Secondo il Global Gender Gap Report 2023, nessun Paese ha ancora raggiunto la piena parità di genere, ma i primi nove – Islanda, Norvegia, Finlandia, Nuova Zelanda, Svezia, Germania, Nicaragua, Namibia e Lituania – hanno colmato almeno l’80% del loro divario. Per il quattordicesimo anno consecutivo l’Islanda occupa la prima posizione con il 91,2%, unico Paese al mondo ad aver superato la soglia del 90%.
Il caso islandese merita una menzione speciale –e non solo per la statistica. Dal 2018 l’Islanda è il primo Paese al mondo ad aver reso la parità salariale un obbligo di legge sanzionabile: ogni tre anni, tutte le aziende con almeno 25 dipendenti a tempo pieno devono certificare al governo di pagare lo stesso stipendio a uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro.
La curiosità? L’idea non è nata a tavolino. Anni prima, migliaia di lavoratrici islandesi avevano organizzato uno sciopero particolare: abbandonavano il posto di lavoro circa due ore e mezza prima della fine dell’orario, proprio il tempo equivalente alla differenza retributiva rispetto ai colleghi uomini. Come a dire: “il mio stipendio paga la mia prestazione fino a quest’ora. Il resto lo faccio gratis”.
Altro dettaglio rivelatore: i controlli in Islanda sono gestiti dalla Polizia tributaria e dalla Lögreglan á Íslandi, polizia a forte componente femminile. Poeticamente appropriato.
Sul fronte europeo, secondo i dati Eurostat, il divario retributivo di genere si attestava al 12% nel 2023. Si passa dal 19% della Lettonia al -0,9% del Lussemburgo – unica nazione in cui le lavoratrici percepiscono mediamente una busta paga più elevata degli uomini. In Italia il dato è del 4,3%, tra i più bassi dell’eurozona insieme alla Romania (4,5%). In Spagna è dell’8,7%, in Francia del 13,9%, in Gran Bretagna del 14,9%, in Germania del 17,7%.
Un dato che sembra rassicurante per l’Italia – ma che, come vedremo, nasconde parecchio sotto la superficie.