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Rischiamo di romperci gli OSS: turni massacranti, nessuna tutela e stipendi bloccati

Rischiamo di romperci gli OSS: turni massacranti, nessuna tutela e stipendi bloccati

Le testimonianze di alcuni operatori socio sanitari aprono uno spaccato disturbante su una categoria tanto necessaria quanto data per scontata.

Sara Bellingeri

18 Febbraio 2022

Svolgono un servizio impegnativo a livello mentale e fisico, ma da troppo tempo portano addosso la penuria di tutele e adeguati riconoscimenti economici. Il loro lavoro è essenziale, eppure vengono spesso confusi con altre figure dello stesso settore, se non snobbati: parliamo degli operatori e delle operatrici socio sanitari, meglio conosciuti con la sigla OSS, figura istituita nel 2001.

L’attività concretizzata da queste figure è fondamentale perché risponde ai bisogni primari degli utenti/pazienti, e inoltre serve a promuoverne l’autonomia e il benessere, sia che prestino servizio in un ospedale pubblico, in una RSA, in una comunità o in un contesto domiciliare.

Competenze trasversali e allo stesso tempo specifiche, che si devono modellare su persone e altrettanti contesti. Tante sfide per gli OSS, che se la devono vedere con diverse lacune del sistema, mettendone a dura prova la tenuta. SenzaFiltro ha raccolto le testimonianze di queste falle.

Teresa Pallotti, OSS e funzionaria CGIL: “Nel pubblico stipendi fino a 1.500 euro, ma abbiamo ottenuto un piccolo aumento”

Un ambito fortemente articolato quello degli e delle OSS, fatto di tutele e stipendi che variano a seconda del settore di appartenenza, con distinzioni tra pubblico e privato. Ci confrontiamo con il fronte della sanità pubblica, e in particolare con Teresa Pallotti, operatrice socio sanitaria e funzionaria CGIL Bologna per il settore sanitario.

“Resta fondamentale rendere i lavoratori consapevoli dei loro doveri, ma anche dei diritti. Devono sapere che possono anche dire di no”, afferma. Più facile a dirsi che a farsi, dopo aver raccolto diverse testimonianze, considerando anche la pressione che esiste in vari luoghi di lavoro. “Far passare questi concetti non è semplice, serve il confronto diretto. Che la pandemia, purtroppo, ha reso più difficile”. Come punti dolenti per il comparto OSS Teresa Pallotti cita la mancanza di obbligo di formazione, con l’esito che “possono trascorrere anche lunghi periodi senza farne”.

Focalizzandoci sul tema cardine degli stipendi, la nostra intervistata ci parla di un range che va dai 1.300 euro ai 1.500 euro al mese per gli OSS del comparto sanitario pubblico. “Dipende molto se ad esempio si fanno i turni di notte, se si lavora in terapia intensiva, in sala operatoria: entra in gioco la questione dell’indennità”.

L’aumento di stipendio resta comunque una richiesta unanime da parte del comparto sanitario e coinvolge anche gli stessi OSS. “Come sindacato possiamo intervenire sul contratto collettivo nazionale, che resta un punto fondamentale”, evidenzia Teresa Pallotti. “Il prossimo rinnovo è previsto per maggio e ci sarà piccolo aumento salariale. Come sindacato ci battiamo proprio per questi rinnovi a livello nazionale, ma le istanze vengono sempre raccolte e intercettate sui territori grazie alle segnalazioni delle persone.” E aggiunge: “Il rinnovo viene promosso per venire incontro alle esigenze economiche delle famiglie, che sono fortemente cambiate. A fianco di questa azione restano in ogni caso gli interventi di tutela individuale dei lavoratori”.

