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Settimana corta lavorativa, parla chi l’ha provata: flessibilità non vuol dire equilibrio

Settimana corta lavorativa, parla chi l’ha provata: flessibilità non vuol dire equilibrio

Da 40 a 32 ore settimanali, in alcuni casi 30, e c’è chi addirittura non pone limiti né di orario né di luoghi. Sono le esperienze di 4 aziende, di varie dimensioni, che attuano la settimana corta. Ma a raccontarle, stavolta, sono i dipendenti.

Settimana corta al lavoro: sì o no? C’è chi la ritiene la soluzione ideale, chi una trovata di marketing e di employer branding, e chi la sta già sperimentando da qualche anno in Italia, ancor prima che se ne tornasse a parlare per via di Intesa Sanpaolo. Che, per chi non lo sapesse, ha proposto quattro giorni a settimana, passando da 7,5 ore di lavoro quotidiane a 9.

Ma cosa ne pensano i dipendenti? E ci sono altri modi per lavorare meno, mantenendo lo stesso stipendio e trovando forse l’agognato work-life balance?

SenzaFiltro lo ha chiesto a chi in prima persona vive il frutto di queste decisioni: i dipendenti, appunto. Abbiamo parlato con sei persone che lavorano in quattro aziende diverse. E no, non sono tutte di grandi dimensioni. Ecco che cosa ci hanno detto.

Alessandro di Zupit: “Più che settimana corta, la nostra è una giornata corta. E ci dà una concentrazione totale”

Dalle parti di Trento, in Zupit, le 30 ore sono la norma. O almeno lo sono da quattro anni: “Quando sono arrivato era già così”, racconta Alessandro Mariotti, technical leader (responsabile tecnico) in questa realtà che conta 30 dipendenti. Qui si sviluppano software, con metodologie agili e settimana corta: “Per noi è più una giornata corta: lavoriamo dalle 8 alle 14, tutto filato, e dopodiché il pomeriggio è libero. Ogni tanto capita di fare qualcosa in più, ma è un’eccezione. A livello contrattuale, abbiamo un part-time di 6 ore al giorno”.

La giornata corta è stata comunque una conquista per questa piccola impresa che lavora in ottica di “miglioramento continuo”. All’inizio si facevano le “classiche” 40 ore: “Anche se era prevista una parte da dedicare alla formazione, che oggi è lasciata agli individui”, aggiunge Alessandro. “Nell’informatica è un’esigenza molto sentita, pertanto di solito le dedichiamo parte del nostro tempo libero. Con le 30 ore lavoriamo meno, e abbiamo più tempo per formarci, ma soprattutto per altre cose: sono riuscito a seguire la ristrutturazione di casa mia. Diversamente, sarebbe stato impossibile”.

Per Zupit è oggi una “scommessa consolidata”, ma “non è sempre facile organizzare le riunioni con i clienti, così come i colloqui per cercare nuove persone (di solito libere dopo il lavoro). Poi, certo, dipende dai casi: se abbiamo un cliente grosso tendiamo a fare qualche riunione extra, ma cerchiamo di far passare il messaggio: quando ci chiedono di contattarci nel pomeriggio, la risposta è tendenzialmente no”.

E le “emergenze” come vengono gestite? “Con i Service Level Agreement (accordi sul livello di servizio, N.d.R.) interveniamo nei tempi garantiti che tutelano allo stesso tempo il nostro orario, poi dipende dal canone che paga il cliente. Ma in generale si privilegia quello che l’azienda ha deciso per le persone”.

Se vi state chiedendo se in 30 ore si riesce a fare quello che si fa in 40, Alessandro risponde con un gran sorriso: “Sì, senza dubbio: il mio lavoro è pura concentrazione. Quando facevo le 8 ore a un certo punto non rendevo più come al mattino. In altre aziende, poi, mi capitava di farne 45 a settimana, altro che 40! Inoltre, se arrivi a casa tutti i giorni alle 18, l’umore con cui vai al lavoro è diverso. Oggi sono più felice e concentrato, e da remoto ancora più produttivo. Ogni giovedì, comunque, con il mio team ci ritroviamo in ufficio perché abbiamo bisogno di vederci”.

Essere in ufficio alle 8 però non è facile per chi vive lontano: “Sono colleghi che non vengono quasi mai, è vero, ma tutto questo, insieme ad altri benefit, sta creando una bella comunità: da parte di tutti c’è una voglia di partecipare notevole”, conclude Alessandro prima di lasciarci per andare a fare la spesa (sono le 14.30 di un venerdì).

