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Un virus a scopo di lucro, ma non per i sanitari: eroi per 5 euro, senza tutele

Un virus a scopo di lucro, ma non per i sanitari: eroi per 5 euro, senza tutele

Qual è la situazione lavorativa degli OSS oggi, e com'era durante la crisi COVID? L'intervista di SenzaFiltro a un'operatrice sanitaria: "Nessun supporto, turni impossibili e burnout. Nelle intensive ci pagavano 5 euro al giorno in più, oggi l'azienda nega a molti il passaggio di fascia che gli spetta. E non assumono".

Sara Bellingeri

24 Febbraio 2022

Fuori gli applausi, dentro la fatica legata a filo doppio con la resistenza. Lungo le strade gli striscioni, nei corridoi virtuali dei social il tifo da stadio, ma nel guscio della mascherina il sudore e i denti stretti, tangibili come non mai. Sono contrasti forti quelli che hanno accompagnato le interminabili giornate di lavoro di tante figure sanitarie in prima linea sul fronte della pandemia. Ma sono anche contrasti che mettono a dura prova la dignità di tutti questi lavoratori e lavoratrici, minando al tempo stesso la credibilità del sistema che li circonda. Da un lato le lodi di facciata, dall’altro la mancanza di un giusto riconoscimento, economico e di tutele, per l’impegno prestato quotidianamente: una dinamica che prosegue imperterrita da anni, ben prima dell’avvento della pandemia, senza dare cenni di miglioramento.

Con SenzaFiltro ci immergiamo in una di queste situazioni, lasciando perdere ideologie o tentativi di dirigere il traffico mentale verso un’opinione o l’altra. A raccontarci la sua storia in carne e ossa e priva di setacci è Giulia (nome di fantasia a tutela della privacy) che lavora come operatrice socio sanitaria (OSS) da più di trent’anni. Nella voce una forte consapevolezza, quella che non cede alle insidie di edulcorazioni, negazionismi e men che meno alla fame di visibilità: “Bisogna dire le cose come stanno, a costo di risultare antipatici”, afferma.

“Noi OSS suppliamo alle mancanze strutturali, senza indennità da rischio biologico”

Giulia ha lavorato in prima linea nel reparto di terapia intensiva, dove ha visto con i suoi occhi il dolore, la fatica e non da ultime tutte le contraddizioni del sistema sanitario e organizzativo che lo guida. “Ho vissuto la fase più pesante della pandemia, quando ancora ben non si sapeva che virus stessimo affrontando”, racconta. Ma prima di calarci nel fulcro di questo contesto, restiamo nel presente.

Giulia attualmente lavora sempre in ospedale, ma per un problema fisico, messo a dura prova dai ritmi serrati in terapia intensiva, ha chiesto un trasferimento. “Adesso lavoro nella centrale di sterilizzazione, dove io e altri colleghi ci occupiamo appunto della sterilizzazione dei ferri da utilizzare nelle sale operatorie” spiega. Un lavoro di grande responsabilità, non esente da rischi e fatica: “Dobbiamo seguire una procedura molto rigida con le opportune distinzioni: ad esempio ci sono ferri da sterilizzare a vapore, altri a gas a 134 gradi. Abbiamo inoltre a che fare con container di acciaio con dentro ferri pesanti provenienti dall’ortopedia e gli ausili per trasportarli sono spesso rotti o fatiscenti: noi addetti ci troviamo a supplire alle mancanze strutturali”.

Per svolgere l’attività Giulia e gli altri OSS se la devono vedere con rischi che si scontrano con tutele precarie se non assenti: “Per questo tipo di lavoro non abbiamo l’indennità da rischio biologico, ed è assurdo”. E specifica: “L’unica indennità è quella da turni, ma non ti arriva se fai meno di cinque pomeriggi o meno di quattro notti”.

“Turni devastanti, niente fondi per i passaggi di fascia. E dovevamo pagarci il parcheggio”

Non mancano altre dinamiche disarmanti: “Da poco noi OSS abbiamo fatto la selezione per il passaggio di fascia, che tra l’altro attendevamo da anni. Io per fortuna sono rientrata in questo passaggio dopo aver fatto il test attitudinale, dove occorreva rispondere correttamente a nove domande su dieci”. Il passaggio di fascia, ci spiega Giulia, implica avere circa 50 euro in più di stipendio al mese per gli OSS e 70 in più per gli infermieri. “Su circa 6.000 dipendenti 2.500 hanno passato il test, ma poi di fatto il passaggio di fascia con aumento l’hanno dato solo a 1.500 persone”. Motivo? “L’azienda ci ha risposto che mancano i fondi per pagarci”.

