Attenti agli impatriati: l’Italia non guarda alla lezione di Lisbona

Un ingegnere italiano che lavora da remoto per un’azienda tedesca può beneficiare delle agevolazioni fiscali per i rimpatriati: lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate il mese scorso, creando un precedente importante. Ma il modello che l’Italia sembra voler seguire ha già mostrato altrove le sue debolezze

04.03.2026
Impatriati: una giovane sul punto di varcare il confine per tornare in Italia

Un ingegnere italiano, dopo anni di lavoro tra Londra e Berlino, decide di tornare a casa, ma continua a lavorare per la sua azienda tedesca. Sorge subito una domanda: dove paga le tasse? E soprattutto: ha diritto alle agevolazioni fiscali pensate per chi rientra in patria?

Il mese scorso l’Agenzia delle Entrate ha risposto di sì, e la storia ha fatto il giro dei giornali. Non perché sia una vicenda straordinaria – ci sono migliaia di persone nella stessa situazione – ma perché ha chiarito quella che fino a quel momento era una zona grigia. Il regime impatriati prevede che chi ha avuto residenza fiscale fuori dall’Italia per almeno tre anni, si impegni a fermarsi nel Paese per altri quattro e guadagni meno di 600.000 euro annui, pagherà il 50% delle imposte sul reddito da lavoro per cinque anni. Anche se il datore di lavoro è straniero.

È un precedente importante, in un paese che da anni non riesce ad arginare l‘esodo di giovani verso l‘estero. Si stima che 156.000 giovani professionisti lascino l’Italia ogni anno in cerca di stipendi e prospettive migliori, mentre meno di un terzo rientrano. Significa perdere 100.000 lavoratori ogni anno.

Le politiche messe in campo per invertire il flusso – tra cui il regime al 50% – hanno finora prodotto risultati scarsi, se non nulli. E così sembra quasi che l’Italia, non potendo competere con l’offerta di lavoro e i salari di Parigi, Londra o Berlino, abbia deciso di puntare su altro: la fiscalità agevolata e la qualità della vita più alta, o per lo meno più accessibile, a chi guadagna uno stipendio calibrato su Paesi del Nord Europa. L’idea ha una sua logica: da un lato c’è un Paese che soffre di spopolamento e crisi demografica, dall’altro ci sono lavoratori qualificati che fanno sempre più fatica a vivere nelle grandi metropoli europee, soffocati da affitti insostenibili e costi della vita in continua crescita. Ma è una soluzione troppo semplice per funzionare.

Questa strada ha già mostrato altrove le sue crepe. Il caso più lampante è quello di Lisbona.

Lisbona, una città colonizzata dai lavoratori d'élite

Negli ultimi anni il Portogallo ha spinto molto sui lavoratori stranieri ad alto reddito, offrendo visti fiscali pensati per attrarre chi porta con sé il proprio lavoro – e il proprio stipendio in valuta estera. Il risultato è stato una trasformazione rapida e profonda della capitale, i cui effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti e stanno oggi attraendo forti critiche.

Nonostante molte zone siano state ripopolate, Lisbona è diventata la capitale europea meno accessibile per i prezzi delle abitazioni, secondo Numbeo, il più grande database mondiale sul costo della vita. Il rapporto tra prezzo medio delle case e salario medio ha raggiunto quota 21 a 1, un dato che rende l’acquisto di un immobile un miraggio per la stragrande maggioranza dei residenti. Gli acquirenti stranieri pagano in media l’82% in più rispetto agli acquirenti locali, gonfiando ancora un mercato già fuori controllo. Gli affitti in alcune zone centrali sono cresciuti di oltre il 42% in pochi anni, superando il 100% in alcune aree.

Il paradosso è stridente se si considera che il 60% dei contribuenti portoghesi guadagna meno di mille euro al mese. In una città dove un caffè in certi quartieri arriva a costare cinque euro e dove fino a qualche anno fa non arrivava quasi mai a superare l’euro, due comunità sempre più distanti vivono le stesse strade e condividono gli stessi servizi, per i quali pagano quasi solo i locali. Da un lato i lavoratori da remoto stranieri, spesso pagati in sterline, dollari o euro di mercati del lavoro ad alta remunerazione; dall’altro i residenti portoghesi, che lavorano più ore, guadagnano di meno e sono tassati di più.

