Midterm 2026: l’elefante nella stanza non è più repubblicano

Le elezioni di metà mandato in America sono state una débâcle per Trump e il suo partito, che si è consumata in buona parte sul lavoro, con le promesse tradite riguardanti l’occupazione e il caro vita. L’analisi di SenzaFiltro con l’esperto di USA Marco Bardazzi

06.11.2026
Donald Trump arrabbiato dopo le elezioni di midterm 2026

Nella stanza del Congresso è più ingombrante che mai, ma stavolta non perché i Repubblicani hanno vinto. Al contrario: a Washington l’elefante, simbolo del Partito Repubblicano, fa notizia per lo spazio che ha dovuto cedere. Nessun barrito, quindi, per il GOP, dato che le elezioni di midterm del novembre 2026 gli hanno restituito una sconfitta al Senato. La tendenza per chi governa gli Stati Uniti è sempre stata la perdita di contatto con le realtà locali e con i territori; ma l’attuale quadro politico, in aggiunta alla decisione di Trump di imporre i propri candidati MAGA negli Stati chiave nonostante i numerosi tentativi degli alleati a farlo desistere, può far leggere queste elezioni come un referendum sull’amministrazione della Casa Bianca.

Sulla scia degli entusiasmi dei candidati democratici, che hanno presentato volti giovani, convinti e che hanno un forte radicamento sul territorio, il vicepresidente USA J.D. Vance ha affermato che molto della sconfitta è legato al conflitto in Iran. Nel mezzo ci sono gli statunitensi, un popolo così variegato che sarebbe irrispettoso ridurre a un bipolarismo così secco. Restituire un’immagine univoca degli elettori americani è pressoché impossibile: tra le principali preoccupazioni emerge però il caro vita, alimentato dall’inflazione, insieme al timore che la transizione energetica possa tradursi in una perdita di ricchezza e potere d’acquisto per le famiglie.

Il lavoro e la sicurezza economica rappresentano i principali fattori di spostamento del consenso elettorale negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato del 2026. Il malcontento economico sta indebolendo il sostegno a Donald Trump, coinvolgendo anche una parte degli elettori che lo avevano votato nel 2024.

Midterm 2026, come il lavoro sposta i voti: diplomati contro laureati, sindacati contro famiglie

Di fatto, secondo i ricercatori Jocelyn Kiley, Steven Shepard, Andrew Daniller, Hannah Hartig e J. Baxter Oliphant, gli americani hanno cambiato idea sulle politiche economiche dell’amministrazione Trump, che avrebbe disatteso la promessa protezionistica volta a tutelare la ricchezza degli americani: il 65% ritiene che le politiche dell’amministrazione abbiano peggiorato l’economia, con l’84% degli elettori considera l’economia il fattore determinante nella scelta elettorale.

Dalla Pennsylvania al Michigan, passando per Wisconsin e Ohio, la Rust Belt torna a essere uno dei principali terreni di scontro delle elezioni americane. Nelle storiche aree industriali del Midwest, operai, lavoratori senza laurea e famiglie sindacalizzate stanno ridisegnando i propri orientamenti politici, sempre più condizionati dal costo della vita, dall’incertezza occupazionale e dalla perdita di potere d’acquisto.

A ridefinire la working class americana è anche il cosiddetto “diploma divide”, la fratturapoliticatraelettorilaureatienonlaureati,cheattraversaormaiancheilmondosindacale.Le promesse di rilancio della manifattura, dai miliardi investiti da Biden ai dazi diTrump, si scontrano con una realtà fatta di fabbriche in ritardo, posti di lavoro in calo e comunità in cerca di risposte. Unadisillusionecheha pesatosugliequilibridellemidterm2026, e che peserà su quelli futuri.

Ne parliamo con Marco Bardazzi, analista ed esperto di Stati Uniti, per capire chi rappresenta oggi il voto operaio, quali territori possono spostare gli equilibri politici e quanto pesa la distanza tra le promesse di Washington e la realtà di chi lavora.

La AFL-CIO è la più grande federazione sindacale degli Stati Uniti d’America, i cui iscritti, secondo Bardazzi, hanno cominciato via via a spostarsi verso la base repubblicana a partire dal 2016 con Hillary Clinton.

«Lo smottamento è cominciato lì, dieci anni fa, quando un costruttore di New York con le cravatte fatte in Cina (Donald Trump, appunto, N.d.R.) convinse un pezzo di Michigan di poterlo capire meglio dei democratici» spiega Bardazzi. «Nel 2024 il quadro era più sfumato di quanto sembrasse. Se si guarda agli iscritti ai sindacati, Harris ha preso il 57% contro il 41% di Trump, un margine persino migliore di quello di Biden».

