idea sui sostegni, e si attivi in tempi rapidi al fine di garantire la sopravvivenza di queste imprese.

Su questo tema abbiamo raccolto le posizioni di Aldo Confalonieri, presidente della sezione Turismo di Assosistema Confindustria, e di due aziende del comparto.

Aldo Confalonieri, presidente della sezione Turismo di Assosistema Confindustria.

Aldo Confalonieri, Assosistema Confindustria: “Per le lavanderie industriali salgono i costi e calano i turisti”

“Gli effetti della pandemia sono stati molto gravi per tutte le lavanderie del settore del turismo”, esordisce Confalonieri. “Si sono registrate delle contrazioni rilevanti del fatturato, con una perdita di 396 milioni nel 2020, e una stima di 350 milioni andati in fumo nel 2021. Le aziende sono rimaste in piedi con notevoli sforzi e investimenti di risorse proprie, al fine di restare attive sul mercato. Una sofferenza condivisa, ma chi ha subito perdite maggiori sono in particolare le lavanderie che lavorano nelle grandi città d’arte (Venezia, Milano, Firenze, Roma…), che faranno più fatica a tornare ai livelli normali”.

Un problema dovuto inizialmente alle chiusure imposte dalla pandemia, a cui si sono sommati non solo la mancanza dei flussi turistici pre-COVID, ma anche l’aumento delle materie prime.

Secondo i dati forniti da Assosistema, da gennaio a novembre 2021 i numeri dei rincari si attestano su cifre difficilmente sostenibili nel lungo periodo, a partire dal gas ( +153% rispetto al 2019 e +286% sul 2020 l’aumento medio per il metano) e dalla materia energetica (+112% rispetto al 2019 e +185% rispetto al 2020). Alti i rincari anche per le sostanze chimiche e i detergenti (+57% sul 2019 e + 72% sul 2020 sul prezzo medio dei detergenti all’ingrosso), per il polietilene per l’imballaggio (+41% sul 2019 e +80% rispetto ai valori 2020 sui prezzi all’ingrosso) e per il tessile impiegato per i servizi di noleggio della biancheria (+17,50% sul 2019 e +30% sul 2020).

Rispetto a quest’ultima voce, inoltre, come precisa Confalonieri, c’è un problema di scarsità: “Il cotone si ottiene con fatica e con ritardi, perché poco e proveniente dall’estero. Prima le navi arrivavano in una settimana, oggi sono praticamente ferme”.

A rischio 4.000 posti di lavoro. Il nodo degli stagionali

Se gli aumenti continuano, e i turisti non arrivano, restano in forse gli stagionali, che rappresentano più della metà degli addetti del comparto delle lavanderie industriali.

“Le lavanderie industriali impiegano circa 8.000 addetti, di cui 5.000 stagionali”, spiega Confalonieri. “Si lavora soprattutto con assunzioni a tempo determinato, sia per la stagione invernale che per quella estiva, e poi ci sono le aziende che servono le grandi città d’arte che assumono soprattutto da marzo a ottobre. Il calo della manodopera al momento c’è stato, e ha riguardato in particolare gli stagionali della montagna, circa 2.000 lavoratori, che non sono stati richiamati a lavoro. Se non riparte il settore sono a rischio anche gli stagionali della Pasqua. Il pericolo più grave però sono le chiusure definitive nel breve termine, soprattutto per le piccole e medie imprese, che potrebbero lasciare a casa almeno 4.000 dipendenti”.

Problemi verso i quali il Governo non starebbe facendo abbastanza per l’associazione confindustriale. Come sottolineato da Confalonieri, “nel 2020 il Governo aveva riconosciuto le aziende come parte della filiera, e quindi danneggiate dal COVID-19. Oggi sono state escluse senza nessuna ragione dagli ultimi ristori previsti per il settore. Le richieste di Assosistema sono di riconoscere la nostra centralità, e soprattutto di considerarci come le aziende energivore, al fine di garantire una riduzione della componente elettrica e del gas che stiamo pagando. Non è solo la manifattura in Italia che manda avanti il Paese, sono centrali anche le aziende dei servizi”.

