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In arrivo medici russi e ucraini: senza frontiere ma a tempo determinato

In arrivo medici russi e ucraini: senza frontiere ma a tempo determinato

I sanitari in fuga dalla guerra arrivati in Italia finora sono circa 2.000. Foad Aodi, presidente dell'Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia: "Accogliamo medici e infermieri russi e ucraini. Ma per i medici stranieri in Italia la trafila è ancora complicata, in molti preferiscono il privato. E i sanitari italiani ci chiedono aiuto per emigrare".

Ne avevamo parlato l’anno scorso, all’inizio del 2021 con Foad Aodi, presidente dell’Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia (AMSI). L’argomento era l’arrivo, tra annunci entusiasti delle varie Regioni – in supporto per la lotta al COVID-19 nei nostri ospedali sotto pressione per l’aumento continuo dei casi – diversi operatori sanitari dall’estero, quando ancora era aperta e poco dibattuta la questione dei medici stranieri in Italia (77.000 secondo l’AMSI), che erano pronti a fare la loro parte, ma che le Regioni non impiegavano neppure con l’emergenza sanitaria in corso, mentre accoglievano i contingenti inviati dagli altri Paesi.

Questa volta però Foad Aodi è sostenitore e ispiratore di questa nuova iniziativa che vede aprire le porte degli ospedali per i medici e gli infermieri ucraini.

Che cosa dice il decreto Ucraina riguardo l’assunzione dei sanitari in fuga dalla guerra

Sì, perché con il decreto Ucraina, approvato dal Governo lo scorso 18 marzo e già pubblicato in Gazzetta ufficiale, si prevede quindi che per i sanitari ucraini “… a decorrere dall’entrata in vigore del decreto e fino al 4 marzo 2023, in deroga alle disposizioni vigenti, sarà consentito l’esercizio temporaneo delle qualifiche professionali sanitarie e della qualifica di operatore socio-sanitario ai professionisti cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022 che intendono esercitare nel territorio nazionale, presso strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche o private, una professione sanitaria o la professione di operatore socio-sanitario in base a una qualifica professionale conseguita all’estero regolata da specifiche direttive dell’Unione europea”.

Sul nostro giornale, sia sul mensile 109 con Sara Bellingeri che in altri articoli della rubrica Zona Franca, sempre a firma della stessa autrice, abbiamo raccontato di come stia aumentando in maniera assai significativa il numero di dimissioni tra gli operatori sanitari italiani. Senza contare che in Europa siamo quasi il fanalino di coda per le retribuzioni annue lorde che riconosciamo ai lavoratori del settore, con una media di 28.000 euro annui, un primato al contrario che ci pone alle spalle di tutti, tranne Estonia e Grecia.

Fonte: OCSE 2019

E non è un caso che il prossimo 8 aprile ci sarà uno sciopero nazionale indetto dalle sigle sindacali autonome della categoria per sensibilizzare sulle condizioni critiche dei lavoratori del comparto sociosanitario. In aumento tra gli operatori casi di stress, ansia, difficoltà del sonno; quella sindrome di burnout che nel corso degli ultimi due anni ha toccato un numero sempre più elevato di operatori socio sanitari, i quali si sono dovuti rivolgere ai servizi di assistenza psicologica sia all’interno delle stesse ASL che all’esterno, rivolgendosi presso studi privati.

Con queste (doverose) premesse sullo stato dell’arte del comparto socio sanitario nel nostro Paese, torniamo però al decreto Ucraina: esso stabilisce che le strutture sanitarie interessate possono procedere al reclutamento temporaneo di tali professionisti “muniti del Passaporto europeo delle qualifiche per i rifugiati, con contratti a tempo determinato o con incarichi libero professionali, anche di collaborazione coordinata e continuativa, nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente”.

Il “precedente” c’era già ed è tuttora in vigore (scade alla fine di quest’anno): è l’articolo 13 del decreto Cura Italia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 17 marzo del 2020.

“Deroga delle norme in materia di riconoscimento delle qualifiche professionali sanitarie:

Per la durata dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, in deroga agli articoli 49 e 50 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999 n. 394 e successive modificazioni, e alle disposizioni di cui al decreto legislativo 6 novembre 2007 n. 206 e successive modificazioni, è consentito l’esercizio temporaneo di qualifiche professionali sanitarie ai professionisti che intendono esercitare sul territorio nazionale una professione sanitaria conseguita all’estero regolata da specifiche direttive dell’Unione europea. Gli interessati presentano istanza corredata di un certificato di iscrizione all’albo del Paese di provenienza alle Regioni e Province autonome, che possono procedere al reclutamento temporaneo di tali professionisti ai sensi degli articoli 1 e 2 del decreto-legge 9 marzo 2020, n. 14”.

