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Ance, Coldiretti, Unione Artigiani: la sfida di lavorare dalle prigioni

Ance, Coldiretti, Unione Artigiani: la sfida di lavorare dalle prigioni

Il lavoro va in prigione. Parlano imprese e associazioni che si occupano di formazione e reinserimento nelle carceri: "I detenuti, formati e messi nelle condizioni di lavorare bene, producono valore per la nostra attività".

Responsabilità sociale o produzione di valore?

Perché le imprese stanno muovendo i primi passi dentro le carceri? Che cosa spinge oggi piccoli e grandi imprenditori a ricavarsi uno spazio all’interno degli istituti penitenziari?

Far lavorare i detenuti potrebbe sembrare “solo” un gesto di responsabilità sociale, ma quel “solo” è volutamente tra virgolette. Quella parola tra le virgolette sta acquisendo un valore molto più alto per i detenuti, per le imprese e per l’intera cittadinanza.

E qui arriva la domanda più complicata. In un periodo storico come questo, dove il lavoro manca per tutti, perché le imprese si dovrebbero impegnare a spostarlo in parte dentro il carcere? Questa è la “giusta” obiezione che ci aspettiamo da alcuni lettori di SenzaFiltro. La redazione spera di accompagnarvi alla fine di questo articolo con la risposta tra le mani, grazie alle testimonianze di diversi imprenditori e presidenti di importanti associazioni nazionali, coinvolti da Flavia Filippi e da Carmelo Cantone (Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise) in un progetto che sta cercando di trasformare un’esperienza spesso soltanto violenta e punitiva in un percorso formativo che offra una prospettiva di uscita dal carcere priva di recidive e altri reati.

Flavia è una giornalista che lavora da sempre al TG LA7 e si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria. “Le carceri mi sono sempre interessate, e soprattutto negli ultimi anni ho molto pensato a che cosa avrei potuto fare nel mio piccolo per tanta gente. Così tramite la garante dei diritti dei detenuti di Roma e provincia, Gabriella Stramaccioni, sono arrivata da Carmelo Cantone e mi sono messa a disposizione per cercare un modo di reinserire nel mondo del lavoro i detenuti vicini alla scarcerazione. Era il pomeriggio del 27 gennaio e da quel momento, compatibilmente coi miei impegni nel TG LA7, non ho più pensato ad altro. Ho cominciato a contattare forsennatamente amici e colleghi, conoscenti e amici di amici, aziende pubbliche e private, grandi e piccole. Dal negozio gourmet sotto casa al Commissario straordinario per la ricostruzione dell’Italia centrale post sisma, Giovanni Legnini”. 

Ma procediamo con ordine.

Coldiretti, la formazione agricola mette a frutto le carceri

La prima persona che raggiungiamo è Stefano Masini, responsabile dell’area ambiente e territorio di Coldiretti, che spiega che “ad oggi ci sono orti in parecchie carceri e la coltivazione impegna tutti i giorni, perché le stagioni consegnano prodotti diversi”.

“Nell’orto si recupera il senso collettivo di appartenenza a una comunità e il detenuto dimostra di saper produrre cibo utile a tutta la comunità carceraria. L’agricoltura riabilita ed eleva il lavoro in carcere a qualcosa di non semplicemente punitivo. Certo, ad oggi manca ancora una convenzione quadro che permetta di avviare a livello generale un progetto di rieducazione. Questo rimane un tema da esplorare per il futuro.”

“Per ora Coldiretti si impegna a insegnare il mestiere e quindi a fare formazione agricola, perché spesso gli istituti penitenziari hanno già delle proprietà, dei possedimenti rustici su cui si può lavorare, ma sarebbe importante valorizzare ancora di più questi beni demaniali che sono a disposizione delle carceri per allestire attività d’impresa e costruire un vero mercato di scambio.”

Quando i detenuti riparano le prigioni: il progetto di ANCE

Anche l’ANCE (l’Associazione Nazionale Costruttori Edili) si è impegnata di recente all’interno delle carceri.