Tuttavia, la vera notizia è che, guardando le famiglie, il vantaggio si restringerebbe parecchio. «Chi ha la tessera in tasca regge; la moglie e il figlio ventenne che vivono nella stessa casa molto meno. Il sindacato parla ancora ai suoi iscritti, ma il resto della famiglia lo raggiungono i podcast e il feed di TikTok» ammette Bardazzi. Inoltre, il vertice di Sean O’Brien sostiene candidati repubblicani anche laddove gli iscritti avevano votato per appoggiare i loro avversari democratici.

Come possiamo capire dall’analisi di Bardazzi e dai numeri legati alle iscrizioni, i sindacati non stanno diventando generali senza esercito; è proprio l’esercito che sta cambiando divisa. Questo anche perché la AFL-CIO ha varato un’agenda quinquennale molto ambiziosa e progressista: chiedono la tassazione dei super ricchi, una stretta su Big Tech, la difesa dei diritti civili. Il rischio, però – come già avviene per la transizione energetica –, è che a pagare siano le fasce meno abbienti.

Marco Bardazzi: «Il padrone della rabbia? Non un partito, ma il carrello»

Chi rappresenta al meglio i diritti dei lavoratori statunitensi nel 2026, quindi, secondo Bardazzi?

«Il nuovo sindacalista americano spesso è un dottorando o un barista di Starbucks. Uno con la laurea, o che ci sta lavorando. La tassa sui miliardari e i diritti civili sono la sua lingua. Il diploma divide, insomma, attraversa i partiti e poi entra anche dentro il sindacato» prosegue Bardazzi, sottolineando inoltre che queste realtà hanno mantenuto una cosa che i soldi non comprano: l’accesso fisico alle persone.

«Il parcheggio della fabbrica, la mensa. In un’America dove quasi nessuna istituzione incontra più la gente di persona, chiese a parte, è un capitale enorme» ricorda l’analista, che però è convinto di come il punto da guardare in realtà sia un altro: se i democratici vanno bene tra le famiglie operaie, quelle famiglie avranno votato per l’agenda dell’AFL-CIO o contro il prezzo delle uova? «Non è la stessa cosa. Un sindacato che scambia la seconda scelta per la prima rischia di accorgersene nel 2028».

Parlando di Rust Belt e di diploma divide, negli Stati chiave del “Muro Blu” (Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), c’è una forte disillusione. L’amministrazione Biden aveva sbandierato piani miliardari come l’Inflation Reduction Act (IRA) e il CHIPS Act per riportare la manifattura e i semiconduttori negli USA, e la stessa AFL-CIO oggi chiede che questi fondi siano vincolati ad apprendistati sindacali. Tuttavia sul campo vediamo cantieri a rilento, come il maxi-impianto Intel in Ohio, e un numero dei posti di lavoro manifatturieri rimasto stagnante dopo il recupero post-COVID. Dall’altro lato, i dazi protezionistici continuano a creare incertezza nelle filiere ad alta intensità di trasformazione, come l’automotive.

In un contesto in cui, come già citato, il 65% degli americani boccia le politiche economiche federali e l’84% dichiara che voterà solo in base al proprio bilancio famigliare, quanto pesa questa distanza tra le promesse della politica industriale di Washington e la realtà delle “contee flip” (cioè quelle che hanno cambiato orientamento politico rispetto alle precedenti elezioni), che continuano a perdere indotto? Chi sta intercettando meglio questa rabbia da aspettativa tradita?

«Nel novembre 2026 la promessa tradita ha due autori» risponde Bardazzi. «Gli elettori del Midwest lo sanno benissimo. Il primo è Biden. L’IRA e il Chips Act hanno mosso capitali enormi, e in buona parte verso distretti repubblicani; il problema è il calendario. Una fabbrica di semiconduttori ha i tempi di una cattedrale, mentre un deputato si ripresenta ogni due anni. Intel ha annunciato l’impianto di New Albany, in Ohio, nel gennaio 2022, con la produzione prevista per il 2025. Oggi l’azienda parla del 2030 per il primo stabilimento e del 2031 per il secondo, e a ottobre ha festeggiato la posa della prima grande trave. L’operaio che nel settembre 2022 sentì Biden promettere la “Silicon Heartland” in mezzo a quei campi vedrà uscire il primo chip quando suo figlio sarà al college.

