Le “commesse più pagate d’Italia”? Prendono comunque una miseria

Un’indagine Applavoro indica le patavine come più pagate della loro categoria, addirittura in controtendenza rispetto al divario retributivo di genere. Abbiamo controllato l’attendibilità della ricerca e fatto il punto sulla situazione sconfortante di minimi e massimi salariali

Commesse al lavoro in un supermercato

I minimi tabellari dei contratti nazionali sono inadeguati. A supporto di questa affermazione sarebbe forse sufficiente ricordare l’andamento a gambero dei salari in Italia negli ultimi trent’anni, come evidenziato nel 2022 dall’OCSE. A offrire spunto di ulteriore approfondimento ci pensa uno studio di certo meno nobile e scientifico, ma che suo malgrado (l’intento era forse un altro) rinforza l’idea sulla desolante deriva in cui versa il mercato del lavoro, quanto meno sotto il profilo remunerativo.

Mi riferisco all’indagine di Applavoro, portale che incrocia domanda e offerta attraverso la pubblicazione di annunci da parte delle aziende e l’iscrizione dei candidati papabili al sito web. Niente di originale di cui parlare rispetto all’attuale mondo del recruiting, almeno fino a quando decidono di uscire con un comunicato stampa che racconta una ricerca fatta in casa sulla media degli stipendi dei lavoratori. Le commesse di Padova, si legge, sono le meglio pagate d’Italia, almeno nel periodo tra gennaio e ottobre 2023 e comprendendo un campione di undici province italiane.

Stai a vedere che ci siamo sbagliati sulla grande distribuzione, magari la media dei salari è ben più alta rispetto alla percezione generale. Vado nel dettaglio e scopro che, secondo l’analisi, le patavine sono addirittura in controtendenza nella partita di genere, in quanto guadagnano più dei colleghi maschi. Il problema, ahinoi, è che si attestano su uno stipendio base di 1.197 euro al mese. Lordi o netti? Conformi a quanto previsto dal CCNL, si specifica. E in una gara al ribasso tra chi è più povero, aggiungo io.

Applavoro, “a Padova le commesse più pagate d’Italia”. Ma non vuol dire pagate bene

Chiamo il contatto di Applavoro, risponde Serena Cordeschi, che per l’occasione fa le veci di Marco Contemi, responsabile dell’applicazione. Ho bisogno di capire su che numeri si fonda l’indagine, per non derubricarla a superficiale e velleitaria.

“I dati del nostro studio sono ricavati dalle informazioni indicate dagli utenti iscritti, non abbiamo il numero preciso di quanti hanno inserito gli elementi retributivi, in quanto le statistiche vengono elaborate da un sistema automatico. Noi riusciamo a vedere solo i dati in percentuale”.

La notizia nella notizia è che l’analisi manca di solide basi per essere considerata attendibile. Va bene, mi turo il naso e provo uno sforzo qualitativo, andando a vedere le tabelle del CCNL commercio. Un terzo livello, per nomenclatura e responsabilità ben distante da quello di solito assegnato a commessi e commesse, vanta un lordo complessivo di euro 1.791, cioè più o meno 1.200 euro netti sul tempo pieno. I conti in effetti tornano – che fortuna! – ma continua a non essere una bella notizia per i lavoratori. Unendo i puntini con lo studio citato, significa che nella migliore delle ipotesi (Padova) la retribuzione è pari a un terzo livello full time. Base, s’intende.

Passo oltre, guardando qualche altro dato. La professione meglio retribuita, tra le undici città coinvolte, è quella dell’autotrasportatore (che nessuno vuole fare). Lo stipendio medio indicato dagli utenti, in questo caso, è di 1.885 per i maschi e 1.500 per le femmine. Non faccio in tempo a ragionare sulla disparità tra quanto registrato e il sacrificio che la mansione richiede che il mio sguardo atterra sugli addetti pulizie, e su chi – bontà loro – si occupa di reception. Per queste professioni si passa da 900 euro come tetto massimo ai 600 euro mensili. Uno stage, in pratica, e accontentarsi.

Mi fermo. Oltre allo sconcerto per una fotografia discutibile ma scevra da qualsivoglia appunto critico su quanto rilevato, credo sia sufficiente a rimarcare la drammaticità della situazione attuale. Infatti, a prescindere dal numero di utenti registrati o dalla pochezza dei minimi tabellari a livello di contrattazione nazionale, mi basta l’esempio di qualche ignaro candidato che per vivere ammette candidamente di percepire, nel 2024, poco più di un rimborso spese. Mi basta, è chiaro, per confermare un quadro di sconforto e preoccupazione.

Non rimane che affidarci all’evoluzione culturale delle imprese e alla capacità di strutturare accordi integrativi di secondo livello. Magari degni di questo nome.

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