“Io e Flavia siamo amici fin dall’infanzia – spiega Edoardo Bianchi, vicepresidente dell’ANCE con delega ai lavori pubblici – e un giorno mi ha chiamato per dirmi che stava cercando di favorire l’inserimento lavorativo di persone detenute, soprattutto quelle che sono verso la fine della pena. In realtà già vent’anni fa, con l’Associazione Costruttori di Roma, avevamo collaborato con il carcere di Rebibbia formando alcuni detenuti come muratori, intonacatori, pittori, in modo che una volta usciti avessero già un minimo di infarinatura sulla professione. Era stato un episodio singolo, ma grazie a Flavia oggi gli abbiamo dato una sistematicità e grazie a Carmelo Cantone abbiamo fatto una convenzione, non più a livello provinciale, ma a livello nazionale. Non più Roma, ma l’ANCE nazionale, ha firmato un protocollo in cui ci impegniamo a fare un corso base, tale e quale a quello che facciamo in cantiere.”

“L’istituto carcerario mette a disposizione le aule e il materiale che serve (mattone, calce e attrezzature) e noi mettiamo le docenze. I nostri docenti entrano direttamente in carcere e il vantaggio pratico per gli istituti è che alcune opere di manutenzione possono essere fatte direttamente dai detenuti. Una volta fatta la formazione organizziamo infatti delle esercitazioni pratiche direttamente dentro il carcere, e così in qualche modo si interviene anche sul decoro degli istituti carcerari. Certo non stiamo dicendo che questo può diventare lo strumento per mettere a posto le carceri italiane, però è un passo avanti.”

Un’obiezione però la devo sollevare: oggi è già molto difficile trovare lavoro per una persona super qualificata, come può sperare di trovarlo un ex detenuto anche se formato? È vero che la legge Smuraglia prevede degli sgravi contributivi per chi assume persone che escono dal carcere, ma la situazione rimane inevitabilmente molto complessa.

Edoardo Bianchi però mi conferma che “l’ANCE si impegnerà anche a fare da ponte con le imprese seguendo in primis le loro esigenze. Però per dare vera sistematicità al progetto lo Stato dovrà continuare con questa politica di bonus contributivi. Ad esempio nelle aree del terremoto c’è una grandissima richiesta di manodopera, per cui è probabile che lì in futuro ci sia una prospettiva possibile”.

L’artigianato in carcere che salva detenuti e imprese

Flavia riesce a metterci in contatto anche con Gabriele Tullio, presidente nazionale dell’Unione Artigiani Italiani, che il 7 aprile ha firmato un protocollo d’intesa con Carmelo Cantone.

“Vogliamo sfruttare il tempo in carcere per fare corsi e garantire una formazione generale che potrà essere utilizzata in diversi contesti. Ci occuperemo di sicurezza, attrezzature di lavoro, corsi per mulettisti e per piattaforme elevabili. Sfrutteremo il tempo della detenzione per la formazione e in seguito, quando queste persone saranno fuori, attraverso le 170.000 aziende associate in Italia cercheremo di collocarle. La legge Smuraglia è un incentivo fondamentale, ma è importante anche che il personale sia già formato. Abbiamo già parlato con i grossi gruppi associati che hanno dato la loro disponibilità, ovviamente nei limiti del momento storico e del tracollo economico che stiamo vivendo. Si tratta di persone che sono alla fine della pena e che già da questa estate potrebbero essere impiegate all’esterno.”

Ma il progetto che coinvolge l’unione artigiani Italiani ha un obiettivo in più.

“Vogliamo – continua Tullio – anche portare dei laboratori dentro gli istituti penitenziari in modo che le piccole aziende artigiane (fabbri, falegnami, sarti) possano produrre all’interno degli istituti con un contratto di comodato d’uso. Nei laboratori, a differenza degli altri progetti, verrà coinvolta la piccolissima impresa che magari oggi ha difficoltà a sopravvivere all’esterno. Il piccolo sarto o falegname che fuori ha spese consistenti, come l’affitto del locale, da oggi potrà sfruttare i grandi spazi che hanno gli istituti penitenziari per adibire i laboratori, ovviamente in cambio dell’assunzione di alcune persone che sono dentro gli istituti.”

