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“C’è un mostro in ogni campanile”: si chiama Burocrazia

“C’è un mostro in ogni campanile”: si chiama Burocrazia

Come cambia la burocrazia da Nord a Sud? L’abbiamo chiesto a tre imprenditori di altrettante zone d’Italia. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Lucio Cristino

18 Novembre 2020

Il Paese che relega metà degli studenti davanti a un pc per la didattica a distanza (DAD) e vuole incentivare lo smart working è lo stesso in cui “per avere una connettività ci vuole almeno un mese, mentre i Dpcm entrano in vigore oggi-per-domani”. È l’errata percezione di se stessi, il credersi moderni, e non esserlo davvero.

Poi c’è il Paese delle buone intenzioni fermate dalla carta, se, per un’impresa che vuole “restituire una parte di quanto ha ricevuto”, anche costituire una fondazione diventa un percorso a ostacoli, tra controlli della prefettura, funzionari mandati a lavorare a casa con il lockdown senza gli strumenti adeguati, e un’Agenzia delle Entrate che attende notizie dal Parlamento, per la Riforma del Terzo settore.

Nell’incertezza italica, una sicurezza su tutte: la burocrazia non conosce Nord o Sud; “cambia da una città all’altra, nella stessa provincia”. Nel produttivo Veneto, per esempio, dove “non c’è tempo da perdere, ma se vuoi fare di più ti fai male”.

Il viaggio nel “mostro” italiano chiamato burocrazia racconta un Paese a 8.100 velocità, tanti sono i comuni italiani, dove lo Stato non è “uno e sovrano”, ma venti e litigiosi, come le regioni.

Così, ridurre tutto al “produttivo Nord e lassista Sud” oggi non ha più senso. Non lo ha nei fatti. Non lo ha nel racconto di chi la “burocrazia” la combatte, la subisce, l’aggira, la supera.

Sono storie di impresa e di “resistenza”, perché resistere richiede un’opera di visione e coraggio.

DAD, smart working e digitale: “Salvaci dal sindaco di turno”

“Stiamo facendo Dpcm per la didattica a distanza ma per avere una connettività adeguata ci sono dei ritardi pazzeschi, nonostante ci siano i soldi per farli questi collegamenti. È come se noi ci rapportassimo a un Paese moderno, scoprendo poi che in realtà non è così”.

Simone Terreni, Managing Director di VoipVoice, azienda del ramo tecnologico, porta l’acqua nel deserto, la connessione internet nei lunghi mesi della pandemia, con l’Italia in transito da un lockdown a un altro.

L’ostacolo principale, spesso, ha la fascia tricolore o la scrivania grigio chiaro: è l’ufficio del sindaco o del responsabile tecnico del comune di turno, che – capita con frequenza regolare – “impediscono quelle che oggi sono priorità assolute”. Ovvero: posti di lavoro con lo smart working, lezioni scolastiche per la didattica a distanza e pure vicinanza umana, seppure virtuale, nei mesi delle video chiamate con i nonni.

“Chiariamoci”, prosegue Terreni. “Io ho anche fatto l’assessore nel mio comune (Montelupo Fiorentino, N.d.R.). Non voglio saltare questo passaggio tecnico, ma non può esserci questa grande differenza nelle tempistiche. Ci vogliono linee guida comuni”.

Già, le linee guida, stilate pure per il torneo delle bocce, in funzione anti-assembramento, mentre non esiste un criterio per uniformare i tempi di risposta della Pubblica Amministrazione, figurarsi sotto COVID-19: “Non è possibile che per avere un’autorizzazione ci si metta a volte una settimana, altre un mese”.

Nell’Italia degli 8.100 comuni il dibattito sulla burocrazia “più buona o più cattiva” sfugge alla dialettica Nord/Sud e si innesta su competenza/visione: “Guardi, io ho 500 partner in tutta Italia. Due tra i primi tre clienti sono al Sud. Il fatto è che noi non siamo una nazione ma venti nazioni, come si vede dalla gestione della pandemia”.

“La burocrazia la si aggira facendo degli investimenti in ricerca e sviluppo per trovare soluzioni alternative. La tecnologia arriva un po’ prima delle norme burocratiche”. Quindi: “Noi portiamo un ponte radio o delle micro sim dove ci vorrebbe uno scavo per portare la fibra. Se dovessimo pensare di avere la fibra dove serve dovremmo aspettare il 2025”.

“La strada della burocrazia è lastricata di buone intenzioni”

“Ascolti, ascolti: abbiamo voluto creare una fondazione per restituire parte di quello che abbiamo ricevuto dal territorio. Il nome è Succisa Virescit – Maria Baldassarri. Maria è stata una nostra collaboratrice morta prematuramente, mentre Succisa Virescit è il motto dell’abbazia di Montecassino. Significa: ‘Tagliata, ricresce’. Come l’abbazia, sopravvissuta a saccheggi, guerre e terremoti. Abbiamo utilizzato questa frase anche per organizzare i primi aiuti per una scuola di Pieve Torina, distrutta dai terremoti del 2016”.

Tonino Dominici, 68 anni, è mente e anima di Box Marche, azienda attiva nel packaging, produttrice dei brick in vino più diffusi sulle nostre tavole.

