- Advertisement -
L’Italia dei 318 fondi sanitari integrativi: i lavoratori sono ricchi e non lo sanno

L’Italia dei 318 fondi sanitari integrativi: i lavoratori sono ricchi e non lo sanno

I fondi sanitari che integrano il SSN sono in aumento, come i loro iscritti, che passano da sette a quattordici milioni e mezzo. Molto spesso, però, sanno poco e nulla di questo loro diritto. Ne parliamo con Damiana Mastantuono del Mefop.

Per il metalmeccanico c’è Metasalute, nel commercio il Fondo Est, sul cartario si trova Salute Sempre. E ancora, ai lavoratori dell’industria alimentare tocca FASA, alle cooperative il Filcoop Sanitario. Sei un dirigente? Ecco il FASI.

Chi più ne ha più ne metta, perché all’infinita selva dei contratti nazionali, che compongono oggi il variopinto mercato del lavoro italiano, si collega un fitto elenco di fondi sanitari integrativi, dedicati alla salute dei dipendenti. Materia poco conosciuta e per nulla dibattuta, nonostante la potenziale rilevanza di uno strumento assistenziale di sicura utilità, soprattutto nell’attuale contesto storico.

Difficile peraltro stilare una mappa precisa di questa eterogenea galassia, così come complesso è cercare di approfondire il livello di attrattività dei singoli fondi, di fatto entità no profit costituite da accordi collettivi, che rientrano nell’ambito della sanità integrativa di carattere negoziale. Peccato, poiché non si tratta di mera materia privata, come spesso si crede, quanto di un concreto supporto che completa il Servizio sanitario nazionale nell’erogazione delle cure necessarie ai cittadini. Molte volte, come nel caso dell’industria metalmeccanica, con quote di contribuzione a totale carico dell’impresa.

Sono 318 i fondi sanitari integrativi: prestazioni per tre miliardi di euro. Ma i lavoratori ancora non si fidano

Esiste quindi sull’argomento una questione di cattiva informazione, che inficia le buone intenzioni e inquina l’opinione degli stessi lavoratori, ancora troppo confusi se non addirittura diffidenti. A cercare senso e orientamento ci prova il ministero della Salute, che nell’aprile scorso ha pubblicato sul proprio sito una sintesi del secondo Report System sull’Anagrafe dei fondi sanitari. Un aggiornamento, completato nell’ottobre 2021, sull’attività dei fondi negli anni 2018, 2019 e 2020. Niente di eccezionalmente recente, bisogna dirlo, però senz’altro sufficiente per costruire una bussola efficace.

A destare scalpore è il numero complessivo (tra enti, casse e società di mutuo soccorso) registrato nel 2020. Sono ben 318 in totale, quantitativo che non si discosta molto dal dato di partenza del 2018, fissato a quota 311. Le prestazioni erogate si attestano sui tre miliardi di euro nel 2019, di cui ben 925 milioni a integrazione del SSN. Il tutto a favore di circa quattordici milioni di iscritti. Bisogna sottolineare che l’Anagrafe rilascia gli attestati se i fondi dedicano almeno il 20% delle risorse a precisi ambiti di assistenza: odontoiatrica, sociosanitaria, di inabilità al lavoro a causa di infortunio o malattia.

Ebbene, dal 2010 al 2020 si nota una crescita esponenziale delle adesioni, da 267 alle citate 318 attuali. Anche il numero degli iscritti conta un aumento vertiginoso negli ultimi anni, se si considera che si è passati dai sette milioni del 2014 (con due miliardi di prestazioni erogate) ai quattordici milioni e mezzo del 2020. Naturale conseguenza l’aumento delle risorse destinate all’erogazione, proprio in virtù della curva in ascesa degli aderenti. A questi elementi bisogna aggiungere che mancano i dati relativi al periodo pandemico, importante chiave di sviluppo per la sanità integrativa, proprio per l’ovvio surplus delle necessità in tema di salute.

L’impressione però è che, al di là del numero degli iscritti e della quantità di prestazioni erogate, manchi ancora il giusto livello di coscienza e conoscenza in buona parte dei lavoratori, capace di alimentare in modo netto una curva comunque in ascesa costante.

Damiana Mastantuono, Mefop: “Manca una legge che obblighi i fondi alla trasparenza verso gli iscritti”

“Il dubbio è senz’altro lecito, ancora oggi c’è pochissima informazione. A fronte di un sistema di fondi che accoglie più di dieci milioni di dipendenti, possiamo dire con certezza che, nonostante questi numeri, la consapevolezza di essere iscritti e di avere dei diritti non è così ampia. Questo almeno è quel che emerge dalle nostre indagini conoscitive.”