“Turni massacranti. Non credete a RSA e cooperative che dicono di non trovare OSS”

Noi OSS siamo un perno della società lasciato in silenzio, e tutto questo è assurdo”, commenta Davide (nome di fantasia a tutela della privacy), operatore socio sanitario che lavora in Emilia-Romagna in un centro residenziale per persone adulte con disabilità gestito da una cooperativa. Alle spalle l’intensa esperienza all’interno di una RSA; addosso i diversi sapori di un ambito, quello assistenziale, che non concede sollievo o edulcorazione.

“Il problema per molti di noi è che siamo trattati come una sorta di tuttofare”, racconta. “Nella cooperativa in cui lavoro capita che ci facciano svolgere mansioni che non sono di nostra competenza, come il fare le pulizie”. E puntualizza: “A ciò si aggiunge la questione della responsabilità che spesso ricade su di noi: ci prendiamo il peso di questa confusione rispetto a ciò che possiamo fare e non fare”. Problematiche che non sono riuscite a scalfire la grande passione che Davide nutre per il suo lavoro: “Mi piace molto, ma per farlo bene occorre che il contesto di lavoro sia organizzato in modo adeguato: i pazienti sono esseri umani e noi lavoratori non possiamo perdere la salute per gestire tutto”. Riguardo al tema stipendio afferma: “Nel privato noi OSS arriviamo a prendere 200 o anche 300 euro in meno rispetto al pubblico”.

Ma al centro dell’attenzione Davide pone la questione dei turni: “Il peggio l’ho vissuto all’interno della RSA per come venivano gestiti i pazienti e il nostro lavoro, che aveva turni massacranti”. Dopo una malattia che lo porta ad avere il riconoscimento dell’invalidità, Davide va a lavorare in una cooperativa e fa il punto della situazione: “Ogni ambito che coinvolge la mansione degli OSS richiede diverse competenze, ma una cosa che li accomuna un po’ tutti è la tendenza al risparmio: invece di assumere nuovo personale le strutture tendono a sfruttare quello che c’è”. E sottolinea: “Non bisogna credere a certe uscite da parte di cooperative o RSA che si lamentano di non trovare personale: ci sono tantissimi OSS che cercano lavoro!”.

I turni così vedono allungare la coda di ore, e il rischio di burnout è dietro l’angolo: “Quando sono arrivato al limite mi sono fatto sentire ricordando i miei problemi di salute e quello che mi spetta”.

“Sei giorni su sette con pazienti che soffrono di malattie mentali, senza assicurazione o supporto psicologico”

Restiamo in Emilia-Romagna, dove a sviscerare la complessa situazione del proprio settore è Lorenzo (altro nome di fantasia a tutela della privacy), che lavora come OSS da parecchio tempo approdando all’ambito della salute mentale nei primi anni Duemila.

“Sono dipendente di un’azienda sanitaria e svolgo il mio servizio a contatto con persone che soffrono di malattie mentali. Gli utenti, che noi chiamiamo ospiti, vivono in appartamenti appositi da cui possono liberamente uscire senza vincoli di orari. La presenza degli operatori dedicati è di 12 ore al giorno”.

Lorenzo quando viene assunto assiste a un passaggio importante: “Ho visto con i miei occhi aprire il primo appartamento e trasferirci dentro una persona che veniva da una situazione di ricovero in regime di TSO. Posso dire che l’azienda sanitaria con l’avvento degli OSS ha giocato al risparmio: da una situazione residenziale gli utenti sono passati a queste unità abitative seguiti inizialmente h24 dagli infermieri, e poi di punto in bianco h12 da noi OSS. Una cosa che non torna e su cui mi sono sempre battuto: com’è possibile che da un giorno all’altro possa esserci questo ridimensionamento in riferimento a persone che soffrono di patologie psichiatriche?”.

La dinamica desta forti perplessità e Lorenzo puntualizza anche il fatto che il passaggio è stato repentino e che non è giustificato da improvvisi miglioramenti degli utenti coinvolti. In seguito sono subentrati anche gli educatori professionali. “All’inizio è capitato che gli infermieri che si trovavano a gestire casi parecchio complicati chiedessero una mano a noi OSS, e noi li abbiamo aiutati a titolo puramente volontario”, racconta il nostro intervistato. “Poi questi utenti definiti gravissimi sono stati passati del tutto in gestione a noi”.

