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Teatro a domicilio, la cultura non molla

Teatro a domicilio, la cultura non molla

Prendi il teatro e portalo a casa. In alcune città d’Italia hanno preso piede esperimenti di “teatro delivery”. Vediamo di che cosa si tratta e come funzionano questi spettacoli.

La data non poteva essere più simbolica. Il 27 marzo: Giornata Mondiale del Teatro, scandita da manifestazioni in tutta Italia dei lavoratori del teatro che hanno ribadito lo stato di grave crisi in cui versa il settore, la mancanza di ristori dignitosi e l’assenza di prospettive per il futuro, attendendo la slittata riapertura – prevista inizialmente proprio per il 27 marzo – degli spazi della cultura.

Dal 21 al 27 marzo si è tenuto anche il festival del teatro delivery “USCire A primavera”, organizzato dalla compagnia Nasca Teatri di Terra dell’artista pugliese Ippolito Chiarello, in collaborazione con la rete di USCA (Unità Speciali di Continuità Artistica) creata il 4 dicembre dallo stesso Chiarello. Un’occasione per celebrare l’esperienza del teatro su prenotazione e consegnato a domicilio, realizzata in questi complicati mesi da attori, attrici e compagnie attive in tutta Italia e anche all’estero.

Rider della cultura che, nei cortili e davanti le case, hanno saziato un pubblico “affamato” di rappresentazioni e letture in un momento di restrizioni e sofferenze.

Ippolito Chiarello al termine di uno dei suoi spettacoli a domicilio in collaborazione con le USCA (Unità Speciali di Continuità Artistica) photo@LuciaPagliari

Barbonaggio Teatrale Delivery: le USCA portano l’arte a domicilio

Il Barbonaggio Teatrale Delivery rappresenta l’estensione della modalità di proposta artistica avviata nel 2009 da Ippolito Chiarello, che propone i suoi spettacoli, oltre che in teatro, anche per strada o in luoghi non teatrali, su un palchetto, vendendoli a pezzi.

“Da 11 anni sento la necessità di impegnarmi in un’azione parallela più cruda e concreta all’interno di un sistema teatrale poco visionario e senza prospettive, chiuso su se stesso e autoreferenziale. Devo sporcarmi le mani e i piedi per incontrare nuovo pubblico, stimolare e fidelizzare nuove persone a venire a teatro”, racconta l’attore salentino, che con il Barbonaggio Teatrale ha toccato oltre 500 città italiane ma anche molte capitali europee, fino al Canada, creando un movimento oggetto di tesi di laurea e film.

“Quando è scoppiata la pandemia, è stato naturale proseguire – zaino in spalla e bicicletta – con la formuladelivery’, in massima sicurezza, lasciandomi suggestionare dai rider che erano gli unici a portare alle persone chiuse in casa beni di prima necessità a qualsiasi orario.”

Da qui l’invito di Chiarello a esperienze già esistenti e ai colleghi a unirsi al suo progetto per formare una rete e costituire delle USCAUnità Speciali di Continuità Artistica – in tutto il Paese, riprendendo l’acronimo delle omonime Unità sanitarie “che si occupano dell’assistenza domestica dei malati, ma sembrano oggi completamente sparite dalla narrazione del COVID-19”.

Una metafora potente per ribadire la funzione essenziale e concreta dell’arte. “Ho ricevuto almeno 150 contatti e oggi aderiscono almeno 60 realtà” in molte città italiane (tra cui Milano, Messina, Palermo, Catania, Potenza, Alessandria, Pisa, Padova, Firenze, Benevento, Assisi, per citarne alcune) e anche all’estero (Francia e Brasile).

“Noi attori non possiamo aspettare a casa. Dobbiamo muoverci”

“Il mio obiettivo era invitare gli artisti a aderire a un’idea, non a una rete burocratica; a esercitare un’azione di prossimità politica e poetica con la consapevolezza che la nostra funzione non possa e non debba esaurirsi sul palcoscenico di un teatro. Aver creato le USCA – che in uno Stato ideale dovrebbero essere composte da un medico, un infermiere e un artista – significa usare un’unica voce per dimostrare che sappiamo reinventarci in tempo di pandemia e trovare modi trasversali e fuori dai canoni per continuare a fare il nostro mestiere. Ci diciamo che siamo fondamentali, ma non possiamo aspettare a casa che ci chiamino per salvare il mondo. Dobbiamo muoverci”.

Che cosa resterà di questo movimento dopo la zona rossa? Le anime delle USCA sono diverse, come è normale che sia. Alcune compagnie e alcuni artisti continueranno anche dopo, altri magari si fermeranno all’apertura dei teatri; ognuno sceglierà una propria strada.

Per il futuro, anche dopo la fase emergenziale, sarà però stato essenziale (ri)attivare il legame con il pubblico, avere la giusta e meritata attenzione nei suoi confronti ed essere, come artisti, al servizio della collettività. “Non è importante che io reciti Shakespeare sotto la finestra, ma che io vada innanzitutto sotto la finestra. Non si tratta di un ‘famolo strano’, di un divertimento estemporaneo, ma del mio lavoro”.

Barbonaggio Teatrale, Delivery o meno, per Ippolito Chiarello è soprattutto uno strumento in più per rimettere in moto la radice del mestiere di attore, da esercitare tutti i giorni. “I giovani delle accademie mi chiamano e sono entusiasti di questa iniziativa delle USCA, perché intravedono in questa azione l’opportunità di mettere subito in pratica quello che hanno studiato”, prosegue Chiarello.

