Biancaneve l’aveva già uccisa la LUISS.

Il discorso di Paola Cortellesi alla LUISS ha suscitato parecchie critiche per la parte – minoritaria – dedicata alle fiabe. Ma il problema sta altrove, e ha le radici nella stessa decisione di parlare in una simile cornice

18.01.2024
Paola Cortellesi durante il discorso alla LUISS

Mi piacerebbe tanto non dover iniziare con la “precisazione”, ma chi fa il mio mestiere ha imparato che è molto utile per evitare che quanto verrà dopo venga letto con la lente sbagliata: Paola Cortellesi mi piace da sempre e C’è ancora domani è un film strepitoso per la forza del messaggio e la delicatezza con cui è trattato.

 

Iniziamo.

Prima o poi il discorso integrale della Cortellesi alla LUISS doveva venire fuori (figuriamoci se la LUISS non aveva ripreso tutto per dare enfasi a questo Open Day a sua insaputa, per poi girarlo a giornali e reti televisive. E così è stato).

I giornali e le televisioni che da ieri lo stanno condividendo lo chiamano “monologo, perché sappiamo benissimo che i media sono più affini al gergo dello spettacolo e ignorano del tutto quello del lavoro e delle accademie. Ma, pensandoci bene, forse questa volta il termine non è sbagliato, perché la spettacolarizzazione – sia nell’intento che nei risultati – è stata più simile al contesto di uno show che non alla lectio magistralis di una business school. E non una business school qualsiasi; la business school di Confindustria.

Dice Cortellesi:

“Tra le cose belle e piacevoli, c’è la telefonata di Luigi Gubitosi (presidente della Luiss, N.d.R.). Quando mi ha chiamata per propormi di essere qui oggi per l’inaugurazione dell’anno accademico di questa prestigiosa università, mi sono sentita fiera, onorata e… inadatta. Io che l’università l’ho lasciata a metà del percorso per andare a studiare teatro – quello l’ho studiato – che poi è diventato il mio lavoro, gli ho risposto che mi sentivo orgogliosa di parlare agli studenti ma che sarebbe forse stato meglio chiamare persone competenti in materia di legge, marketing, economia, perché le mie conoscenze non hanno molto a che vedere con i corsi di studio di questa università, e che – le interpreti, le diriga o le scriva – le mie competenze si limitano a raccontare storie. E allora Luigi mi ha risposto: ‘E io questo chiedo, io questo voglio! Racconta il tema del tuo film, fai un racconto nel racconto. Le storie fanno bene, le storie fanno crescere, sono uno stimolo di riflessione’. Ha ragione, quindi eccomi qua.”

Luigi Gubitosi vuole una donna di spettacolo. Non una qualsiasi; vuole la donna di maggior successo del momento, che fa audience e ha “il tema giusto” per creare hype, coinvolgimento, comunicazione, pubblicità, promozione per la sua scuola.

Mai avrebbe potuto immaginare il presidente della LUISS – il quale evidentemente non frequenta i social – che la sponda migliore gliel’avrebbero data “i lettori di titoli” e le pasionarie del femminismo (che Giulia Bezzi chiama le “mamme pancine”, mentre attendo che Flavia Brevi, Persona molto equilibrata su questi temi, si esprima quanto prima), che con il femminismo si sono costruite intere linee di business, dalle partecipazioni ai convegni come “esperte” alle collaborazioni sui giornali, fino agli inviti alle convention a supporto di aziende incommentabili, banche e grandi società di consulenza in primis, che rappresentano il target migliore: big spender e great washing.

Cosa c'entrano le favole col discorso della Cortellesi?

E anche in questo caso, come avviene tutte le volte che i social supportano la divisione in squadre, i lettori di titoli da una parte, dall’altra le femministe e i femministi (nuova categoria di recente costituzione che contraddistingue tutti quei maschi che si ritengono “colpevoli solo per il fatto di essere maschi”), hanno ritenuto indispensabile ricordarci la tossicità – e di conseguenza la responsabilità della violenza e dei femminicidi di oggi – di fiabe scritte a cavallo fra il 1700 e il 1800 che pescano in tradizioni popolari di quattrocento anni prima dove è evidente che società, cultura e modelli di riferimento non possono coincidere nemmeno se incollati a forza.

Paola Cortellesi lo dice con chiarezza nel suo discorso, che per quattro quinti – fra l’altro – è incentrato a spiegare il suo film e non a parlare di favole, anche se pare essere l’unica cosa che giornali come Repubblica hanno riportato:

“Perché le giovani generazioni dovrebbero immedesimarsi con una storia del passato? È cambiato tutto, io stessa non posso immedesimarmi in una donna del secolo scorso che è stata trattata al pari di una schiava.”

