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Contributi alle RSA: le banche non si fidano

Contributi alle RSA: le banche non si fidano

Gli istituti di credito nicchiano sui prestiti alle RSA, ma non disdegnano i contributi spot a quelle sul loro territorio. Così il grosso dei fondi arriva dalle regioni.

Meno ospiti, spese in aumento per i DPI, ingressi vietati e molti decessi tra quanti vi risiedevano. Il bilancio delle case di riposo in tempo di COVID-19 è stato pesante sia dal punto di vista umano che da quello economico.

Il settore, che fino a prima del febbraio 2020 era più che florido grazie ai contributi regionali e al turn over garantito di ospiti, oggi per la prima volta ricorre al credito bancario. Lo stesso governo, nell’aprile 2020, all’interno del cosiddetto Decreto Liquidità ha voluto garantire prestiti agevolati alle RSA da parte di alcune banche. Sebbene in poche vi abbiano fatto ricorso perché pochi mesi dopo sono stati stanziati dei contributi regionali, alcune di quelle che hanno deciso di usufruire dei finanziamenti hanno ricevuto meno denaro di quanto ne abbiano richiesto.

Eppure diversi istituti di credito, come Unicredit o il più piccolo Banco di Sondrio, si erano impegnati in una campagna di promozione con l’intenzione di aiutare le molte case di riposo che stavano attraversando un momento difficile. Il problema sarebbe la mancanza di forme di controgaranzie che le case di riposo potevano corrispondere, nemmeno se proprietarie di patrimoni immobiliari, come spesso accade quando si tratta di strutture private.

Paradossalmente, le meno garantite sono state quelle riconducibili a enti pubblici.

Troppo rischioso finanziare le RSA: le banche tentennano

Che l’accesso al credito non fosse semplice, per uno dei settori che più è stato colpito dalla pandemia, qualcuno l’aveva capito subito. È il caso di Andrea Augusto Tasinato, presidente del CEV, un’aggregazione che raggruppa 1.120 enti locali, tra i quali anche quaranta case di riposo pubbliche.

«Alcune avevano fatto richiesta di finanziamento alle banche – spiega – ma ci siamo accorti che l’accesso al credito non era così semplice. Abbiamo cercato una formula che permettesse di migliorare l’accesso al credito per le case di riposo, perché sapevamo che stavano andando in crisi finanziaria a causa dei molti decessi e del rallentamento dei nuovi ingressi. Inoltre nell’ultimo anno per tutelare la salute c’è una procedura più complessa, che porta al rallentamento dell’immissione di nuovi ospiti e che ritarda i tempi. Spesso questa procedura dura mesi. Inoltre sono aumentate le spese per i dispositivi di sicurezza

Trovare garanzie per le imprese che risultavano più colpite dalla crisi non solo sanitaria, ma anche finanziaria, non era semplice. Eppure CEV ci ha provato. «Si chiama Confidi», spiega Tasinato, «ed è un sistema che controgarantisce in nome e per conto dell’ente nei confronti dell’istituto di credito, fino al 50%. La banca vede diminuire il rischio e questa erogazione viene assegnata al “livello minor rischio” nella graduatoria interna degli istituti di credito».

Questa forma di garanzia è stata elaborata per prevenire eventuali ritrosie, che in alcuni casi si sono verificate, del sistema bancario. «Abbiamo avuto la percezione che le banche non avrebbero dato il finanziamento per intero. E abbiamo pensato di munirle di un ente garante».

L’obiettivo era la tutela non solo degli enti, ma anche delle molte persone che vi lavorano (assistenti, infermieri, fisioterapisti e medici), che, chiamati a uno sforzo superiore nei mesi della pandemia (nei quali sono stati anche esposti a pericoli), rischiano anche di perdere il lavoro quando si tornerà alla normalità.

Le regioni si muovono per tutelare le RSA

In realtà le RSA che hanno intrapreso la strada del finanziamento bancario sono state poche. Da novembre 2020 molte regioni hanno iniziato a stanziare contributi per questo settore a vario titolo.

Regione Lombardia ha aumentato del 2,5% il contributo per ogni ospite, ma è anche stato proposto un disegno di legge che prevede lo stanziamento di 50 milioni di euro per il settore. In alcuni casi c’è stato un rimborso per le spese per il materiale sanitario, ma la cifra complessiva è ancora molto lontana dai reali bisogni.

