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Centrodestra, altro che salario minimo: contrattazione di secondo livello contro il lavoro povero, ma 7 aziende su 10 non la fanno

Centrodestra, altro che salario minimo: contrattazione di secondo livello contro il lavoro povero, ma 7 aziende su 10 non la fanno

Nella ricetta del centrodestra il salario equo si può raggiungere con un ampliamento della contrattazione aggiuntiva tra sindacati e imprese. Manola Cavallini, CGIL: "Potrebbe aiutare, ma richiede cambiamento culturale nelle aziende: oggi è presente in meno del 30%".

Mentre scriviamo, il nuovo governo di centrodestra non si è ancora formato. Eppure sul fact checking sul lavoro nell’intervista di SenzaFiltro a Elena Donazzan – responsabile nazionale lavoro di Fratelli d’Italia – uno dei temi di grande interesse è stato quello relativo al potenziamento della contrattazione di secondo livello, al fine di:

“Contrastare il lavoro povero e il divario retributivo di genere, ampliare applicazione del CCNL, garanzia di salario equo e di tutele, favorire contrattazione di secondo livello e i contratti di prossimità; potenziare il welfare aziendale e lotta al lavoro irregolare”.

Come scritto anche in precedenza, nel programma di Fratelli d’Italia si parla di contrasto al lavoro povero, ma non si prevede l’introduzione del salario minimo, come confermato diverse volte anche da Giorgia Meloni: si punta all’ampliamento del CCNL, favorendo appunto la contrattazione di secondo livello e potenziando il welfare aziendale.

Da qui la domanda sorge spontanea: ma quante aziende hanno al proprio interno un contratto di secondo livello, nel nostro Paese?

L’Italia dei contratti: quanti sono quelli di secondo livello?

Secondo il Report Deposito Contratti pubblicato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali lo scorso 15 settembre, “a seguito della pubblicazione del Decreto Interministeriale del 25 marzo 2016, relativo alle detassazioni delle agevolazioni di cui all’art.1 della L.28 dicembre 2015, n.208, il ministero del Lavoro ha reso disponibile la procedura per il deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali”.

Dalla lettura del Report si evince come, alla data del 15 settembre 2022, sono stati depositati 76.491 contratti, redatti secondo il DM del 25 marzo 2016. Sempre secondo il Report si registrano 11.944 contratti attivi, di cui 10.395 contratti aziendali e 1.549 contratti territoriali.

Fonte: Report Deposito Contratti del 15 settembre 2022 del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

Partiamo dalle basi: il contratto di secondo livello aziendale si realizza attraverso la contrattazione definita anche integrativa con la stipula di un accordo tra le parti rappresentata da azienda e organizzazioni sindacali: questa “seconda via” si realizza solo se l’impresa e le organizzazioni sindacali – queste ultime solo dopo aver “ottenuto” le iscrizioni dei lavoratori al sindacato attraverso la votazione delle proprie RSU (Rappresentanti Sindacali Unitari) – iniziano a “contrattare” per inserire elementi migliorativi rispetto a quelli previsti dal contratto nazionale di riferimento.

Questo vuol dire che non tutte le aziende vantano per i propri lavoratori un contratto di secondo livello rispetto al CCNL, e che arrivare alla sua realizzazione non è così semplice.

Se all’interno di un luogo di lavoro nessun lavoratore è iscritto a un sindacato è di fatto impossibile realizzare qualunque tentativo di contratto integrativo aziendale.

Poi esistono i contratti territoriali, anche questi evocati nel programma di Fratelli d’Italia, dove le organizzazioni distrettuali, provinciali e regionali dei datori di lavori e dei lavoratori possono stipulare un accordo territoriale che abbia validità all’interno di uno specifico settore lavorativo e operante in un determinato territorio.

Manola Cavallini, CGIL: “Contrattazione di secondo livello in meno del 30% delle imprese coinvolte”

Il terzo rapporto sulla contrattazione di secondo livello realizzato dall’Osservatorio nazionale sulla Contrattazione di secondo livello, di CGIL e Fondazione Di Vittorio, tiene conto del triennio 2019-2021 analizzando anni difficili per la contrattazione; l’Osservatorio la definisce divisa in tre parti, rispettivamente: pre-pandemica, emergenziale e di ripartenza.

Allo stesso tempo, nel rapporto, si evidenzia come uno degli elementi più contrattati negli accordi aziendali è l’organizzazione del lavoro in cui incidono in particolare lo smart working, elemento del tutto ignorato nei programmi dei tre partiti di centrodestra, e quello relativo all’orario di lavoro, tema che abbiamo trattato con il nostro giornale sulla settimana di quattro giorni.

Ma torniamo alla contrattazione di secondo livello.

L’Osservatorio ha utilizzato un campione dove sono stati letti e classificati 2.168 accordi stipulati tra il 1°gennaio 2019 e il 31 dicembre 2021, nel quale ben due terzi degli accordi non esplicitano nel testo un periodo di vigenza o una data di scadenza.

A Manola Cavallini della CGIL, che ha curato il report, abbiamo chiesto chiarimenti sulla questione.

A che punto siamo nella contrattazione di secondo livello nel nostro Paese, anche alla luce del terzo report curato dalla fondazione Di Vittorio? Può rappresentare la panacea per tutti i mali del lavoro, anche nel contrasto al lavoro povero?