«Il secondo autore è Trump. I dazi dovevano far ripartire le fabbriche. I posti di lavoro manifatturieri invece scendono dall’inizio del 2023 e hanno continuato a scendere dopo il Liberation Day: circa centomila in meno nel secondo mandato, più di trecentomila sotto il picco del 2023. Chi lavora nell’auto paga l’acciaio più caro e non sa che tariffa troverà il prossimo trimestre. Intanto la legge di bilancio dell’estate 2025 ha cancellato il credito per le auto elettriche e accorciato molti incentivi dell’IRA, e diversi progetti di fabbriche legati alla transizione sono stati sospesi. L’IRA stesso era scritto per lavoratori senza laurea ma è stato venduto con il linguaggio della transizione climatica, che è la lingua dei laureati. L’operaio di Toledo sentiva “green economy” e pensava al suo posto in catena di montaggio. Una politica scritta per te, raccontata a qualcun altro.

«Ma lei mi chiedeva chi intercetta la rabbia. La risposta onesta è che nessuno la possiede. Alla domanda su chi gestirebbe meglio l’economia, gli americani si dividono quasi a metà tra i due partiti, e uno su quattro risponde: nessuno dei due. Quel quarto è il vero partito della Rust Belt. Vota contro chi governa. Nel 2024 ha punito Biden e Harris per l’inflazione, quest’anno i sondaggi dicevano che avrebbe punito Trump per lo stesso motivo. È un pendolo, più che un riallineamento, e chi lo scambia per un mandato fa un errore che in America si paga in due anni. Dentro il pendolo qualcuno si muove meglio, ed è chi parla di prezzi senza parlare di ideologia. Il Michigan è il laboratorio: lì i democratici hanno scelto per il Senato Abdul El-Sayed, populista di sinistra vicino a Sanders, con un punto di scarto sulla moderata Haley Stevens. Se vince, il partito si convincerà che la strada per il Muro Blu passa da sinistra. Se perde, si convincerà del contrario. In entrambi i casi rischia di trarre la lezione sbagliata da un’elezione che parlava soprattutto del conto del supermercato.»

Le paure che incrinano il sogno americano

L’ultima domanda che poniamo a Bardazzi va oltre la freddezza delle percentuali e guarda le vite dei singoli lavoratori nei distretti industriali: qual è la vera pancia del Paese, oggi?

«La pancia del Paese oggi non è arrabbiata come nel 2016; è più stanca. La rabbia del 2016 aveva un bersaglio: la Cina, Hillary, Washington in generale. La stanchezza di oggi è più diffusa e più difficile da intercettare con uno slogan. Comincia dalla spesa: due americani su tre dicono che, conti di casa alla mano, la spesa alimentare non è più sostenibile, e sotto i 50.000 dollari di reddito si sale oltre l’80%. Poi c’è l’assicurazione sanitaria legata al posto di lavoro, che ti tiene inchiodato in una fabbrica anche quando vorresti andartene. Nei distretti industriali c’è anche una paura nuova, di cui in Italia si parla meno: l’intelligenza artificiale. Il robot sulla linea lo conoscono da quarant’anni, ma il software che organizza i turni e misura la produttività al minuto è un’altra storia. L’AFL-CIO lo mette tra le prime preoccupazioni dei suoi iscritti, subito accanto al costo della vita.

«Il dato che per me racconta meglio la pancia è però un altro. Sei americani su dieci pensano che persone come loro non abbiano più una buona possibilità di migliorare il proprio tenore di vita. È la crepa nel sogno americano nella sua versione più elementare: lavori sodo e i tuoi figli staranno meglio di te. Quando quella promessa smette di reggere, la politica diventa una gara tra due offerte di rimborso. Qualche settimana fa una pensionata democratica di Decatur, in Georgia, diceva all’Associated Press che non si arriva più a pagare niente e che ci sono dentro tutti, democratici e repubblicani. Nella stessa inchiesta una repubblicana settantenne del Nebraska si diceva stanca di mandare gente a Washington per non veder cambiare nulla. Due partiti, lo stesso stato d’animo. I vincitori di questa elezione ereditano quella frase, e oggi nessuno dei due partiti ha una risposta che un operaio riesca a ripetere a cena.»

Quella americana diventa così una metafora che va ben oltre i confini degli Stati Uniti: quando la preoccupazione principale di un popolo è riuscire a portare qualcosa in tavola a fine giornata, significa che la crisi ha raggiunto il cuore della vita quotidiana. E che, forse, si è davvero arrivati alla frutta.

 

 

 

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Photo credits: pagina Facebook della Casa Bianca.

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