Dare la colpa alle favole” di tutto quello che sta e non sta accadendo è solo un esercizio di stile di chi ha la dialettica semplice, cerca facili consensi e non si guarda abbastanza intorno per sapere quanto le favoleclassiche” (che stanno subendo repulisti soprattutto in Casa Disney, con il paradossale risultato di Sirenette danesi dalla pelle nera), siano poco apprezzate – se non sconosciute – da bambini che oggi hanno sette anni, ma anche da chi ne ha quindici. Le preferenze pesano dalla parte di manga e anime, che se fossimo intellettualmente onesti (o appena più aggiornati) ammetteremmo che non solo sono molto più subdoli, ma trasmettono immagini e valori parecchio aggressivi.

Gli esperti e le esperte di inclusione si sono scatenati, ma la Cortellesi è stata molto chiara e viene da pensare che gli stessi e le stesse che hanno adorato C’è ancora domani forse quel film non lo abbiano visto.

“Ma allora cos’è che ci tocca? Cosa riconosciamo? La violenza in tutte le sue forme. E se quella fisica per fortuna è una violenza che non ci ha mai riguardato, quella violenza ognuno di noi l’ha percepita almeno una volta nelle parole, negli atteggiamenti, nei commenti sgradevoli a scuola, a casa, sul lavoro. Vive e prolifera nelle piccole cose, ci inganna piano piano. È così presente da risultare invisibile, talmente presente che la diamo per scontata e ci convince che così deve essere, come niente fosse. Noi diamo per scontato che per un ragazzo una passeggiata notturna è una passeggiata notturna, mentre per una ragazza è un percorso potenzialmente pericoloso da affrontare in fretta e con mille cautele? È ingiusto, è folle, è sotto i nostri occhi ma a volte lo diamo per scontato, non lo riconosciamo perché è negli schemi.”

La LUISS non è il posto giusto dove testimoniare inclusione e meritocrazia

Vengo al punto che mi sta a cuore e che dal mio osservatorio è l’aspetto più rilevante dell’intera faccenda.

Ciò che davvero ritengo inappropriato per chi si fa portavoce dei valori di inclusione e meritocrazia è accettare di fare il testimonial (per quanto involontario) di una scuola elitaria che appartiene a un sistema non inclusivo per antonomasia, e che inoltre riflette proprio atteggiamenti, modalità, gergo e cultura a supporto di quei “modelli” di cui la Cortellesi parla nel suo discorso.

Confindustria ha a capo un presidente che ha millantato per anni una laurea mai conseguita, che rappresenta un’associazione di categoria – quella degli industriali – senza avere un’industria, e che nonostante la mancanza di requisiti di base, al tempo della sua elezione, ha fatto letteralmente “le scarpette” – con una ben poco raffinata attività di lobby – alla sua avversaria: una donna con esperienze solide, molto stimata e con una storia imprenditoriale di ben altro spessore.

Chi si dichiara paladino della meritocrazia (e che probabilmente l’anno prossimo, nonostante l’inadeguatezza e gli scandali gli “spetterà per diritto” proprio la Preesidenza della LUISS), dell’inclusione e della parità di genere dovrebbe tenersi lontano da un contesto simile come se fosse Kriptonite allo stato puro.

Per non parlare dell’avversione di Confindustria al salario minimo in un Paese in cui abbiamo ancora decine di contratti collettivi pirata, altri non aggiornati da anni, altri ancora che prevedono salari al di sotto dei 6 euro l’ora.

Associazione i cui rappresentanti locali, regionali e di settore da anni comprano pagine di giornale per testimoniare le loro difficoltà a reperire personale, incolpando prima i giovani di non aver voglia di lavorare e poi creando un vero e proprio movimento contro i percettori di Reddito di Cittadinanza, denigrando un gruppo di Persone evidentemente esiguo e lasciando credere che impattasse sull’economia del Paese, influenzando l’opinione pubblica quando i dati divulgati da Corte dei conti e Caritas raccontavano una storia (di povertà) del tutto diversa.

Credo che se la Cortellesi ha fatto un passo falso non sia nel contenuto, ma nel contenitore.

La LUISS è lo stesso posto che ha accolto – fra gli altri – la lectio magistralis di cui nessuno si ricorderà più del neo assunto AD di ENEL Starace, con un discorso molto criticato e tutt’altro che inclusivo e un gergo da vero patriarca. Il posto meno adatto dove sensibilizzare su temi di uguaglianza, prima di tutto perché chi frequenta quelle scuole – come diceva Orwell – “è un po’ più uguale degli altri“, e in secondo luogo perché è sotto gli occhi di tutti che le generazioni più giovani, che non a caso abbiamo chiamato “fluide”, non facciano un gran caso ai colori della pelle e alle preferenze di genere, e soprattutto stanno perdendo del tutto il senso della competizione.

Casomai, quel discorso andava fatto a qualche assemblea di industriali di mezza età e ai loro padri, che sono invece i clienti perfetti della Cortellesi e che forse hanno pensato che, comprando la testimonial del momento, si sarebbero puliti la coscienza de anni di mobbing verso le donne in maternità, di squilibri retributivi, di relazioni tossiche e malate, di approcci paternalisti e patronali, di sessismo sfacciato e sbandierato nei migliori club del sigaro.

Ma, come dico sempre, la cosa più difficile da conservare è la coerenza.

 

 

 

Photo credits: iltrovatore.it

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