Per noi il contratto collettivo nazionale resta il pilastro della difesa del potere di acquisto delle retribuzioni; in periodi come questo con l’inflazione che cresce non è semplice. La contrattazione di secondo livello può aiutare, ma malgrado tutti gli interventi per incentivarla  sono decine i provvedimenti che consentono decontribuzioni (penalizzanti per la futura pensione), defiscalizzazioni, incentivi alle imprese a fronte di alcune scelte partecipative, welfare, eccetera, di cui ci si può avvalere e che esistono da quasi vent’anni. Quella categoria di contrattazione resta confinata in un certo tipo di impresa, medio grande, dove è forte e presente il sindacato (meccanica, industria alimentare, alcuni comparti del sistema moda, della comunicazione, dei trasporti), e in settori a partecipazione statale, operanti in servizi come quelli bancari e assicurativi. Restiamo sotto il 30% delle imprese coinvolte. Riuscire a estenderla a tutte le imprese, dove per dimensione non è possibile farlo utilizzando contratti di sito o territoriali, potrebbe aiutare rispetto al tema del lavoro povero. Come ci dicono tutti i rapporti, dove si contratta in aggiunta al livello nazionale settoriale le retribuzioni sono migliori e sono più capaci di cogliere le difficoltà delle persone, anche con strumenti aggiuntivi al salario, come il welfare contrattuale.

Come si incentiva la contrattazione integrativa anche nelle realtà dove è più difficile realizzarla, a suo avviso?

Con un cambio culturale che mette al centro il lavoro. Le aziende devono uscire dalla logica che l’organizzazione del lavoro è solo cosa loro: consentire un confronto e una maggiore partecipazione di lavoratrici e lavoratori è fondamentale (in Italia non abbiamo ancora la legge attuativa dell’articolo 46 della costruzione sulla partecipazione). Ci sono aziende che scelgono la via unilaterale piuttosto che il confronto. Ad esempio, i programmi di welfare aziendale dovrebbero ottenere benefici solo a fronte di accordi, oggi è possibile anche solo con un regolamento prodotto dall’impresa. Questo ha fatto crescere le piattaforme che forniscono servizi, ma non la contrattazione. Occorre promuovere ancora di più la contrattazione territoriale, di sito, di filiera, di distretto dove insistono piccole realtà; riconoscere il valore delle organizzazioni sindacali e della rappresentanza; abolire norme come quelle che favoriscono contrattazioni al ribasso, con una legge sulla rappresentanza che promuova la buona contrattazione e chiarisca in modo efficace chi contratta. Questo serve per sconfiggere il dumping contrattuale, frutto di tante sigle datoriali e sindacali autoreferenziali e non rappresentative, che hanno l’unico scopo di ridurre diritti e salario per lavoratrici e lavoratori.

Riusciamo a spiegare in parole semplici la differenza tra contrattazione integrativa aziendale e contrattazione territoriale?

La premessa è che i contratti collettivi nazionali settoriali che sottoscriviamo prevedono un rimando all’esercizio della contrattazione aziendale e/o territoriale. In quasi tutti i contratti firmati dalle OO.SS. comparativamente più rappresentativi è di solito prevista una indennità di mancata contrattazione che si aggiunge alla retribuzione. Quando nelle aziende c’è una Rappresentanza Sindacale Unitaria, i delegati che rappresentano lavoratrici e lavoratori, si presenta una piattaforma di richieste e si contratta, in alcuni casi raggiungendo un accordo che può riguardare orari di lavoro, welfare, salario, flessibilità, formazione, sicurezza, diritti e tante altre materie specifiche per quell’azienda. Gli accordi più innovativi sono anche capaci di incrociare tematiche e legami con il territorio dove insiste l’impresa. Ci sono alcuni settori dove è previsto, per le loro condizioni, di fare una contrattazione territoriale, ad esempio edilizia, agricoltura, artigianato, turismo e commercio. Sono contrattazioni, come avrà letto nel nostro rapporto, con una storia antica ma attualissima, e sono l’unica modalità per garantire a settori frammentati, spesso stagionali e diffusi, di vedere migliorate le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. Nella contrattazione territoriale si contrattano materie simili a quelle aziendali: salario, formazione, sicurezza, diritti, welfare, indennità disagio (trasporti, mensa, trasferta in edilizia, per fare un esempio); le materie sono spesso elencate nei contratti collettivi settoriali. La caratteristica principale di questa contrattazione è data dal fatto che copre lavoratrici e lavoratori di tutte le aziende che applicano quel contratto nazionale settoriale senza limite dimensionale. Non è necessario che ci sia la rappresentanza in azienda. Possono essere aziende con un solo dipendente o con centinaia di dipendenti. Può capitare in questo caso che la contrattazione territoriale si incroci con quella aziendale o di cantiere se ci sono le rappresentanze, ad esempio in edilizia.

Contratti di secondo livello, se ne avvalga chi può

Elena Donazzan, nella nostra intervista sulla contrattazione di secondo livello, ha dichiarato quanto segue.

“Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si sottolinea molto il tema della contrattazione di secondo livello, quella parte di contrattazione più partecipata e più libera fatta delle peculiarità che tengono conto del territorio, del tipo di lavoro, del tipo di azienda, del tipo di esigenze dei lavoratori, per creare delle condizioni di lavoro migliori. Quello che noi prevediamo è la defiscalizzazione di quella parte di welfare aggiuntivo derivante dalla contrattazione di secondo livello, dei premi di produttività, per declinare un messaggio culturale diverso, ovvero che più una persona lavora e ha voglia di lavorare, più merita di guadagnare.”

Se è così, occorre davvero sperare che il 100% dei lavoratori si avvalga di un contratto di secondo livello. Per quelli che non ce l’hanno la domanda rimane ancora una volta inevasa: sono lavoratori di serie B?