- Advertisement -
Piero Gnudi, Presidente Nomisma: “Acciaio italiano in crisi. La politica può solo facilitare la vendita delle aziende”

Piero Gnudi, Presidente Nomisma: “Acciaio italiano in crisi. La politica può solo facilitare la vendita delle aziende”

Piero Gnudi è stato ministro del Turismo nel governo Monti, presidente dell’ENEL, ed è presidente della società che realizza ricerche di mercato Nomisma, nonché a capo di uno studio di consulenza aziendale. Oggi, a 83 anni, il suo ruolo è quello di trovare una soluzione per la crisi della SANAC, la società che produce refrattari e ha quattro sedi tra Toscana, Liguria, Piemonte e Sardegna.

Non si tratta soltanto del futuro dei circa 350 dipendenti, oggi in cassa integrazione, che attendono di conoscere il proprio futuro, ma anche di un’azienda strategica per il Paese. SANAC è già andata all’asta una volta; l’unica azienda a essersi presentata era ArcelorMittal (oggi Acciaierie d’Italia), peraltro suo principale cliente, che non ha però ratificato l’offerta. Gnudi, che è commissario straordinario di SANAC, ha indetto una seconda asta alla quale parteciperanno nove società, anche dall’estero. Tra queste c’è anche Acciaierie d’Italia, che oggi è una società composta da AmInvest Co. Italy e dall’agenzia governativa Invitalia, nonostante sia in causa con i liquidatori per non aver tenuto fede alla sua proposta, quando ancora la proprietà era della multinazionale lussemburghese.

I refrattari sono forni particolari che sono fondamentali nella produzione dell’acciaio, e per il nuovo soggetto che gestisce Acciaierie d’Italia, proprietario dell’ex ILVA, avere la proprietà di una società come SANAC potrebbe essere importante in un’ottica di rilancio dell’acciaio italiano, che è un settore strategico nella produzione industriale di un Paese. Perdere la SANAC significherebbe perdere buona parte del mercato, ma anche un’azienda la cui condizione non è per nulla disperata e che, a detta del commissario straordinario stesso, potrebbe essere rilanciata, con oculate politiche di investimento e gestione. I prossimi mesi saranno quindi decisivi.

Nel suo studio in centro a Bologna, a pochi passi da piazza Maggiore, sotto le belle volte affrescate di un palazzo antico, l’economista spiega come l’Italia sta progressivamente perdendo un settore strategico come l’acciaio, partendo dalla vicenda di SANAC, una delle 70 finite sul tavolo del Mise nell’ultimo anno. Ma parla anche di come ci sia ancora tempo per correre ai ripari, sebbene il quadro mondiale non sia dei migliori.

Piero Gnudi durante l’intervista nel suo studio bolognese

Come si spiega il comportamento di ArcelorMittal, che prima si presenta a un’asta, poi cambia idea e infine si ripresenta?

Sospira.

A volte bisognerebbe entrare nella testa delle persone. E poi c’è una causa legale, che ci spiegherà i motivi. Le motivazioni che hanno portato a un cambio di idea simile non saprei però spiegarle.

Al di là delle scelte della singola azienda, che cosa può rappresentare la chiusura di SANAC, che copre il 60% del mercato italiano dei refrattari?

Le grandi acciaierie avevano tutte società collegate che facevano refrattari. Quando negli anni Sessanta iniziarono la collaborazione con ILVA costruirono sedi in quattro città. Poi negli ultimi anni è subentrata la crisi del settore, che ha avuto ripercussioni anche sull’indotto. Il nostro compito è vendere SANAC, anche dopo che ILVA stessa ha tolto la fornitura, che rappresentava il 60% del fatturato. Non bisogna però dimenticare che la SANAC è sempre stata un’azienda che andava bene e che funziona ancora. Gli ordini comunque ci sono e a mio avviso ci sono tutte le possibilità di ripartire.

