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I nati nell’80 andranno in pensione quasi morti?

I nati nell’80 andranno in pensione quasi morti?

I nati nel 1980 saranno le prime vittime della frammentazione del mercato del lavoro? Secondo l'INPS sono più di un milione i collaboratori a rischio. Andrea Borghesi, NIdiL CGIL: "Situazione iniqua, colpa di forme contrattualistiche povere e precarie".

Norman Di Lieto

17 Novembre 2021

Secondo l’ultimo report ISTAT del febbraio di quest’anno, relativo all’anno 2019, nel nostro Paese ci sono 602 pensionati per ogni 1.000 occupati.

“Nel 2019 sono stati spesi 301 miliardi di euro in prestazioni pensionistiche: +2,5% rispetto al 2018. In rapporto alla popolazione residente, in media si calcolano 260 pensionati ogni 1.000 abitanti. Anche tenendo conto delle differenze territoriali nella struttura per età della popolazione, il tasso di pensionamento è più elevato al Nord (262 pensionati ogni 1.000 abitanti), a testimoniare una pregressa e continuativa partecipazione al mercato del lavoro di una parte più ampia della popolazione, scende nel Mezzogiorno (259) ed è in assoluto più basso al Centro (255)”.

Negli scorsi giorni è invece (ri)suonato l’allarme per i nati nel 1980: rischiano di andare in pensione a 75 anni. Eppure già nel 2015 l’allora presidente dell’INPS Tito Boeri aveva dichiarato la stessa identica cosa; ma come sarebbe potuta migliorare la situazione dei nati nell’Ottanta nel corso di questi ultimi sei anni?

Intanto dopo la legge Fornero, la Lega e il suo segretario Matteo Salvini nel Governo Conte I con la Quota 100 hanno elaborato una nuova modalità di calcolo per andare in pensione: 62 anni d’età e 38 anni di contributi. Ma per la fine del 2021 il Governo Draghi mira a dire addio anche alla neonata Quota 100, puntando per il 2022 a Quota 102 (64 + 38) e per il 2023 a Quota 104 (66 + 38).

Tuttavia, se i nati nel 1980 nelle loro carriere lavorative avessero avuto dalla loro un percorso professionale in cui la continuità retributiva e contributiva non fosse stata una costante, siamo sicuri che andrebbero in pensione a 75 anni? O potremmo anche superare questa soglia anagrafica, già di per sé spaventosa?

Perché il mondo del lavoro nel nostro Paese, diciamolo, non è tutto rose e fiori; e se è vero che molti si arrangiano tra partite IVA (povere), lavori a progetto e pagamenti in nero, dove sarebbero i contributi versati una volta effettuati i conteggi relativi a quelli maturati nel corso degli anni?

Secondo l’ISTAT, “la variabilità dell’entità dei trasferimenti pensionistici è dovuta a un insieme di fattori, primo tra tutti la presenza o meno di un pregresso contributivo”. Quindi, per chi ha versato contributi, l’importo della prestazione può essere variabile, perché calcolato sulla base di normative diverse che tengono conto della retribuzione, dell’anzianità lavorativa e, soprattutto, sulla presenza o meno del pregresso contributivo.

Vi raccontiamo due storie diametralmente opposte: una parla di chi ha costanza di contribuzione, l’altra di chi invece non sempre è riuscito a versare i contributi previdenziali.

Quando il lavoro è incerto è saltuario. Simone e il miraggio della pensione

Simone ha iniziato a lavorare subito dopo il diploma, ma nessuno lo assumeva dato che lo aspettava il servizio militare di leva. Ha fatto diversi lavori saltuari: prestazioni occasionali, rimborsi. Questo fino a quando non l’hanno chiamato per la leva obbligatoria. Lì ha assolto gli obblighi di leva per dieci mesi, per poi rientrare e cercare lavoro con un “semplice” diploma di ragioniere.

Gli hanno proposto di fare il contabile in una ditta, ma ha rifiutato: ha preferito aprire una partita IVA per fare il venditore.  “Ero scarso, poche provvigioni e salasso di tasse anche con zero euro di fatturato. Questo per due anni. Poi finalmente qualcuno ha deciso di assumermi: contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Qui i contributi c’erano tutti, ma poi non mi hanno confermato e io sono tornato alla ricerca di un impiego. Ho ritrovato altri lavori saltuari dove era difficile mettere insieme mille euro, spesso in nero, e quindi ovviamente senza contributi. E ancora, diverse collaborazioni occasionali.”

“In seguito è arrivato un nuovo contratto di lavoro, impiegato a tempo indeterminato. Il sogno è durato fino a quando l’agenzia ha chiuso, e mi sono ritrovato di nuovo punto e a capo.

Da quando sono entrato nel mondo del lavoro, dal 1998 a oggi, non posso certo affermare di aver avuto una continuità retributiva durante il corso degli anni: ci sono stati diversi buchi”.

Natascia e la multinazionale, 22 anni di contributi e un fondo integrativo

La storia di Natascia è assai diversa, e per certi versi più fortunata.

Appena diplomata, nei pressi della sua città apre una multinazionale: colloquio e assunzione. Lavora lì dal 1999 ed è sempre stata un’impiegata assunta con contratto a tempo indeterminato dopo “solo” sei mesi di prova.

“Verso regolarmente contributi previdenziali da 22 anni e, allo stesso tempo, dal 2007 ho aderito alla forma di previdenza complementare che prevede la mia categoria, quella del commercio: Fondo FonTe.”