In Veneto, dove CEV opera in prevalenza, non è stato necessario l’intervento a garanzia. «Nel momento in cui abbiamo munito gli enti locali di un garante – dice Tasinato – il tutto si è fermato, perché i segnali che il sistema regionale stava dando erano quelli di un contributo a fondo perduto nei confronti degli istituti che copriva le minori. L’intervento è arrivato in ottobre».

Anche il Piemonte, tra le regioni più colpite, ha stanziato fondi da destinare alle RSA. La regione ha garantito con un contributo straordinario di 44,5 milioni di euro la continuità delle oltre 1.800 strutture che in Piemonte erogano prestazioni di carattere residenziale di tipo sanitario, socio-sanitario e socio-assistenziale ad anziani, minori, disabili, persone affette da tossicodipendenza o da patologie psichiatriche, e la cui situazione finanziaria è in sofferenza a causa delle maggiori spese e delle minori entrate dovute all’emergenza epidemiologica.

La legge approvata dal consiglio regionale ha stanziato, in particolare, 30 milioni per integrare le maggiori spese sostenute dalle strutture per sanificare gli ambienti, acquistare DPI, pagare il personale, smaltire i rifiuti speciali, mettere in sicurezza gli ospiti e gli operatori e migliorare la qualità dell’assistenza; 10,1 milioni ai titolari di autorizzazione al funzionamento non convenzionati con il sistema socio-sanitario regionale; 1,5 milioni per i fornitori accreditati di prestazioni domiciliari sociali e sanitarie; 3 milioni complessivi (uno ciascuno, rispettivamente, per gli anni 2021, 2022 e 2023) per esentare le aziende pubbliche di servizi alla persona dal versamento dell’Irap. Previsti l’accesso al Fondo di garanzia sui finanziamenti a tasso fisso e variabile per RSA e strutture sociosanitarie autorizzate e accreditate.

Pavia, chiude prima per tutelare gli ospiti e rischia il fallimento

Casa Serena è una storica RSA comunale di Cilavegna, in provincia di Pavia. Con i suoi 256 posti è una delle più grandi della zona. Il 7 febbraio del 2020 il presidente, il ragionier Pierangelo Ugazio, ha interrotto tutte le attività di visita dei parenti, i nuovi ingressi e l’attività del centro diurno.

Quello che allora sembrava un eccesso di prudenza (molte altre strutture hanno chiuso solo dopo) non si è rivelato in realtà un errore. Dal punto di vista economico, però, la scelta di tutelare gli ospiti e il personale si è rivelata un boomerang.

La mortalità nel 2020 è stata contenuta rispetto a quella di altri centri della provincia, ma a risentirne sono state le finanze. L’amministrazione comunale è dovuta intervenire (come da statuto) per ripianare, ma vista la possibilità è stata presa anche la decisione di ricorrere al prestito. In tutto l’ente aveva chiesto 2 milioni di euro, ma ne sono stati corrisposti soltanto 1.200.000.

«Dobbiamo ringraziare la banca di Sondrio perché ci ha dato una grande mano», dice il presidente Pierangelo Ugazio. «Sappiamo comunque che gli enti comunali sono stati meno aiutati di quelli privati».

L’ondata di contributi spot delle piccole banche (e non solo)

In questi mesi si sono mossi a vario titolo i piccoli istituti di credito cooperativo, che in varie regioni d’Italia hanno aiutato le case di riposo.

In Piemonte la Banca Alpi Marittime ha pagato uno screening su tutti gli ospiti della Fondazione Residenza Per Anziani “Don Luigi Garneri” di Carrù. A pochi passi la Bcc di Pianfei e Rocca Baldi invece ha donato mascherine per diverse case di riposo; lo stesso ha fatto quella di Agrobresciano.

Si tratta di contributi spot erogati da realtà con forte radicamento sul territorio, ma in alcuni casi programmi ad hoc sono arrivati anche da grandi nomi del sistema bancario come Unicredit. Il sostegno a uno dei settori più colpiti dalla pandemia, a vario titolo, è arrivato da tutta quella rete di realtà locali, che comunque continuano a sentire la casa di riposo del luogo in cui vivono come un patrimonio della comunità.