Secondo i dati Istat elaborati da Siderweb le esportazioni di acciaio nel 2020 sono diminuite del 18,6%, e secondo Federacciai la produzione è calata del 12%. Si tratta del risultato peggiore dal 2008. I problemi di SANAC derivano anche da una pesante crisi di settore?

In parte sì. Il settore di produzione dell’acciaio, negli ultimi anni, in Italia sta attraversando un momento di grandi difficoltà. La crisi dell’acciaio dipende innanzitutto dalla grande concorrenza dell’Oriente e di Paesi come Cina e India. E questa è connessa ai risparmi che loro hanno nei costi dell’energia, perché si avvalgono delle fonti legate al nucleare e al carbone, che noi non utilizziamo più. Il nucleare poteva essere una soluzione per abbassare i costi, ma da noi non si possono aprire centrali. Anche i costi di trasporto, che negli ultimi anni sono aumentati, non rendono sconveniente produrre in estremo Oriente. In Italia il settore acciaio non aveva un settore adatto al ciclo produttivo. Le grosse società italiane come la FIAT un tempo avevano un settore siderurgico, che però negli anni è andato perso. E poi non siamo più competitivi con le spese per l’energia.

Dopo la sparizione delle grandi aziende dal suolo italiano rischia di scomparire anche l’acciaio. In queste condizioni cosa può fare la politica?

La politica purtroppo al giorno d’oggi può fare poco. Innanzitutto deve cercare di facilitare i processi di vendita. I soldi non vanno spesi per aziende decotte, perché sono alla fine del loro ciclo, ma per migliorare le strutture produttive. È un discorso generale: bisogna identificare quali sono casi di aziende che possono essere salvate. SANAC è una di queste, perché è l’ultima azienda di refrattari rimasta in Italia.

Le prossime settimane saranno quindi decisive per capire quale sarà il futuro di un’azienda che dà lavoro a quattro territori diversi, divisi in altrettante Regioni.

Le altre vertenze

Nel corso del 2021 si sono perfezionati alcuni passaggi a nuovi proprietari di aziende in difficoltà nel settore acciaio. È il caso dell’Ast di Terni, che è stata ceduta da ThyssenKrupp al gruppo italiano Arvedi. Sempre in Toscana, in particolare in Valdarno dove c’era il distretto dell’acciaio, non è ancora stato risolto il nodo della Bekaert, che ha chiesto i licenziamenti per i lavoratori. L’altro nervo scoperto per l’acciaio italiano è quella di Acciaierie d’Italia, ex ArcelorMittal, il cui capitale sociale potrebbe essere rilevato per il 60% dallo Stato.

Come va l’acciaio italiano

L’ultimo report fornito da Federacciai nel 2021 parla di 24,411 milioni di tonnellate di acciaio prodotte in Italia: un aumento del 19,8% rispetto al 2020 e del 5,3% in più sul 2019. Un risultato in linea con quello del 2018 (-0,4%), che fu un ottimo anno per l’acciaio italiano, in controtendenza con quello della produzione mondiale, che ha visto cominciare il 2022 in risalita. I dati mensili diffusi dalla World Steel Association mostrano la bilancia virtuale di gennaio fermarsi a quota 162,9 milioni di tonnellate, in crescita del 4,8% rispetto al primo mese del 2020. La maggior crescita è stata spinta da Sud America +11,4% e il resto dell’Europa (Bosnia, Macedonia, Norvegia, Serbia, Turchia, UK), mentre l’Africa è la macroarea più penalizzata con un -7,9% di variazione annua.

Nella top ten dei paesi produttori i maggiori volumi restano in capo alla Cina con 90,2 milioni di tonnellate di produzione, per un 6,8% di crescita, mentre in testa per la maggior crescita percentuale c’è la Turchia: +12,7% su gennaio 2020 e 3,4 milioni di tonnellate di output. L’Italia, insomma, sembra ancora lontana dai grandi produttori di acciaio.

Leggi gli altri articoli del reportage 109, “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro

Foto di Lara Mariani