Ogni categoria ha questi fondi complementari: quello del settore metalmeccanico, per esempio, si chiama Cometa. Sono fondi previdenziali gestiti dai sindacati che prevedono soglie percentuali di contribuzione sempre più alte per i dipendenti: per esempio, versando il 3% della propria paga mensile, l’azienda contribuisce per la metà, con l’1,5%.

Tra i due nati nel 1980, le storie lavorative che abbiamo raccontato sono diametralmente opposte. Così, anche se dovesse scattare in automatico il pensionamento al compimento del settantacinquesimo anno di età, l’importo dell’assegno dei due lavoratori sarà giocoforza differente.

I dati NIdiL: collaboratori in flessione ma ancora sopra il milione, con una “situazione profondamente iniqua”

Andrea Borghesi è Segretario della NIdiL CGIL nazionale, la categoria sindacale che rappresenta e tutela i lavoratori atipici: somministrati, collaboratori, autonomi e disoccupati.

“Il vero problema è che il sistema attuale, considerando il mercato del lavoro che abbiamo, certifica una situazione profondamente iniqua per chi vive di lavoro precario e ha una bassa contribuzione. Per questo chiediamo una pensione contributiva di garanzia che permetta alle persone che hanno avuto carriere lavorative discontinue di andare in pensione con un trattamento pensionistico dignitoso.”

Secondo l’INPS le forme di collaborazione non subordinata nel corso degli ultimi cinque anni hanno fatto registrare una flessione per i collaboratori: “È stato aggiornato all’anno 2020 l’osservatorio sui lavoratori parasubordinati, che riporta l’andamento del periodo 2015-2020 delle informazioni su professionisti e collaboratori iscritti alla Gestione separata. Il numero totale di lavoratori parasubordinati contribuenti (professionisti più collaboratori) è passato da 1.434.856 del 2015 a 1.333.554 nel 2020. Dai dati si nota una riduzione dei collaboratori dal 2015 al 2016 (-17,4%), una stabilizzazione nel 2017 (+0,1%), un incremento tra il 2017 e il 2018 (+2,4%), una lieve crescita tra il 2018 e il 2019 (+0,8%) e di nuovo una riduzione tra il 2019 e il 2020 (-1,7%).”

Quindi, nonostante i dati siano in controtendenza, facendo registrare appunto una diminuzione del numero dei collaboratori, ciò non toglie che queste figure lavorative siano presenti nel panorama occupazionale del nostro Paese, e che sovente fatichino a guadagnare a sufficienza per potersi permettere di versare i contributi previdenziali. Soprattutto se già faticano a sommare uno stipendio mensile degno di questo nome.

Secondo l’elaborazione realizzata da NIdiL CGIL Nazionale sui dati forniti dall’INPS emerge come i redditi medi si siano fermati nel 2020 a circa 9.100 euro lordi per i Co.Co.Co, mentre i collaboratori giovani fino a 35 anni d’età, hanno redditi di poco superiori ai 5.000 euro l’anno. Se tra i nati nel 1980 ci fosse ancora chi vive di collaborazioni con redditi medi lordi annuali che non arrivano neppure alla soglia dei 10.000 euro annui, risulterebbe difficile riuscire a versare i contributi previdenziali dovuti.

Sempre secondo la NIdiL CGIL Nazionale – considerando i meccanismi di calcolo della Gestione separata – i collaboratori nell’anno 2020 non hanno raggiunto l’anno pieno di contribuzione ai fini pensionistici: hanno fatto registrare una media di soli sei mesi di contribuzione, e ciò significa che per raggiungere il requisito minimo per la pensione – pari a 20 anni di contributi – un collaboratore che non dovesse cambiare la propria situazione lavorativa ci metterebbe quasi il doppio degli anni: tra i 33 e i 34.

In pensione a 75 anni: un rischio concreto?

Da qui, torniamo alla domanda iniziale: siamo proprio sicuri che tutti, ma proprio tutti i lavoratori nati nel 1980 rischiano di andare in pensione a 75 anni?

Con questi dati non pare possibile. Qualcuno potrebbe farcela, magari anche prima, mantenendo però una regolarità contributiva, come raccontato da Natascia con la sua storia professionale. Ma chi ha avuto un percorso più accidentato nel mondo del lavoro, come ad esempio Simone, rischia seriamente di vederla sempre più tardi, o forse di non vederla affatto.

Aggiunge Borghesi: “Oggi i lavoratori con maggiore anzianità sono quelli che riescono anche ad avere una pensione integrativa, il dato è evidente. I motivi sono tutti all’interno del mondo del lavoro di prima. Poi, occorrerebbe mettere mano alle norme che negli ultimi anni hanno consentito di utilizzare le più svariate forme contrattualistiche nell’ambito del lavoro. Con queste forme di lavoro, spesso povere e precarie, è già oneroso per il lavoratore versare la quota per i contributi previdenziali obbligatori; figuriamoci quelli per un’eventuale pensione integrativa.”

Conviene quindi diventare tutti dipendenti di una multinazionale? Anche se faccio molta fatica a pensare che chi vi è entrato a 19 anni possa uscirne a 75, i tempi cambiano molto in fretta, e nel mondo del lavoro forse ancor di più. Si tratta però di un altro discorso, che non tocca solo i nati nel 1980 o i giovani, ma soprattutto gli over 50 di cui abbiamo già parlato su SenzaFiltro. Con il rischio oggettivo di nuovi esodati, di cui si parla sempre troppo poco.

Foto di dani84bs su fotocontest.it