“Con la flexi-week possiamo prendere 8 ore a settimana, anche spalmate su più giorni”. L’esperienza di Awin

Per Awin Italia, azienda di affiliate marketing parte di Axel Springer Group, con diverse sedi nel mondo e 1.350 dipendenti di cui 37 in Italia, la settimana corta è in realtà una “flexi-week”: il “giorno off” non è fisso, ma flessibile. Si può optare per una giornata intera, e non per forza il venerdì, decidere per due mezze giornate o spalmare le 8 ore.

“Così riesco a organizzarmi come meglio credo, a gestire le faccende domestiche non solo nel weekend e tanto altro, avendo una libertà a volte invidiabile”, spiega Caterina Poppi, che gestisce le partnership con gli influencer.

Awin ha introdotto ufficialmente la settimana corta nel luglio 2022, dopo una fase di test prolungata, con inizio nel gennaio 2021 e in qualche modo necessaria: “Si trattava di una cosa nuova cui non avevamo mai pensato”, spiega Caterina. “Soprattutto avevamo legato la modalità di lavoro per obiettivi (oggi i dipendenti lavorano in modalità ibrida, N.d.R.) al periodo di emergenza. In un certo senso eravamo preparati, ma dovevamo abituarci”.

Nella sede italiana, la settimana corta è figlia delle decisioni a livello internazionale: “L’esperimento è partito nel Regno Unito ed è stato subito esteso a tutti i paesi: meno ore a parità di stipendio”, racconta Daiana Iacono, responsabile del team italiano. “È un’idea nata nell’aprile 2020. In quel periodo l’azienda aveva concesso il venerdì perché eravamo sempre tutti a casa, quindi molto operativi. Sono poi serviti dei mesi per capire come gestire il tutto da un punto di vista fiscale e legale, finché ora è diventata parte del nostro modo di lavorare. Devo dire che guadagnare fisicamente del tempo rende la giornata più lunga. Per me poi vuol dire andare a prendere mia figlia a scuola, cosa che non facevo mai”.

Alla flexi-week partecipano tutti, eccezion fatta per gli stagisti perché, spiega Daiana, dovendo “accumulare un numero di ore dovremmo allungare lo stage, il che non ha senso”.

“La nostra settimana corta? Funziona grazie ai micro team, ma si rischia di perdere lo spirito di squadra”

La settimana corta per Awin “funziona grazie alla gestione in micro team di 4-5 persone: così riusciamo a coprire le 40 ore settimanali senza un giorno di chiusura fisso”. E i clienti? “Sono informati dell’assenza perché, se scrivono, ricevono una mail in cui il dipendente spiega che è il suo day off e in copia ci sono le altre persone del team”, spiega Daiana.

Un modus operandi che, secondo Caterina, fa gestire meglio l’ansia: “Se non rispondo subito a una mail, non è per forza un male. Nel mio lavoro bisogna pensare la strategia per un cliente e avere del tempo in più ti aiuta a mettere le cose in prospettiva. Siamo abituati a volere tutto e subito, ma un giorno è un tempo accettabile per dare un feedback a qualcuno”.

Tra i lati negativi della settimana corta, secondo alcuni studi, c’è il fatto di dover assumere più personale per sopperire alle mancanze, così come il dover lavorare di più negli altri giorni: “Per noi le nuove assunzioni sono legate all’aumento di clienti, non alla flexi-week”, precisa Daiana. E quanto alle ore in più, Caterina ammette che, lavorando con gli influencer, può capitare più che altro che non riesca a prendere tutte le 8 ore libere: “Quando ci sono delle campagne limitate nel tempo o dei ritardi nella consegna di materiale può succedere, ma non è la prassi e, soprattutto, non lavoro mai nel weekend”.

Tutto bello dunque? Qualche lato negativo c’è: “Quando devi fissare le riunioni non è facile, è sempre un incastro tra le varie disponibilità”, ammette Daiana. E “si è un po’ perso lo spirito di team, nel senso che rispetto a prima non vivi allo stesso modo l’arrivo di un collega nuovo”, aggiunge Caterina. “Era cambiato già con lo smart working: si impara a conoscersi meno. Cerchiamo di ‘rimediare’ organizzando eventi estivi, invernali e altre iniziative”.

“Per abituarsi alla settimana corta ci vuole una mentalità diversa e del tempo”. L’esperienza in Carter & Benson

Anche in Carter & Benson, società di head hunting che fa parte di IMD International Search con poco meno di 1.000 dipendenti nel mondo, di cui 40 in Italia, la settimana corta prevede la possibilità di scegliere le 8 ore “off” in libertà. Anche in questo caso, abituarsi alla nuova modalità non è stato immediato, come ci raccontano Veronica Sartori e Silvia Zanini, entrambe “principal”; si occupano cioè di coordinare e supervisionare i team operativi, sono il punto di riferimento per i clienti e garantiscono la consegna dei vari progetti.