Interi edifici sono stati ristrutturati e svuotati dei loro inquilini originali per fare spazio a chi può permettersi affitti più alti. I residenti vengono via via spinti verso le periferie, mentre i quartieri centrali cambiano funzione: meno residenziali, sempre più orientati al turismo e agli spazi di coworking e coliving per i nomadi digitali.

Non si tratta solo di un problema economico: è anche una questione di coesione sociale. I lavoratori stranieri ad alto reddito tendono a formare comunità parallele, frequentando spazi, coworking, palestre, ristoranti, dove la lingua parlata è l’inglese e i prezzi riflettono salari nordeuropei o americani. Il denaro che entra in città circola spesso all’interno di questa bolla, senza raggiungere le comunità locali nel modo in cui ci si aspetterebbe – diversamente dalle aspettative del governo locale.

Il modello si incrina sul disagio dei residenti

Le tensioni accumulate negli anni hanno cominciato a sfociare in aperta conflittualità.

In molte città europee e non solo – da Lisbona a Città del Messico, dove l’estate scorsa si sono tenute proteste esplicite contro i nomadi digitali – i residenti hanno iniziato a esprimere un disagio che va oltre la semplice nostalgia per i quartieri (e i prezzi) di un tempo. È la percezione concreta di essere stranieri in casa propria, di non potersi più permettere di vivere dove sono nati e cresciuti.

Il governo portoghese ha preso atto del problema e ha iniziato a ridimensionare alcune delle agevolazioni fiscali che avevano alimentato l’arrivo massiccio di lavoratori stranieri. Ma i cambiamenti strutturali al mercato immobiliare, una volta innescati, sono difficili da invertire.

Il caso portoghese mette in luce una contraddizione di fondo nelle politiche di attrazione dei talenti: i benefici tendono a concentrarsi nelle grandi città, proprio dove il mercato abitativo è già sotto pressione, mentre i costi ricadono sui residenti con i redditi più bassi, che non hanno né la mobilità né le risorse per adattarsi.

Le alternative: il coliving rurale

Esistono approcci più sostenibili, che cercano di indirizzare i flussi verso dove possono fare del bene senza creare danni collaterali. In Italia, diversi piccoli Comuni in via di spopolamento – dalla Toscana alla Sicilia – stanno sperimentando forme di coliving rurale pensate per attrarre lavoratori da remoto senza distorcere il mercato immobiliare locale. In questi contesti, chi arriva non compete con i residenti per le stesse case, ma contribuisce a ripopolare comunità che altrimenti si svuoterebbero, portando reddito e attività in luoghi che ne hanno bisogno.

Secondo l‘Associazione Italiana Nomadi Digitali, la chiave sta nello sviluppo di modelli abitativi flessibili e integrati nella comunità, capaci di coinvolgere chi arriva senza interferire con le dinamiche degli affitti.

La differenza rispetto al modello lisbonese non è solo geografica, ma strutturale: quando i lavoratori da remoto arrivano in contesti che li attendono e li pianificano, invece di riversarsi in mercati già saturi, l’impatto sulla comunità e sull’economia può essere positivo.

Alla fine chi ci guadagna?

Il caso dell’ingegnere italiano che torna a casa lavorando per un’azienda tedesca è, in fondo, una storia che non sorprende più di tanto, dopo gli anni del COVID-19 e la normalizzazione dello smart working, ma solleva una domanda più grande, che l’Italia farebbe bene a porsi prima di replicare modelli che altrove hanno già dimostrato i loro limiti: se queste politiche dovessero funzionare, a chi giovano davvero le agevolazioni?

Non si tratta di demonizzare la mobilità o il nomadismo digitale. Si tratta di capire che le politiche fiscali non sono neutre, né virtuali: producono effetti reali su mercati reali, su affitti reali, su persone reali. La domanda vera va al di là di dove e quanto pagare le tasse. Occorre chiedersi come fare in modo che chi torna lo faccia per contribuire all’economia e all’equilibrio sociale del Paese, e non solo per migliorare il proprio tenore di vita a scapito di chi non ne ha la possibilità.

 

 

 

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Photo credits: cafacli.it

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