E qui arrivo al punto che la ministra non ha citato, ma che è la ragione strutturale per cui in tanti se ne vanno: i salari. Secondo l’analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio su dati Ocse, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali italiane sono diminuite dell’1,6%. Non sono cresciute poco: sono scese.
Nello stesso periodo sono aumentate del 33,4% in Francia, del 32,9% in Germania, del 12,9% in Spagna, di oltre il 50% negli Stati Uniti. Nei paesi baltici i salari sono più che triplicati. L’Italia è l’unico grande paese Ocse con il segno meno davanti a trentaquattro anni di storia salariale. E la fase recente non aiuta: a inizio 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il dato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione.
Quindi sì, ministra, ha ragione su una cosa: le nostre garanzie non hanno eguali. Non ha eguali un paese che, tra le grandi economie occidentali, è l’unico ad aver visto i salari reali arretrare in trentaquattro anni invece di crescere. Non ha eguali un sistema che, mentre lo spiega ai giovani che se ne vanno, lo fa attraverso la voce di chi per anni ha rappresentato la categoria professionale incaricata di rassicurarli su quel sistema.
Il problema non è che i 156mila che sono partiti nel 2024 non sapessero fare i conti.
È che li hanno fatti e il risultato non torna.