Zona Franca

Prima di parlare di ponti andiamo in Svizzera

Dal Cameo quotidiano di Riccardo Ruggeri, i ponti non crollano per fatalità

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Confesso che mi sfugge questa volontà di politicizzare a tutti i costi il caso del ponte Morandi, spaccando il paese in due, come non lo fosse già abbastanza. Trovo idiota che da una parte tutti i “competenti” siano schierati con i Benetton, dall’altra tutti gli “incompetenti” contro i Benetton. Che modo di ragionare è mai questo? Un punto dovrebbe essere acquisito: “I ponti non crollano per fatalità”. Se fai la manutenzione come la fanno gli svizzeri, in caso di problemi o li chiudi per manutenderli meglio, o, se del caso, li abbatti, prima che crollino (era il caso del Morandi?). Un punto è fermo: nessuno deve morire per colpa di un ponte. Due giorni fa il Corriere del Ticino titolava alle pagine 2-3 “La tragedia di Genova: In Svizzera non potrà mai succedere”. Leggendo i tre articoli di approfondimento non trovavi un briciolo di arroganza. Gli esperti interpellati, escludevano tutti la fatalità applicata ai ponti, garantivano come si fa manutenzione: “controlli continui e capillari sui viadotti”.

In contemporanea lo affermava una celebrità che tutto il mondo ci invidia, archistar, senatore a vita, genovese, inventore del “rammendo”, Renzo Piano: “I ponti non crollano per fatalità” (Repubblica). Lo ha ripetuto il Procuratore di Genova. Hanno ragione. Perchè fingere, questo è un punto fermo. Se la fatalità non è invocabile, resta la manutenzione. La si faccia a regola d’arte, punto.

Lo stesso concetto lo si trova declinato nelle interviste che i giornali svizzeri (Blick, 20 Minuten) hanno fatto in questi giorni a Jürg Röthlisberger e a Thomas Rohrbach dell’Ustra (ufficio federale delle strade svizzere), a Eugen Brühwiler, capo del Laboratorio di costruzione, manutenzione e sicurezza dei manufatti al Politecnico di Losanna, a Armand Fürst, un imprenditore, e pure il maggior costruttore di ponti svizzero.

Quest’ultimo ha spiegato perché la Svizzera è all’avanguardia nel mondo sulle tecniche di manutenzione delle strutture portanti. Nel 2014 i suoi protocolli, e relativi parametri di riferimento sulla manutenzione delle strutture portanti, sono stati adottati dai paesi più avanzati. Ma c’è una differenza, dicono. Il Governo Svizzero ci mette tutti i quattrini necessari, perché quelle dei ponti sono manutenzioni molto costose. La piccola Svizzera spende annualmente 1,3 miliardi di franchi per la manutenzione delle strade, di cui 400 milioni solo per i ponti. I dipendenti federali attivi sulle strade, ogni giorno (sic!), fanno un controllo visivo di ogni singolo ponte, e ogni 5 anni la revisione è approfondita, lo è prima qualora si siano verificati incidenti stradali gravi, inondazioni o fenomeni naturali particolari. Queste revisioni sono affidate a specialisti non governativi. Le statistiche del traffico vengono parametrate sui componenti più critici, come ad esempio i giunti di dilatazione, in modo da renderli compatibili all’incremento dei carichi stradali, nel frattempo eventualmente aumentati. I protocolli sono rigidi, trasparenti e tempificati.

Tornando a noi mi parrebbe ovvio, per rispetto verso gli incolpevoli morti e le centinaia di sfollati dalle proprie case (c’erano prima del Morandi, non dimentichiamolo) che si creasse fra maggioranza e opposizione un momento di sintesi, di depotenziamento delle tensioni. Così che, da un lato la Magistratura possa perseguire i colpevoli, e il Governo possa imporre al gestore l’immediato ripristino, per il viadotto Morandi, della situazione quo ante bellum. Così come sull’intera rete data in concessione ai tre gestori si facciano una serie di due diligence tali da poter anche noi, presto, affermare: “In Italia un caso Genova non potrà mai più succedere”.

Ci rendiamo conto di cosa è avvenuto? Una cinquantina di automobilisti prendono l’autostrada per fare prima, pagano un biglietto e muoiono precipitando in un fiume, cento metri sotto, perché il ponte si è sbriciolato. Nessuna fatalità, ma incompetenza allo stato puro, diciamocelo, di un intera filiera di società civile, rivelatasi composta da dilettanti allo sbaraglio.

Come ripeto da anni, tutti i nodi stanno arrivando al pettine. Facilitiamoli, aspettando sereni che l’epoca delle chiacchiere e della cipria collassi, in modo da poter ripartire con un nuovo slancio. Più presto archiviamo l’attuale modello politico, economico, culturale, e mettiamo almeno in pausa la vecchia, fallimentare classe dominante, meglio sarà.

Nella vita ha fatto tanti mestieri: operaio in Fiat, travet, manager (è stato uno dei dirigenti vicini a Gianni Agnelli e fra le altre cose ha seguito e portato New Holland - nata dalla fusione di Fiat e Ford trattori - alla quotazione a Wall Street) consulente di business, imprenditore, giornalista (tiene una rubrica quotidiana su Italia Oggi), editore (GranTorino Libri), da oltre vent’anni risiede all’estero. E’ la dimostrazione che si può essere startupper anche dopo i 70 e che l’innovazione non ha età. Dal suo profilo twitter quotidianamente “graffia” senza filtri. Si definisce un nonno invecchiato bene, dispiaciuto di avere scarse possibilità di diventare bisnonno. Fra i suoi libri: “Parola di Marchionne” “Oscene Parole” (2010), “Parole in libertà” (2013), “Una storia Operaia” (2014), “Fiat, una storia d’amore (finita)” (2014). [ Guarda tutti gli articoli ]

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