Non sono mancate le critiche – “questo non è teatro” – rispedite al mittente. “Non sto svendendo il mio lavoro”. Le persone pagano per il loro spettacolo, con regolare ricevuta. Ci sono poi donazioni sospese per famiglie e comunità in difficoltà economiche e azioni di solidarietà, come per i ristoratori leccesi il 27 marzo, durante l’ultima giornata del festival USCire A primavera. “Un artista, una storia, qualcuno che ti ascolta. Occorre ripartire da questo affinché il teatro riacquisti la propria centralità”, ribadisce Ippolito Chiarello.

Teatro a domicilio umbro: la collaborazione con le istituzioni

Con un bagaglio di esperienze legate al concetto di teatro su strada alle spalle, Carlo Dalla Costa ha raccolto l’invito di Ippolito Chiarello dopo che il festival Segni d’Infanzia, durante il quale avrebbe dovuto esibirsi lungo le strade di Mantova, è stato sospeso per le restrizioni anti-COVID. Così l’attore di Assisi ha dato vita all’USCA “Teatro a domicilio umbro”, con l’importante collaborazione del Teatro Stabile dell’Umbria, “primo teatro in Italia a sostenere l’iniziativa del Barbonaggio Teatrale Delivery”.

Carlo Dalla Costa durante una delle sue performance.

Da metà novembre Carlo non si è mai fermato. Affiancato dal danzatore Marco Toccaceli e dall’attore Tommaso Gennari, ha percorso le strade della regione proponendo poesie, letture, monologhi, performance di danza, spettacoli in maschera o improvvisati, declinati secondo “menù” che si rivolgono anche ai bambini (si va dai 5-7 euro a pezzo a pacchetti da 20, 40, 50 o 60 euro).

La risposta è stata molto positiva e il passaparola sta funzionando. Il nostro pubblico è trasversale a tutte le età: ci hanno chiamato per festeggiare un ottantesimo compleanno così come l’inaugurazione della casa di una giovane coppia. Pochi gli habitué del teatro, molta la curiosità verso questa forma d’arte e il rapporto che si instaura con l’attore”, racconta Carlo Dalla Costa. “Io faccio il mio lavoro e ricevo molto di più in cambio, una gratitudine che sento quasi di non meritarmi”.

La sinergia tra il Comune di Marsciano e il Teatro Stabile dell’Umbria ha portato nel paese in provincia di Perugia il teatro a domicilio; un progetto che ha aperto ulteriori possibilità. “Realtà associative che operano nel sociale sono interessate a collaborare insieme nell’ambito di bandi italiani ed europei”.

Le istituzioni possono, quindi, dare un ulteriore slancio all’iniziativa che “non è teatro di serie B, ma è a tutti gli effetti una seconda opzione per fare il mio mestiere e raggiungere un nuovo pubblico con una rete di artisti sul territorio”, aggiunge l’attore, che lavora anche nel carcere di Perugia. “Purtroppo chi si lamenta oggi della chiusura dei teatri è soprattutto chi ci lavora. Il pubblico è sì dispiaciuto, ma non reputa il teatro un bene prioritario. Noi operatori dobbiamo chiederci per primi la ragione di questa situazione”.

Teatro interstiziale, l’offerta su misura che piace agli spettatori in lockdown

È fine ottobre quando il nuovo Dpcm chiude cinema e teatri. Che cosa si può fare adesso?

La compagnia teatrale bolognese Kepler-452 risponde allo sconforto e alla solitudine di questo periodo storico con Consegne e Coprifuoco: due spettacoli performance site specific sulla piattaforma Zoom, il primo dei quali è stato acquistato dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia-Giulia e replicato anche a Udine e Cervignano del Friuli.

Nicola Borghesi, fondatore di Kepler-452, veste i panni dell’attore-rider, invia un link allo spettatore perché possa seguire dalla piattaforma il suo percorso in bici e dialogare con lui fino alla consegna vera e propria sotto casa (il biglietto costa 18 euro compresa una porzione di tagliatelle per ogni abitante, preparate dallo stesso Borghesi).

Nicola Borghesi, fondatore di Kepler-452 (Foto di Davide Spina)

Inserito all’interno della stagione di teatro diffuso “Agorà” diretta da Elena Di Gioia, Coprifuoco è l’evoluzione di Consegne: Nicola Borghesi compie “spedizioni notturne per città deserte” (sottotitolo dello spettacolo) mentre dialoga con un altro artista (a Imola con gli attori Enzo Vetrano e Stefano Randisi, a Bologna con il musicista e frontman dello Stato Sociale Lodo Guenzi, a Faenza con la coreografa e danzatrice Francesca Pennini e, sempre a Bologna, con il performer Marco D’Agostin), il tutto fruibile su Zoom da un pubblico più ampio.

“Lo abbiamo chiamato teatro interstiziale perché si insinua negli spazi possibili, scardinando dei limiti ma senza nuocere e in sicurezza”, spiega Nicola Borghesi. “La pandemia avrebbe dovuto essere un’occasione per ripensare ai confini di un mestiere che era già in difficoltà prima del COVID-19”.

Oggi le modalità con cui si fa teatro non possono che tenere conto del presente com’è adesso. “Serve un nuovo modo di pensare, servono nuove risposte: non necessariamente a livello di uso dello spazio oppure utilizzo di nuove tecnologie, ma di come un artista pensa alla scena e al suo posizionamento all’interno di essa”.

Una lezione da tenere a mente è la reazione forte del pubblico alla dedica personale, alla dimensione “fatto apposta per te” rappresentata dal dialogo con l’artista bolognese. “Io credo che il bisogno di quello che fa il teatro ci sia, anche se le persone non lo sanno, non l’hanno ancora scoperto o non se lo ricordano. Raccontare al pubblico di questo loro bisogno – della ricerca di una risposta in un contesto teatrale – è la sfida prossima ventura”.

In copertina Ippolito Chiarello fotografato da Lucia Pagliara