Damiana Mastantuono è responsabile dell’area sviluppo e comunicazione di Mefop, società costituita dal Ministero dell’economia per supportare fondi pensione, casse di previdenza e, appunto, fondi sanitari.

“Possiamo anche dire che in alcune circostanze gli stessi fondi si trovano a dover gestire situazioni di lavoratori disinformati sui loro diritti. Questo accade, a mio avviso, perché manca una legge uniforme che obblighi i fondi a implementare la comunicazione verso l’esterno, attraverso operazioni di trasparenza e dialogo con i propri iscritti”.

Anche se la pandemia, come ribadito, negli ultimi due anni è stata una leva sostanziale. “Il COVID-19 ha accelerato il processo di crescita, direttamente proporzionale ai rischi legati alla salute e in ottica di prevenzione. Di conseguenza abbiamo registrato un accesso sempre più massivo a queste forme di supporto. Qualcosa sta cambiando, ma ancora troppo lentamente, proprio perché manca una legislazione di sostegno”.

Quanto alla mancanza di comunicazione, anche imprese e sindacati hanno la loro quota di responsabilità? “In realtà sindacati e parti sociali su questo aspetto si stanno spendendo moltissimo, al centro di tanti rinnovi dei contratti nazionali oggi c’è l’argomento welfare. Se parliamo di aziende, il problema lo vedo nelle piccole e medie, proprio perché nella maggior parte dei casi non è presente il sindacato, unico filtro informativo di una certa rilevanza. In ogni caso tutte le organizzazioni dovrebbero implementare i loro sistemi comunicativi. D’altro canto bisogna anche dire che la crescita registrata è arrivata senza alcun obbligo, cosa non di poco conto”.

Una sanità per tutti, tranne i non occupati

Tra i tanti aspetti, sempre di natura informativa, rimane la clamorosa difficoltà nel reperire dati sul numero di fondi e sulla quantità delle prestazioni erogate. “Purtroppo non esiste una foto fedele della sanità integrativa, che ancora oggi è costruita da mille realtà. Gli unici elementi ufficiali sono quelli forniti dall’anagrafe, ma il controllo che fa il ministero è effettuato ai fini del riconoscimento del beneficio fiscale, quindi sui fondi certificati”.

Nel frattempo i fondi come si muovono? Navigando in rete si trovano siti poco strutturati, quasi vetusti. Sinonimo di arretratezza, forse. “No, nessun anacronismo. Al contrario posso dire che si tratta di un’esperienza nuova, quasi embrionale, che ha la necessità di essere rodata bene. Attorno a questi strumenti c’è ancora tanto outsourcing”. Non sarà forse il numero troppo elevato a impedire al sistema di strutturarsi? “Il tema della numerosità ci sarà tra qualche tempo; non ora, visto che le regole organizzative sono molto leggere. Appena il sistema sarà regolato e saranno cresciuti i livelli di presidio, le forme tenderanno naturalmente a riunirsi”.

Quando si parla di assistenza sanitaria integrativa si tende a concentrarsi troppo sui contratti di lavoro subordinato. Ma gli altri? Come sono tutelati i lavoratori autonomi e i liberi professionisti? “Hanno le loro casse professionali, appoggiate a fondi sanitari aperti o società di mutuo soccorso. Il vero problema invece riguarda i cittadini non occupati, quelli che non hanno qualifica. Oppure pensionati, minorenni o casalinghe. Attualmente tutti questi cittadini sono coperti attraverso le polizze e il sistema assicurativo, ma anche dalle società di mutuo soccorso, che come compagnie hanno un modello aperto a adesioni individuali. Su questo ultimo aspetto bisogna fare un passo importante; come lei ben capisce le coperture individuali hanno rischi diversi e prezzi diversi. L’impegno, quindi, è di rendere accessibile la sanità integrativa anche ai soggetti potenzialmente fragili”.

Certo, però per onore di cronaca va detto che molti fondi dedicati ai lavoratori dipendenti coprono anche i famigliari, a seconda del livello di contribuzione. “Lo sforzo dei fondi negoziali è quello di inserire dentro anche i famigliari a carico, le famiglie in genere e anche pensionati. Su questo sono d’accordo. L’obiettivo è elevare i livelli di best practice, soprattutto adesso che siamo in assenza di una normativa. Mettere a fattor comune le migliori esperienze e puntare alla crescita di questo sistema”.

Oltre a comunicarlo meglio, s’intende.

Leggi il mensile 112, “Nobìlita 2022“, e il reportage “Lavorare con il nemico“.


L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro

Photo credits: uiltucs.it