“Tempo fa – racconta – ci siamo posti il problema di fare qualcosa in più dell’essere un’impresa socialmente responsabile. Abbiamo prima costituito un’associazione tra amici imprenditori, poi abbiamo pensato a una fondazione. Ebbene, sono mesi e mesi che ci stiamo dietro, e ancora non ne veniamo a capo”.

Le variabili sono diverse: “Prima i cavilli sullo statuto perché la riforma del Terzo Settore non è stata ancora approvata in Parlamento; poi con il lockdown il funzionario della prefettura che ci ha seguito è andato in smart working, lavorando da casa senza strumenti adeguati; quindi le discussioni con l’Agenzia delle Entrate. Tra qualche mese, forse, ce la faremo”.

Gli antidoti, relazione ed ecosistema: “Respiriamo la stessa aria”

Tonino estrae due parole chiave come antidoto alla “burocrazia macchina assassina”: relazione ed ecosistema.

La prima: “Tutto si basa sui rapporti con le persone. Basta un funzionario con cui non riesci a parlare e diventa tutto più difficile”. Prosegue: “Io impiego un’ora e mezza ogni mattina a parlare con i dipendenti, ad ascoltarli, a motivarli. Se Toti – scherza, riferendosi allo scivolone del governatore ligure sugli anziani improduttivi – vuol mandarmi via va bene, ma chi ci pensa a parlare con queste persone?”

Quindi l’ecosistema: “Io dico che anche nella nostra azienda bisogna fare la rivoluzione, facendola per gradi, partendo dalla famiglia, l’azienda, la scuola, creando dei circoli virtuosi di movimento culturale per un diverso approccio al lavoro”. Insomma, “un ecosistema in cui non c’è più la distinzione tra impresa privata e settore pubblico, c’è un sistema Italia, perché non può esserci uno Stato burocratico e l’impresa che vuole efficienza, siamo tutti nella stessa barca”.

Il sistema relazione-ecosistema è cardine della dimensione umana, oltre ogni pretesa digitale. “In questi giorni di pandemia – dice Dominici – c’è paura tra i lavoratori, eppure è necessario convincere una persona che c’è necessità di lavorare, in sicurezza, ma comunque bisogna lavorare. E non c’è nessun algoritmo che possa spiegare questo al posto mio, quindi bisogna lavorare sulle soft skills delle persone, su quello che sentono”.

L’appello finale post burocrazia è quindi umano e non umanoide: “Qui non c’entrano digitalizzazione e smart working. Prima ci vuole una testa diversa da parte delle persone”.

Il Cerbero burocratico: “Se fai di più rischi di farti male”

“Io le dico solo che in 20 km cambia tutto. Quello che si può fare a Bassano del Grappa non si può fare a Schio, e viceversa”. Diego Caron parte dalla “schizofrenia provinciale in riva al Brenta” per fotografare il difficile rapporto con il “Cerbero burocratico”, nel suo caso i controlli della Asl in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Diego Caron, titolare della Caron A&D.

Dalla guida della Caron A&D, tubi e sistemi idraulici per clienti come Carraro (trattori) e Pagani (auto sportive), a Pianezze, profondo Vicentino, va oltre il detto veneto: “Vale più uno che lavora che 100 che comandano”. Nel suo caso: “Fare sì, il giusto, ma non di più perché rischi di farti male”.

L’elenco delle cose accessorie bocciate prevede, per fare esempi estemporanei: l’assunzione di un dipendente in un’azienda in liquidazione, nel veronese (“Era senza stipendio da mesi, chi avrebbe dovuto seguirlo era in smart working ma irreperibile, è dovuto andare a Trento per i documenti, altro che digitale”); quindi, il termo scanner per misurare la febbre ai dipendenti in ingresso (“Lo avevamo già a marzo scorso, prima degli ospedali, ma allora non era ancora riconosciuto dai protocolli, ci voleva la misurazione manuale”); e ancora, i filtri per limitare l’emissione di microparticelle durante il taglio dei tubi in gomma (“Se metto un filtro mi dicono che non va bene, se non lo metto e butto fuori, va bene. È come se io ti portassi a casa l’acqua filtrata, con un filtro migliore, e tu mi dicessi che non va bene”).

Alla fine tutto torna sempre allo stesso nucleo, alle persone che fanno rispettare le regole del gioco: “Dipende dal funzionario che incontri, in 20 km ti cambia tutto, figuriamoci tra una regione e un’altra, visto che abbiamo uno stabilimento anche nel modenese”. La chiusura non lascia dubbi: “Spesso rinunciamo a partecipare ai bandi per le decine di ore investite. È un sistema che per colpire il furbetto ammazza tutti. E penso a questa nostra burocrazia nel rapporto con il resto d’Europa, perché con la Cina non c’è partita”. La via d’uscita è scontata quanto complessa: “Semplificazione e transizione digitale migliore per i non nativi”.

Il senso finale è sempre quello di un sistema schizofrenico, tra regole inutilmente rigide, linee guida non omogenee, e il destino di incontrare il funzionario giusto. Perché, come sosteneva il padre della missilistica americana, Von Braun: “Noi possiamo vincere la forza di gravità, ma a volte il lavoro cartaceo ci sopraffà”. E se anche il digitale ha puntato a eliminare la carta, ha cambiato il mezzo senza risolvere il fine: pagina o schermo che differenza fa?