“Questa operazione non è rivolta solo a persone che sono alla fine della pena, ma anche a chi deve ancora scontare parecchi anni. E queste persone, una volta fuori, potrebbero aprire una loro attività, perché dopo tanto tempo hanno il mestiere in mano. In alcune carceri ci sono spazi immensi, laboratori in disuso e l’artigiano che viene da fuori avrebbe molti vantaggi a cominciare dal risparmio dei costi. Inizieremo nelle competenze territoriali di Carmelo Cantone quindi con Lazio, Abruzzo, Molise e Toscana e abbiamo offerto un pacchetto di formazione per duecento persone, poi sarà lui a distribuire i corsi negli istituti”.

Da detenuti a sviluppatori software: l’idea di Giampaolo Olivetti di Olsa Informatica

Agricoltori, costruttori e artigiani. Finora abbiamo dato voce a lavori soprattutto manuali, ma il progetto riguarda anche mestieri digitali che prevedono un’altissima qualificazione. È Giampaolo Olivetti, titolare di Olsa Informatica, a parlarmi delle prospettive digitali dei detenuti.

“Qualche anno fa la GSP (Global Service Provider) ci ha mostrato come faceva lavorare i detenuti nel carcere di Opera, a Milano, nell’ambito della dematerializzazione dei documenti. In seguito a quella visita ci hanno mostrato altri detenuti che lavoravano presso i loro uffici all’esterno del carcere. Abbiamo avuto modo di parlare con queste persone e abbiamo capito che, con il lavoro, per loro è iniziata una seconda vita. Dentro il carcere rimani costantemente in attesa e non hai una visione del futuro, ma se qualcuno ti offre un lavoro la prospettiva cambia completamente. Questa esperienza ci ha colpito e abbiamo deciso di replicarla nel carcere di Rebibbia. I detenuti che lavorano per noi guadagnano circa 700 euro al mese, lavorano full time e a cottimo, quindi più producono e più guadagnano.”

Quando gli chiediamo di raccontare qualche episodio o aneddoto che possa dare un’immagine del lavoro dentro il carcere Giampaolo spiega che a Rebibbia le condizioni climatiche erano difficili da sostenere. “Non c’era il riscaldamento d’inverno e il condizionamento d’estate. Un conto era stare in cella sotto una coperta, ma diventava davvero difficile lavorare stando fermi e muovendo solo le mani. Così abbiamo chiesto l’autorizzazione al direttore di poter installare un condizionatore e per i detenuti è stato un segnale importante. Il fatto di dimostrare di aver a cuore le loro condizioni ha fatto sì che si impegnassero ancora di più”.

I detenuti, formati e messi nelle condizioni di lavorare bene, producono valore per la nostra attività, e non escludiamo di farli lavorare anche una volta usciti dal carcere. Inoltre oggi ci sono figure professionali che nel mercato non si trovano, e fare formazione sui mestieri che gli italiani non vogliono fare sarebbe un vantaggio per tutti. Ad esempio, una delle figure professionali più rare e ambite in Italia è lo sviluppatore di software. Formare un team di sviluppatori in carcere sarebbe utile a tutti: a loro, a noi e al Paese.”

Se siete arrivati fino qui, speriamo che tutte le domande poste all’inizio di questo articolo abbiano trovato una risposta. Far lavorare i detenuti conviene a tutti, non solo perché il lavoro (ormai lo abbiamo ripetuto fino allo sfinimento) abbassa enormemente la recidiva e la possibilità di compiere altri reati, ma anche perché i detenuti possono essere impiegati nel mantenimento e nella ristrutturazione degli istituti penitenziari, possono produrre alimenti utili alla comunità, possono essere impiegati in mestieri di cui in Italia si sente la mancanza. E perché no, forse in un futuro più prossimo di quello che pensiamo, potrebbero andare a ricostruire le zone terremotate.

In Copertina una delegazione dell’Unione Artigiani Italiani insieme a Carmelo Cantone per definire la presenza dell’Unione dentro le carceri