La turnazione è un altro punto dolente: “Siamo messi malissimo”, commenta Giulia. “Facciamo sei settimane di H24, quindi notti comprese; tre settimane di H12, pomeriggi compresi; più altre 3/4 settimane in cui diventiamo dei jolly, ossia: faccio ad esempio mattina, ma il giorno dopo ancora non mi è dato nemmeno sapere che turno farò, mi devo adeguare alle esigenze della struttura”.

Il rischio burnout è sempre in agguato: “Abbiamo un sacco di casi di assenteismo e di malattia che poi tocca agli altri coprire, e non puoi rifiutarti di farlo sennò scatta il cosiddetto ordine di servizio: una vera e propria imposizione dell’azienda per il quale devi fare un turno lungo che va dalle 7 del mattino fino alle 20 di sera. La pausa dura meno di mezz’ora. È davvero faticoso sostenere questi ritmi”.

E non è tutto. Giulia ci racconta infatti che prima della pandemia lei e i suoi colleghi erano costretti a pagarsi tutte le ore di parcheggio dell’ospedale pur lavorando lì: “Un’assurdità. Le cose sono cambiate solo dopo l’avvento del COVID-19 e grazie all’intervento del sindacato che si è fatto sentire”.

Il lavoro dei sanitari in terapia intensiva: sapere quando si entra, non quando si esce

Ho lavorato in terapia intensiva rianimazione COVID-19, che attualmente è un’area pulita”, racconta Giulia. “Ora il COVID-19 sembra non essere aggressivo come l’anno scorso. Ci sono poi le aree critiche, dove sono ricoverati pazienti che presentano il virus”. Giulia rivela senza se e senza ma la sua esperienza: “Ho visto gente intubata anche per mesi. Noi OSS supportavamo l’attività degli infermieri con l’attività di assistenza, facendo il giro dei pazienti”.

Tramite il suo racconto entriamo con lei in queste stanze: “C’era uno spazio chiamato open con letti e postazioni, c’erano operatori fuori con il cicalino per passare le comunicazioni. Chi stava dentro era tutto bardato; la vestizione era un vero e proprio rito per tutelare la sicurezza nostra e altrui. Attaccavamo alle 7 del mattino e poi stavamo dentro l’open senza mai uscire, per il discorso del contagio”.

Giulia ricorda gli aspetti più difficili: “Prima di tutto lavorare con questa grossa tuta e le due mascherine e il cappuccio attaccato: si sudava, e nonostante ciò bisognava continuare a svolgere le attività di assistenza. Era un continuo cambiarsi e per ogni paziente utilizzavamo un grembiule di plastica monouso. L’altra difficoltà era ricordarsi tutti i passaggi in maniera meticolosa, anche i guanti di utilizzo erano dedicati a ogni paziente per evitare ulteriori contagi. In pochi lo sanno ma nel reparto COVID-19 non c’era quasi mai solo il Coronavirus: si sviluppavano altri virus molto più pesanti e che potevano provocare la morte”.

Nella fase calda della prima ondata facevamo orari assurdi: mi è capitato più volte di stare dentro anche dodici ore di fila gestendo tutte queste dinamiche. C’era appena il tempo per bere un caffè e per andare in bagno. Fisicamente è stato logorante: finché sei sul pezzo vai, perché rispondi alle necessità, ma quando torni a casa sei spappolato anche a livello psicologico. Il primo mese tornavo la sera e ogni volta piangevo. Eravamo tutti ko, anche chi ha un carattere tosto”.

La paura di infettarsi era forte? “All’inizio sì, poi però il cervello si abitua a tutto, anche a questo. Chi non se la sentiva ha chiesto di essere spostato. Tra noi colleghi c’era solidarietà, ci aiutavamo a vicenda. Anche da parte dei parenti dei pazienti c’è stato un grande riscontro in termini di ringraziamento e stima, in giro mi capita ancora di incontrarne alcuni che dimostrano riconoscenza”.

L’eroismo sanitario costa 5 euro in più al giorno

La voce di Giulia si riempie di amarezza ricordando il contrasto di quel periodo, dove i sanitari ricevevano tifo da stadio in televisione e beffe nella realtà. “Le terapie intensive e i reparti COVID-19 sono da due anni protagonisti in tv e social, una disgustosa e assurda passerella mentre noi lavoratori e lavoratrici non siamo stati valorizzati”, commenta. “Devo dire la verità: in televisione ci facevano passare come eroi però poi a livello di supporto psicologico ed economico è stata una delusione più unica che rara. Per il nostro lavoro in terapia intensiva ci venivano riconosciuti solo 5 euro in più al giorno: una miseria. Questo pur facendo tante notti e magari non avendo nemmeno il giorno di riposo dopo quello dello smonto dal turno di notte”.

