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Studio Medico 3.0: un’app privata sfida i buchi digitali della pubblica salute

Studio Medico 3.0: un’app privata sfida i buchi digitali della pubblica salute

Usare la tecnologia per facilitare il rapporto tra medici e pazienti: l'app esiste, è stata sviluppata da un'azienda privata, ma pochissimi dottori la utilizzano. Parla il responsabile del progetto.

Lara Mariani

28 Gennaio 2021

Il 10 dicembre è arrivata in redazione questa notizia d’agenzia.

“Garantire una perfetta continuità assistenziale al paziente, favorendo il dialogo con il medico, da remoto e in totale sicurezza. È questo l’obiettivo dell’applicazione SM3.0 (Studio Medico 3.0), disponibile e scaricabile gratuitamente dai dispositivi Android e a breve anche iOS, che beneficia del contributo incondizionato di Angelini Pharma, impegnata a fianco dei medici di medicina generale per sostenere e facilitare il loro lavoro non solo in questo momento di estrema emergenza, ma anche in futuro.”

Avevamo già in programma questo mensile dedicato ai medici di famiglia, e in riunione di redazione abbiamo pensato che esaminare il funzionamento di questa app, intervistando un medico, qualche cittadino che la stava utilizzando e un esperto di tecnologie digitali, poteva essere un bel modo di approfondire e diffondere la notizia.

Una bella idea, ma ancora sono in pochi a utilizzarla. Il caso dell’app Studio Medico 3.0

Paradossalmente il contatto più semplice è stato quello con l’esperto di tecnologia digitale. Matteo Pogliani si è infatti subito reso disponibile a commentare la app e ad analizzarne punti di forza e di criticità. Peccato che lui, come me, l’avesse scaricata ma non potesse utilizzarla. Per attivarla è infatti necessaria la registrazione del medico di famiglia, ma né il mio né il suo medico avevano ancora aderito al progetto.

Però la mia dottoressa è prossima alla pensione e ho pensato che forse non se la sentiva di sobbarcarsi la gestione di una tale novità nei suoi ultimi mesi di lavoro; così ho chiesto ad alcune amiche e ad alcuni colleghi, in diverse regioni d’Italia, in particolare in Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna. Nessuno dei loro medici aveva ancora aderito al progetto. Pensavo di mollare il colpo, poi ho fatto ulteriori ricerche e trovato la notizia dell’applicazione su diversi siti e giornali. Mi sono chiesta: “Perché la pubblicizzano tanto se ancora per gran parte dei cittadini non è utilizzabile?”.

Anche Matteo Pogliani mi conferma che questa è una bellissima iniziativa che ha davvero il potenziale per semplificare il rapporto medico-paziente, ma si prospetta una strada davvero in salita perché presuppone una digitalizzazione a doppio senso, sia del medico che del paziente.

“Il tema della digitalizzazione in sanità è forte, oggi esistono tanti dispositivi che ti permettono di monitorare e mandare dati direttamente ai medici che seguono i pazienti. La direzione è sicuramente l’innovazione, ma sono convinto che se non la imponi a livello centrale sia difficile governare il fenomeno.”

Secondo Matteo il fatto che Studio Medico 3.0 sia promossa da Angelini Pharma e non da un ente pubblico porta con sé una mancanza di strategia sulla digitalizzazione: “Per carità, io adoro quando il privato lavora bene per la comunità, ma visto che qui si tratta di sanità, di sicurezza e di gestione dei dati avrei preferito la partecipazione del settore pubblico”.

Studio Medico 3.0, il responsabile del progetto: “Con il pubblico l’avremmo realizzato tra vent’anni”

Le riflessioni di Matteo e l’impossibilità di utilizzare SM 3.0 meritano sicuramente una risposta, ed è a quel punto che contatto la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), che mi conferma immediatamente la disponibilità del responsabile del progetto Studio Medico 3.0, il dottor Massimo Magi.

Dottor Magi, qual è stata la genesi del progetto?

La app è stata sviluppata da Nusa Servizi perché la F.I.M.M.G. sentiva l’esigenza di rinnovare la diagnostica del medico di famiglia. L’idea è nata tre anni fa da una app artigianale che era stata realizzata da alcuni colleghi del Piemonte e che abbiamo reso più professionale. Sentivamo la necessità di innovare la medicina generale perché le aspettative nei confronti del medico di base stanno cambiando.

Che cosa vi chiedono i pazienti?

Sostanzialmente un medico rassicurante, disponibile e digitale. Sono in tanti a sperare in una medicina generale più vicina alle persone, meno burocratizzata, più organizzata e più accessibile (anche nelle attività non cliniche dello studio).

La pandemia ha poi ulteriormente accentuato queste necessità.

Il COVID-19 ha funzionato da acceleratore di queste esigenze e la app può dare una risposta assistenziale, soprattutto ora che la possibilità di relazione con il medico di famiglia è stata pesantemente ridotta. Ad esempio SM3.0 permette al paziente di comunicare con il medico anche attraverso una chat e di effettuare le visite in videoconferenza. La F.I.M.M.G. mi ha dato l’incarico di studiare il progetto, poi grazie ad Angelini i processi si sono velocizzati e ora abbiamo cominciato la diffusione. Alcuni medici l’hanno già scaricata.

Anche io l’ho scaricata, ma il mio medico e anche quello di altre persone che conosco non sono ancora pronti. Quando pensate che potrà essere capillare la diffusione sul territorio?