“Per me non è stato facile entrare in queste logiche, anche se apprezzo tantissimo la settimana corta e non abitando a Milano mi aiuta molto”, dice Veronica. “Essendo una persona forse con troppo senso del dovere, faticavo a prendermi i miei spazi. Pur cogliendone la positività non riuscivo a adattarla ai miei ritmi. Avevo paura di perdermi qualche pezzo o qualche comunicazione con il cliente.”

Una sorta di FOMO, Fear Of Missing Out legata al lavoro: “Credo sia dovuto al fatto che faccio un lavoro che mi piace e nel tempo sono cresciute le mie responsabilità. Pian piano sono riuscita a raggiungere un equilibrio e con le persone del mio team ci sono un’armonia e una seniority tali che mi rendono molto tranquilla. Seguo ogni progetto insieme a un’altra persona, in questo modo siamo entrambe informate”.

Le fa eco Silvia, che ricorda come la settimana corta ha alcune difficoltà nella “messa a terra: è necessario un cambio di mentalità oltre a del tempo per adattarsi. E un maggiore sforzo a livello organizzativo. Credo sia necessaria la ‘cultura’ non solo da parte dell’azienda o dell’AD, ma proprio dei dipendenti. L’azienda ci invita a prenderci settimanalmente le ore off proprio perché, sebbene non obbligatorie, di sicuro sono importanti. Certo, il nostro è un lavoro ‘sali e scendi’, con picchi e periodi di maggiore calma, ma come lo gestisci dipende da te e da come vuoi impostarlo”.

Non mancano i lati positivi della settimana corta, che ci illustra Veronica: “Ho sicuramente degli spazi in più e staccare ti fa lavorare meglio. Ricarico le pile e non ho quel senso di stanchezza perenne, il che mi porta a sviluppare aspetti legati a quel senso di responsabilità che ho sempre avuto. Procedere per obiettivi ti permette di organizzare al meglio le tue attività, e l’azienda ha una grande fiducia nei confronti dei dipendenti, il che è stimolante e ti fa sentire parte di essa”.

La pensa allo stesso modo Silvia: “Poter essere padroni del proprio tempo e sapere di avere delle ore per sé ti permette di fare altro, come lo sport. Ma non solo: si instaura un metodo di valutazione di performance sempre più meritocratico e non basato sulle ore in ufficio. Così sono i risultati a parlare. E in termini di produttività, è un incentivo al contrario: sai che per goderti quelle ore libere devi aver fatto il tuo, e così riesci a fare anche ciò che di norma facevi nel quinto giorno”.

In Velvet Media si va oltre lo smart working e la settimana corta con il Myway Work

Per Velvet Media, agenzia di marketing di Castelfranco Veneto con 150 dipendenti, invece, non si può parlare né di settimana corta né di smart working tradizionale. Lo chiamano Myway Work perché ogni dipendente può scegliere quante ore lavorare e in che modalità. Purché abbia obiettivi specifici e si dia, come si legge sul comunicato stampa, “priorità alle commesse dei clienti con ancor maggiore determinazione”.

Andrea Zaniolo, manager dell’innovazione (all’inglese Chief Innovation Officer) ci spiega: “Abbiamo spostato il focus da giornate e ore a obiettivi, il tutto grazie a due parole chiave: responsabilizzazione e squadra”.

In soldoni che cosa significa? “Che non lascio il posto di lavoro se non mi assicuro che i miei colleghi non abbiano bisogno di me. Nessuno mi impedisce di giocare a calcetto durante l’orario di ufficio, ma devo appunto essere sicuro di questo. Anche perché il concetto di tempo è variabile: non è detto che due persone impieghino le stesse ore per fare le medesime cose. Ma non solo: a parità di stipendio lavoriamo meglio. Se ho una giornata storta perché devo per forza fare quella cosa? Oggi ho avuto una giornata piena? Perché non prendere il mattino dopo per riposare, se non inficia il lavoro degli altri? Ognuno sa quali sono le sue urgenze”.

Questo modo di lavorare, che Velvet Media sperimenta da 5 mesi, comporta secondo Andrea “una crescita personale dal punto di vista della responsabilità e dell’organizzazione. Inoltre non hai l’ansia assurda di essere al lavoro alle 9”.

Ha ovviamente qualche lato negativo: “Bisogna prenderci le misure e quando sei in smart working devi considerare di non avere il collega di fronte, per quanto i sistemi digitali ti aiutino”. Come dire: nuove modalità sì, ma senza dimenticare che il lavoro è anche e soprattutto relazione.

Leggi gli altri articoli a tema Settimana di 4 giorni.

Leggi il mensile 115, “Infortuni mentali“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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Photo credits: centodieci.it