L’attività concretizzata da Lorenzo e dai suoi colleghi e colleghe richiede attenzione costante, empatia, pazienza, conoscenza dei medicinali da far assumere e soprattutto la capacità di gestire, giorno dopo giorno, il confronto con il vissuto complesso della malattia mentale. “Lavoriamo sei giorni su sette con un solo riposo a settimana e da anni con gli stessi pazienti: veniamo assorbiti dalle loro storie e dalle incombenze che riguardano anche gli aspetti burocratici. In pratica seguiamo tutti gli aspetti”.

A pesare prima di tutto è la mancanza di tutele concrete, come esplicita schiettamente Lorenzo: “Tanto per cominciare l’assicurazione è a carico nostro, una cosa assurda. In più per il lavoro che facciamo, che è ad alto rischio burnout, avremmo necessità di un supporto psicologico ma questo non ci è mai stato dato, siamo soli e il carico psicofisico è tutto sulle nostre spalle”.

Le conseguenze non hanno mancato di farsi sentire: “Soprattutto in questa fase il nostro gruppo è in grosse difficoltà. Ho diversi colleghi seguiti dai servizi perché non stanno bene a livello psicologico, o hanno problematiche di tipo psicosomatico e in alcuni casi soffrono persino di depressione: nonostante ciò devono continuare a prestare il servizio lavorativo. Confesso che a volte questi colleghi si confondono con gli utenti da quanto stanno male”.

Anche la salute fisica se la deve vedere con situazioni di fumo passivo, rischio elevato di contagi, stanchezza protratta, risposo inadeguato. Altro tasto dolente è la penuria di formazione: “Facciamo circa due ore di formazione all’anno e con questo ho detto tutto”, chiosa Lorenzo.

OSS, la remunerazione è immobile: gli scatti di fascia sono una lotteria

Tutele fantasmaassenza di gratificazioni e sensazione costante di abbandono: un groviglio di lacune che pesano su un’attività di per sé già complessa e su lavoratori e lavoratrici che vorrebbero dare risposta a un disagio senza però franarci dentro. Il quadro sembrerebbe già sufficientemente precario, ma si aggiunge il tema spinoso dell’inadeguato riconoscimento economico.

“Viaggiamo con una remunerazione quasi ferma a vent’anni fa”, evidenzia Lorenzo. “Lavoriamo anche nei festivi prendendo per questo solo 10 euro in più. Lo stipendio arriva attualmente a circa 1.490 euro netti compresi i rimborsi, che sono da fame rispetto a ciò che facciamo”. Lorenzo e i suoi colleghi, infatti, per andare da un appartamento all’altro degli utenti devono utilizzare l’auto: “Il rimborso corrisponde al 10% di un litro di benzina”.

C’è infine la questione degli scatti di fascia, che sanno di farsa: “In quasi vent’anni di lavoro ho avuto solo due scatti che mi hanno portato a percepire circa 40 euro lordi in più: una miseria. In occasione del secondo scatto ci hanno fatto rispondere a un questionario online con un punteggio da raggiungere”.

Anche qui non mancano le contraddizioni: “Il nostro è un lavoro fatto di competenze trasversali ma che richiede anche una preparazione specifica a seconda del contesto in cui operiamo”, spiega Lorenzo. “Se chi compila il questionario ha la sfortuna di trovare domande riferite ad esempio al contesto geriatrico di una RSA, e magari lavora in tutt’altro ambito, rischia di perdere lo scatto per questo motivo, e si tratta di una discriminazione a nostro danno”.

Mancanze su mancanze che scatenano giuste domande: “Noi OSS veniamo chiamati angeli, ma poi le tutele vere, quelle di cui avremmo bisogno, dove sono?”, si chiede Lorenzo. Eppure le risposte non sono mai arrivate.                                     

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