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Se manifesti ti caccio: educatori sottopagati e umiliati

Se manifesti ti caccio: educatori sottopagati e umiliati

Si chiedono dove mettano i soldi le coop che li impiegano. Gli educatori romani manifestano contro le irregolarità salariali: "Volevano pagarci la malattia con la cassa integrazione". Il caso di tre educatrici, cacciate da scuola e spinte a firmare registri irregolari.

Sara Bellingeri

23 Dicembre 2020

Diritti frantumati in ambito lavorativo a cui seguono reazioni che diventano cronache annunciate, a maggior ragione quando la situazione è satura sul fronte economico, oltre che su quello della dignità. Torniamo a parlare di educatori/educatrici, ambito da tempo martoriato dal punto di vista salariale e contrattuale, e che ha visto esasperare la situazione con l’arrivo del COVID-19. Stavolta è protagonista un caso emblematico che ha fatto tracimare il limite di sopportazione.

Quella malattia non pagata e gli errori nelle buste paga: la manifestazione degli educatori

Riavvolgiamo per prima cosa il nastro in modo da chiarire le dinamiche.

La mattina del 3 dicembre, dalle 8 alle 11, gli AEC/OEPA (operatori educativi per l’autonomia) della cooperativa Roma 81 – che sul proprio sito web si definisce leader del settore sociosanitario – insieme ai lavoratori e alle lavoratrici di altre cooperative e di altri settori hanno manifestato pacificamente davanti al Municipio VII di Roma, per dimostrare la loro contrarietà a determinate dinamiche. Un “basta” collettivo che pone al contempo richieste precise: il pagamento dei periodi di malattia dovuti ai dipendenti della coop menzionata, e la revoca dell’appalto dove la coop stessa opera senza adempiere alla remunerazione.

“Tutti gli operatori e le operatrici che erano stati assenti per motivi di malattia o allattamento non erano stati pagati”, ci racconta al telefono una dipendente della cooperativa. “Abbiamo chiesto al presidente della coop una soluzione e lui ci ha risposto che non poteva darci una scadenza perché l’azienda era in difficoltà, e che per pagare le nostre malattie avrebbe chiesto il fondo integrativo salariale (FIS). Gli abbiamo però spiegato che non si può pagare una malattia con la cassa integrazione!”

L’altra questione rovente rivendicata dai manifestanti riguardava i dispositivi di protezione individuale, che la cooperativa non avrebbe fornito in numero sufficiente o che presentavano caratteristiche inadeguate, comportando così un rischio di contagio per operatori e utenti.

È stato inoltre sottolineato il mancato assolvimento delle visite mediche annuali e dei tamponi che gli AEC/OEPA devono obbligatoriamente effettuare. I lavoratori hanno quindi reclamato un impegno scritto che mettesse nero su bianco questi punti, soverchiati come sempre dal problema cardine dell’esternalizzazione del servizio educativo, definito essenziale ma affidato a realtà private come le cooperative. Tutto ciò senza i dovuti monitoraggi, visto che si parla di soldi pubblici a favore di attività inclusive che riguardano bambine/i e adolescenti con disturbi e disabilità.

L’assessora alle politiche sociali Cristina Leo, alla quale sono state poste queste richieste, ha affermato che verranno attivati i controlli su tutte le cooperative operanti nel Municipio Roma VII, e che la coop Roma 81 avrebbe provveduto ai pagamenti a breve.

“L’assessora ha chiesto via mail alla cooperativa di effettuare i pagamenti”, spiega la nostra intervistata. “E oltre a questo, di verificare gli eventuali errori in busta paga che noi lavoratori abbiamo riscontrato in maniera diffusa, e che vanno risolti”.

“Cacciate fuori da scuola per aver partecipato all’assemblea sindacale”: la denuncia di tre operatrici

Se il prequel della vicenda presenta dei crateri nel rispetto dei diritti sul fronte lavorativo, la cronaca – grigia più che mai – conferma un precipitare della situazione. A raccontarci tutto è proprio una delle tre testimoni, Laura, psicopedagogista clinica nonché operatrice OEPA che lavora nella scuola primaria di Centroni, succursale dell’istituto comprensivo Gianni Rodari.

“La mattina del 3 dicembre io e altre mie due colleghe abbiamo partecipato all’assemblea sindacale”, spiega. “Tutto questo dopo aver avvisato con posta certificata la nostra cooperativa e anche l’ente pubblico”.