Ad oggi sono 250 i medici che l’hanno scaricata. Poi ogni medico diventa un moltiplicatore. Abbiamo appena cominciato, e l’obiettivo per il 2021 è di raggiungere 1.500 download, tenendo presente che 1.500 medici portano due milioni di pazienti a scaricare la app. Sappiamo da diversi studi che un’iniziativa del genere ha bisogno almeno di tre anni per avere una diffusione importante.

Si aspetta qualche medico reticente?

Sicuramente. Anzi, abbiamo calcolato che lo zoccolo duro degli irriducibili, impermeabili alla tecnologia, sarà circa un 20%. In realtà la predisposizione dei medici alla tecnologia digitale sta aumentando, ma il problema è che tutti gli strumenti utilizzati ora (SMS e WhatsApp) sono rischiosi e tutti fuori legge.

In effetti intorno al problema dei dati c’è una gran polemica: non solo Immuni ha suscitato dubbi e perplessità, ma anche WhatsApp è diventato uno strumento molto discusso.

Abbiamo fatto un grosso investimento sulla piattaforma Chino, che a livello europeo è la più affidabile per il trasferimento di dati sanitari. Il dato che viaggia lì dentro è un dato sicuro, per quella che è tecnologia attuale.

Mi spieghi meglio il procedimento di trasmissione dei dati.

Innanzitutto i dati non girano nelle nostre piattaforme, ma li abbiamo consegnati a un terzo soggetto. Noi possiamo solo sapere quanti pazienti e quanti medici la utilizzano. Una volta che l’informazione parte dall’applicazione viene decriptata, spezzettata e quindi resa anonima. In questo momento la piattaforma Chino è il massimo della qualità per il rispetto della privacy. Uno dei criteri che Angelini Pharma ha sondato con molta attenzione è stato proprio quello della privacy.

Anche perché i dati sanitari ormai sono preziosi come quelli bancari.

Angelini ha studiato l’architettura della app, ha capito che rispondeva alla policy aziendale – compresi i criteri sulla privacy – e di conseguenza l’ha sostenuta.

E se un domani Angelini dovesse chiudere i rubinetti come vi muoverete?

Suvvia, mi conceda almeno cento giorni di luna di miele. Anche perché la app risponderà a esigenze pratiche, come la gestione degli appuntamenti con l’informatore scientifico del farmaco, che possono essere utili anche alle case farmaceutiche. Oggi, ad esempio, a causa della pandemia l’informatore scientifico fa fatica a entrare nello studio medico, e la app potrà facilitare il loro rapporto. Inoltre la app potrà collegarsi con alcuni dispositivi multi-parametrici come l’elettrocardiogramma, l’elettrocardiografo e il saturimetro per consentire al medico di monitorare i pazienti da remoto.

L’iniziativa è bellissima e il fatto che ci sia un’azienda privata che la sostiene è lodevole, però me lo conceda, forse avrei preferito che un’iniziativa del genere fosse sostenuta dal Ministero della Salute.

Io preferisco non applicare logiche retro-stataliste alle buone idee. Questa è un’azione virtuosa, ma anche un esempio positivo di come il privato possa investire le sue risorse, perché tra l’altro non è che il pubblico possa fare tutto. Guardi la fine che stanno facendo i milioni che dovevano essere dati alla medicina generale dal Decreto Speranza. Ora sono stati affidati alla struttura commissariale del gestionale del COVID-19, ma le regioni protestano perché ognuna vuole la sua parte.

Mi sta dicendo che se ci fosse stato di mezzo il pubblico questa app sarebbe stata pronta tra vent’anni?

Esattamente. Noi da quindici anni parlavamo di ricetta dematerializzata, ma in realtà è stata solo decolorata. Per anni siamo andati avanti con la ricetta rossa, poi la ricetta rossa è semplicemente diventata bianca, poi sono bastati tre mesi di COVID-19 per avere la vera ricetta dematerializzata. Da una parte quattordici anni di tentativi, poi nel bel mezzo della pandemia in tre mesi abbiamo fatto tutto.

C’è qualcuno che ha barato.

Prima le regioni, poi i finanziamenti, poi le polemiche sui sistemi, poi ogni regione voleva il suo pezzetto. C’è voluto il peso devastante della pandemia, perché senza un bisogno urgente avremmo continuato a menare il can per l’aia. Poi ora c’è in programma un altro passo avanti, la dematerializzazione di tutti i farmaci di fascia C. Facciamo fatica ad abbandonare vecchi costumi borbonici, e talvolta il pubblico invece di fare da facilitatore dimostra la sua presenza mettendoti i bastoni tra le ruote.

Chiudo la telefonata pensando che il dottor Magi ha risposto a tutti i nostri dubbi (miei e di Matteo), ma continuo a pensare che la classe medica dovrebbe aderire più velocemente al progetto, vista anche la spinta comunicativa che gli hanno dato.

Proprio ieri sono passata dall’ambulatorio del mio medico di base e in attesa, fuori, in fila e con un freddo polare c’erano una decina di persone, la maggior parte anziani. È vero che è colpa del COVID-19 e che in tempi normali queste persone avrebbero aspettato in sala d’attesa, ma certe immagini non si possono proprio più guardare.

Foto di copertina del National Cancer Institute su Unsplash