Foad Aodi, presidente AMSI: “Porte aperte a medici russi e ucraini. E aiutiamo anche sanitari italiani a emigrare”

Sono – per il momento – circa 2.000 i medici e infermieri ucraini in fuga dalla loro terra segnata dal conflitto e pronti a supportare le strutture socio sanitarie presenti sul territorio nazionale.

Richiamiamo il dottor Foad Aodi, che come sempre risponde alle nostre sollecitazioni.

Foad Aodi, presidente dell’Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia.

Dottore, questa volta il decreto Ucraina rispetto all’articolo del decreto 13 Cura Italia, è una vostra vittoria. Non è così?

Sì, assolutamente. C’è da dire che questa iniziativa ha scatenato varie polemiche, e quindi va chiarita. Con l’articolo 13 del Cura Italia, come avevamo proposto nel 2020 all’inizio della pandemia, sono venuti in Italia anche medici russi e ucraini, che a causa della mancanza di sanitari dovevano lavorare senza fare la procedura del riconoscimento del titolo. Era sufficiente che fossero iscritti all’albo professionale del loro Paese di provenienza. Purtroppo quell’articolo 13 non è stato applicato da tutte le Regioni. Noi però siamo andati avanti e abbiamo ottenuto risultati concreti, come la delibera della Regione Lazio senza l’obbligo della cittadinanza. Poi, con l’inizio del conflitto, abbiamo istituito un’unità di crisi internazionale con AMSI, Uniti per unire, e abbiamo notato che il 95% delle persone in arrivo dall’Ucraina era rappresentato da donne e da bambini: infatti, dai 18 fino ai 60 anni, gli uomini non possono lasciare l’Ucraina. Al di là delle polemiche, questo è un atto di solidarietà nei confronti di persone che soffrono per sostenerle anche dal punto di vista psicologico, e perché no economico.

Il decreto Cura Italia (e l’articolo 13) scade il 31 dicembre 2022. Il decreto Ucraina scade il 4 marzo 2023. Ci sono state polemiche?

Purtroppo sì. Ma non si tratta di un torto per chi ha già fatto tutta la pratica con il Cura Italia per il riconoscimento del titolo; sicuramente questo del decreto Ucraina è un permesso momentaneo. Se poi un medico decide di rimanere in Italia dopo la scadenza del periodo può decidere di intraprendere tutta la trafila per il riconoscimento del titolo. Questo è un punto da chiarire.

No alle discriminazioni per gli operatori socio sanitari russi: lo ha chiesto espressamente come gesto di pace e ponte tra i due popoli.

Noi abbiamo chiesto di accogliere anche i medici e operatori sanitari russi che prima del 24 febbraio si trovavano o in Russia o in Ucraina, per dare un segnale di pace, di uguaglianza, e per rimanere al di sopra delle parti. L’AMSI difende tutti: medici italiani e medici stranieri. Noi non entriamo nei conflitti politici ed esercitiamo la nostra attività all’insegna della solidarietà. Come AMSI, Uniti per unire e Comunità del mondo abbiamo aiutato 8.500 studenti stranieri a lasciare l’Ucraina.

Per quanto riguarda i 77.000 medici stranieri in Italia, quali passi avanti sono stati fatti nell’ultimo anno, da quando ci siamo sentiti nel gennaio del 2021?

Abbiamo continuato rispettando il principio del sostenere concorsi senza obbligo di cittadinanza: la Regione Lazio ha fatto una delibera su proposta AMSI con l’assessore D’Amato, poi anche l’Ospedale San Giovanni ha pubblicato una manifestazione d’interesse, poi anche l’ASL di Civitavecchia ha seguito la stessa linea di condotta. Ma anche il Friuli-Venezia Giulia si è mosso in questo senso. L’unico handicap di questi decreti è che assumono con contratto a tempo determinato, e quindi il rischio è che i nostri medici non lascino la struttura privata per quelle pubbliche per essere assunti a tempo determinato. Il nostro appello alle istituzioni nazionali è volto a consentire a tutti di fare concorsi pubblici per assunzioni a tempo indeterminato.

Gli operatori socio sanitari nel nostro Paese sono tra quelli pagati meno a livello europeo, ci sono numerosi casi di stress lavoro correlato e il numero delle dimissioni tra i lavoratori del settore è in continuo aumento, specie negli ultimi due anni. L’AMSI viene a contatto anche con loro?

Certamente, al nostro sportello AMSI sono arrivate tantissime richieste: c’è stato un aumento – negli ultimi tre anni – del 35% di medici e operatori italiani che ci hanno chiesto informazioni perché vogliono andare a lavorare all’estero, per un trattamento economico migliore e condizioni di lavoro più sostenibili.

In questa ultima risposta c’è un ossimoro che dovrebbe far riflettere e pensare. Sempre che sia ancora lecito farlo.

Leggi gli altri articoli a tema Sanità.

Leggi il mensile 110, “Di tutte le Russie“, e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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