Giulia facendo le notti e con l’indennità COVID-19 ha guadagnato mensilmente sui 1.700/1.750 euro netti al mese: “Tolta l’indennità lo stipendio si abbassa. Ora senza notti e indennità non arrivo ai 1.450 euro”. E ancora: “Ci hanno bloccato le ferie per un anno e mezzo, per ripigliarci dovevamo metterci in malattia, ma in pochi l’hanno fatto: noi operatori sanitari volevamo dare una mano anche se fuori ci incazzavamo, e purtroppo abbiamo accettato qualunque cosa imposta, anche se i piani alti dell’azienda sanitaria ci hanno giocato. Queste problematiche però c’erano già prima del COVID-19”.

Dei ritmi che hanno avuto ripercussioni sulla salute degli stessi operatori sanitari: “Ancora più del mancato riconoscimento economico, è stato il mancato riposo a logorarci. Una mia collega a causa dei ritmi stressanti ha avuto pesanti ripercussioni sulla salute e ora soffre di una grave patologia cronica”.

“Contratto fermo, graduatorie bloccate: non assumono e dicono di non trovare candidati”

Ci sono lacune che fanno strame dei diritti di operatrici e operatori sanitari da ben prima del COVID-19, anche perché il virus non ha mai avuto responsabilità su contratti e retribuzioni.

Il nostro contratto OSS è fermo da anni e ci sarebbe bisogno di più risorse”, chiosa Giulia. Anche qui ci imbattiamo nella favola della gente che non cerca lavoro perché non ha voglia di farlo? “Assolutamente no: non è vero che la gente non cerca lavoro, al contrario c’è la graduatoria dei concorsi bloccata e non assumono”.

Si è spesso parlato su social e giornali di lavoro ingente, in ambito sanitario, a proposito di determinate categorie. Chiediamo a Giulia se si sente in sintonia con le dichiarazioni di alcuni politici, ma anche medici e infermieri rispetto alle persone non vaccinate: “Io ho avuto colleghe intubate non vaccinate, ma mi è stato insegnato per deontologia professionale che colore, genere, scelte sessuali, politiche e mediche non devono esistere: un paziente resta un paziente e va curato a prescindere, punto. Questi sono i principi fondamentali dell’essere umano”.

COVID-19, sulla pandemia “c’è chi ci guadagna”

La nostra intervistata scoperchia un altro tema molto scomodo: quello della strumentalizzazione del COVID-19 per interessi economici. Un tema che spesso, e a torto, viene centrifugato nel calderone del negazionismo, mentre è proprio Giulia, come altri suoi colleghi, a dimostrare che non esiste una contraddizione in essere. Lei stessa ha visto con i suoi occhi la durezza di questo virus, che ha provocato numerose vittime, ma che allo stesso tempo ha visto lavoratori sfruttati e malati strumentalizzati.

“Le altre malattie sono state messe in secondo piano e già questa cosa non è giusta”, afferma. “Per ogni ricovero targato COVID-19 stanziavano cifre altissime: questo sentivamo io e altri colleghi, e intanto a noi davano solo 5 euro in più al giorno per il nostro lavoro. Solo la vestizione quotidiana costava dai 30 ai 40 euro. Sono davvero molto perplessa. Noi facevamo entrare i parenti dopo averli vestiti adeguatamente, poi è stato impedito. Il bubbone è vasto e ampio, l’hanno esagerato all’ennesima potenza: c’è chi ci guadagna, sopra questa pandemia, e non è negazionismo: io i malati li ho visti, ma ho visto anche tutte queste dinamiche”.

Se entravi con un’altra problematica di salute venivi lo stesso inserito nel conteggio dei casi COVID-19,virus che queste persone magari si beccavano proprio in ospedale. E noi operatori vedevamo tutto. Mi vengono i capelli dritti quando certi sanitari sui social dicono il contrario. Ciò che ho visto in due anni lo ricordo bene. Anche una mia conoscente è stata ricoverata per un intervento serio, è stata messa in una stanza con persone infette da COVID-19, è stata contagiata ed è morta. Questo purtroppo è successo: chi si può permettere di negarlo?”

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Photo credits: globalist.it