La sorpresa amara arriva a metà mattina: “Alle 11 dovevamo riprendere regolare servizio a scuola, e così ci siamo presentate in tempo per svolgere la nostra attività. Non appena abbiamo messo piede dentro la struttura, però, siamo state cacciate fuori. Eravamo allibite: la dirigente scolastica, che tra l’altro non è nemmeno la nostra datrice di lavoro, ha ordinato alla referente di plesso e all’addetta alla portineria di mandarci via controllando che non entrassimo. Tutto questo mentre pioveva a dirotto, e sotto gli occhi sconcertati dei bambini e delle docenti che lavorano a scuola”.

Laura e le altre due operatrici vengono messe alla porta e si rifugiano nel sottoscala per ripararsi dalla pioggia battente. Solo dopo quasi mezzora vengono fatte rientrare: “Eravamo sconvolte e abbiamo chiesto spiegazioni. Siamo rimaste sconcertate nel sentirci appellare come delle ingrate e delle maleducate perché avevamo partecipato a un’assemblea sindacale, nostro pieno diritto. Tra l’altro avvisando per tempo anche il comune, che per un errore di comunicazione, come scoperto successivamente, non aveva passato l’informazione”.

Le nostre fonti ci raccontano anche che c’è stata la minaccia da parte della dirigente di inserire la partecipazione all’assemblea come assenza ingiustificata delle operatrici.

Ironia amara della sorte, facciamo presente che tutto questo accade il 3 dicembre, giornata internazionale dedicata alle persone con disabilità: “Ha scelto proprio il giorno giusto per fare questo!”, commenta Laura. “Aggiungo inoltre che io amo molto il mio lavoro, sono una di quelle persone che può definirsi felice nel farlo. Questo nonostante guadagni 6 euro e 15 centesimi netti all’ora dopo nove anni di studi, composti da una laurea e da un master, con una remunerazione più bassa rispetto a insegnanti di sostegno che magari hanno preso l’incarico tramite messa a disposizione (MAD) senza avere alcuna preparazione sulla disabilità. Avere un clima sereno in cui lavorare a favore dell’inclusione di bambini con disturbi penso sia il minimo da garantire a tutti noi”.

“Non potevamo andare a lavorare e abbiamo scoperto di aver firmato per mesi registri irregolari”

Laura e le colleghe i giorni successivi non vengono accettate a scuola: scattano delle “ferie forzate” che impediscono loro di lavorare. Verba volant, scripta manent: c’è anche una mail che attesta la situazione.

“Con queste decisioni e con il suo atteggiamento prevaricatore, la dirigente scolastica ha causato gravi conseguenze”, sottolinea Laura. “Per ben tre giorni ha privato di un servizio importante i bambini con disabilità, mentre le nostre colleghe docenti, con cui abbiamo un rapporto splendido di grande sinergia, sono state messe in difficoltà”.

Viene convocata una riunione allargata che vede partecipi anche i genitori dei bambini seguiti dalle operatrici, le docenti e l’assessore alla scuola. Il risultato è vincente: Laura e le colleghe sono state reintegrate a scuola riprendendo regolare attività lavorativa. “Abbiamo avuto da tutti loro forte solidarietà”, racconta con emozione. Quel giorno colmo di tensione ha infatti provocato in lei un forte malessere e uno svenimento, tanto da doversi rivolgere al pronto soccorso. La dirigente si è scusata? “No, le scuse non sono mai arrivate. Diceva anzi di non essersi resa conto che ci fossimo rimaste male per la situazione”.

Emergono al contempo altre situazioni prive di deontologia, come ci spiega la nostra intervistata: “La dirigente ci faceva firmare ogni mattina dei registri che sono poi risultati irregolari. Noi abbiamo sempre firmato senza problemi credendo fosse tutto in buona fede, quando invece non era così. Ora i registri sono stati messi sotto sequestro”.

Rientrare dopo una situazione del genere non è stato facile per le operatrici, ma la voce levata dai colleghi ha fatto raggiungere importanti risultati in tempo utile. Manca però ancora all’appello la questione delle buste paga di Roma 81 che presentano delle mancanze di soldi.

“Dove sono finiti, visto che l’ente comunale ha pagato regolarmente la cooperativa per il servizio educativo previsto? Quando riceveremo quello che ci spetta?”. Domande tutt’altro che retoriche quelle di Laura, e che abbracciano implicitamente quelle dei cittadini, visto che parliamo di fondi pubblici messi a bilancio per un obiettivo alto: quello dell’inclusione.

Nella foto: Presidio di solidarietà del 9 dicembre fuori dalla scuola Centroni dopo l’esclusione delle operatrici OEPA.