I prezzi aumentano fino al 21%. Confalonieri: “Scelta obbligata anche per concorrenza sleale”

A questa situazione di crisi le aziende hanno iniziato a rispondere con un aumento progressivo dei prezzi: “Già da diversi anni, a causa di un mancato adeguamento dei contratti, il settore aveva progressivamente perso di marginalità. Oggi, con la pandemia e gli aumenti delle materie prime, siamo arrivati a produrre sottocosto. Per far fronte a questo, le lavanderie hanno adeguato i loro prezzi di noleggio e sanificazione della biancheria, aumentandoli dal 15 al 21% a seconda delle diverse situazioni delle singole imprese”.

Secondo Assosistema, per le aziende si tratta di una scelta obbligata per sostenere i costi e continuare a lavorare secondo le regole, necessarie per il rispetto degli standard di igiene del servizio, per la tutela dell’ecosostenibilità e l’applicazione dei contratti nazionali. Come testimoniato dal dott. Confalonieri, infatti, la concorrenza sleale e il mancato rispetto delle normative da parte di aziende che lavorano al margine del settore erano già presenti anche prima di questo momento di crisi: “Aziende che, per fare prezzi bassi, non offrono nessuna certificazione o garanzia igienica, sia per le strutture che per i clienti finali, che non hanno depuratori o che ricorrono a cooperative al posto di assumere il personale secondo i contratti nazionali previsti”.

Una concorrenza che, in questo momento di crisi, rischia di pesare di più sulle aziende che sostengono costi più alti lavorando nel rispetto di norme e certificazioni.

Il parere delle aziende: la guerra ha lavato via le speranze di ripresa

Di fronte a questa difficile situazione, cosa ne pensano le lavanderie del comparto?

Per Federico Bini, Amministratore Unico del Gruppo Lavanderie Bini di Bagno a Ripoli (prima periferia di Firenze), la guerra in corso in Ucraina è arrivata come un duro colpo, dopo le altre complessità vissute negli ultimi due anni: “L’anno scorso abbiamo perso l’80/85% del lavoro, poi da gennaio iniziavamo a vedere la luce dopo il COVID-19, e invece ora con l’aumento dei costi e la guerra e si arresta nuovamente tutto. Stiamo facendo tanta fatica, qui a Firenze le lavanderie sono strettamente legate al turismo, va un po’ meglio in quelle città in cui c’è un flusso legato agli affari. Per ora gli alberghi confermano i numeri delle prenotazioni future, però è evidente che il conflitto avrà degli impatti non solo sul turismo proveniente dalla Russia, ma su chi, provenendo da altri continenti, deciderà di non venire in Europa. Nel frattempo abbiamo anche perso circa il 15% del personale durante il periodo di cassa integrazione, che ha scelto giustamente di ricollocarsi. Per noi ha significato perdere una professionalità che, qualora dovessero aumentare nuovamente i carichi di lavoro, non sarà più disponibile”.

È intervenuto poi il titolare di una storica lavanderia romana, che ha chiesto di restare anonimo, per cui quello dei costi oggi resta il primo dei problemi. “Per noi è aumentato tutto, e il primo costo è ovviamente quello dell’energia che usiamo per lavorare. Poi ci sono i materiali, a cui si somma la gestione logistica del servizio: dalla benzina per i furgoni all’acquisto dei mezzi stessi. Oggi ci stiamo trovando a pagare 40.000 euro lo stesso modello di furgone acquistato a 24.000 euro nel 2019. Anche se la domanda dovesse tornare normale, ciò che non potremo mai recuperare è la marginalità. Va fatto un intervento serio sulla regolamentazione del mercato e su concorrenza e rapporti tra lavanderie. Su comportamenti quali il pagamento a lungo termine dei fornitori, l’uso di manodopera a basso costo, le continue chiusure e riaperture di S.r.l. Servono controlli e tutele”.

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Photo credits: novusagens.it