Milano, città più ricca d’Italia, offre il dato più netto: nell’area metropolitana, il 76% delle dimissioni volontarie presentate da neogenitori nel 2025 riguarda le donne, otto punti sopra la media nazionale (68%). Sono 7.042 dimissioni femminili su un totale di 9.212, convalidate dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro come impone la legge quando la rinuncia arriva nei primi tre anni di vita del bambino. Non è un problema meneghino: l’area metropolitana di Milano pesa da sola oltre il 15% delle convalide nazionali, e la sproporzione uomo-donna, lì, è più marcata che nel resto del Paese.
Le ragioni non sono un mistero e non richiedono un’inchiesta per essere enunciate: la legge riconosce alle madri cinque mesi di astensione obbligatoria, ai padri dieci giorni. Chi si prende cura del bambino nei primi mesi lo decide in larga parte la norma, non la famiglia. A questo si aggiunge la carenza cronica di posti negli asili nido comunali e convenzionati e il costo di quelli privati, con orari che raramente coincidono con quelli di un lavoro a tempo pieno. La Consigliera di parità della Città metropolitana di Milano, Barbara Peres, lo ha messo in fila per Il Sole 24 Ore: il carico di cura resta “mal ripartito” e pesa “notevolmente sulle vite e le carriere delle donne”. La Cgil chiede investimento strutturale su nidi comunali, tariffe accessibili, orari coerenti con il lavoro reale; richieste che tornano identiche da anni, segno che la distanza tra diagnosi e intervento non si è chiusa.
Chi esce dal lavoro salariato per curare un figlio, in un numero non piccolo di famiglie, lascia il posto a un’altra forma di lavoro di cura: quello svolto da donne migranti nell’assistenza agli anziani. Qui il quadro cambia di scala ma non di logica. In Italia sono quasi due milioni le donne immigrate impiegate nel lavoro di cura – colf e badanti – ma solo 745mila risultano iscritte all’Inps. La distanza tra i due numeri non è un margine di errore statistico: è la misura dell’irregolarità diffusa in un settore che tiene in piedi l’assistenza domiciliare a milioni di anziani italiani. Lo stipendio medio si aggira sui 700 euro mensili per un lavoro spesso a tempo pieno, quasi mai vincolato a un orario standard.
Il settore, oltretutto, sta invecchiando insieme al paese che assiste. Le proiezioni indicano una carenza potenziale fino a 800mila addetti entro il 2028, mentre la domanda di assistenza familiare continua a crescere con l’invecchiamento della popolazione italiana. Tra il 2019 e il 2024 il comparto ha perso oltre 100mila lavoratori domestici, sommerso incluso. La risposta istituzionale in discussione, un Albo nazionale per colf e badanti, proposta rilanciata di recente anche dai vertici dell’Inps punterebbe a certificare competenze e dare visibilità pubblica a un lavoro che resta in gran parte invisibile. È una proposta, non una riforma: nessuna misura concreta è ancora stata approvata in questa direzione.
Messi uno di fianco all’altro, i due dati raccontano lo stesso vuoto da prospettive diverse. Da un lato, la maternità continua a espellere le donne italiane dal mercato del lavoro salariato per l’assenza di servizi e per una legge sui congedi che assegna la cura quasi per default a un solo genitore. Dall’altro, quel vuoto di cura non solo dei bambini, ma soprattutto degli anziani in un paese che invecchia, viene riempito da un lavoro sottopagato, in larga parte irregolare, svolto da donne arrivate da fuori i confini nazionali. Nessuno dei due sistemi viene affrontato come questione strutturale: il primo resta un tema di conciliazione lavoro-famiglia discusso a ogni rilevazione statistica senza esiti normativi; il secondo resta, semplicemente, invisibile fino a quando la carenza di manodopera renderà visibile anche a chi non se ne è mai occupato che il welfare degli anziani italiani si è appoggiato per anni su un lavoro che il paese non ha mai deciso di regolarizzare davvero.
La domanda del titolo, allora, non è retorica. È una domanda sul futuro prossimo: se le madri italiane continuano a essere espulse dal lavoro per mancanza di servizi, e le badanti che sostituiscono quel lavoro di cura invecchiano più in fretta di quanto si formino le nuove, chi si prenderà cura dell’Italia nei prossimi dieci anni non è affatto scontato.