
“Papà, butta la pasta” dovrà aspettare: al di là delle scelte di welfare aziendale c’è un Paese che non può permettersi di crescere figli e ha bisogno di genitori che lavorino. È l’economia nazionale contro l’economia domestica
Il welfare abitativo aziendale non è una risposta all’emergenza abitativa, è una risposta all’emergenza di manodopera. La differenza non è semantica: determina chi paga, chi decide e chi rimane escluso.

Negli ultimi diciotto mesi sono tornate di moda le foresterie aziendali. Non come residuo novecentesco da smantellare, ma come soluzione presentata come innovativa a un problema reale: le aziende non trovano lavoratori disposti a trasferirsi nelle aree produttive dove operano, perché il mercato degli affitti privati è inaccessibile o inesistente.
Di innovativo a mio parere, c’è solo la rassegnazione di alcuni imprenditori nel dover ammettere (finalmente) che candidati a 5 km dall’azienda non ce ne sono più e che forse, come ho spiegato molto approfonditamente ne “Il lavoro trattato male“, i lavoratori vanno cercati dove c’è offerta – e soprattutto – motivazione.
Alla fine dello scorso anno abbiamo visto fare capolino sulle colonne di qualche giornale di provincia, le testimonianze di qualche imprenditore locale che in maniera decisamente virtuosa rispetto a certi territori e certe mentalità infrangibili, iniziava a rendersi conto dell’importanza di offrire stabilità a quei dipendenti, spesso stranieri o provenienti da altre regioni, che a loro volta avrebbero garantito stabilità alle produzioni aziendali.
Testimonianze che finalmente andavano a sostituire i piagnistei imprenditoriali (fra l’altro sempre degli stessi imprenditori) di non ben documentati casi di offerte di lavoro strabilianti a fronte di nessuna candidatura.
Al punto tale che anche il nuovo Presidente di Confindustria, al momento del suo insediamento, oltre ad invitare la Ministra del Lavoro ad eliminare l’ultimo (e ancora unico) avanzo di politica attiva del lavoro (il tanto contestato reddito di cittadinanza a cui oggi non abbiamo ancora visto un’alternativa), ha invitato il Governo a sostenere la costruzione di case aziendali, supportandole con fondi straordinari e sgravi fiscali nello stile tipico di chi pensa che il fatturato sia un bene privato e i costi un obbligo pubblico.
Ma andiamo per ordine. Tre casi documentati illustrano tre modelli distinti e tre diverse distribuzioni di costi e benefici.
Tper, l’azienda di trasporto pubblico dell’area bolognese, ha avviato un programma di foresterie per autisti assunti fuori regione. Il problema era preciso: il contratto offerto era competitivo, i candidati esistevano, ma il mercato degli affitti a Bologna (tra i più cari del nord Italia secondo le rilevazioni di Nomisma e Idealista degli ultimi dodici mesi) rendeva l’assunzione economicamente insostenibile per chi arrivava da altre regioni o dall’estero. La foresteria aziendale ha abbassato il costo-soglia di accettazione del contratto.
Il modello, nella descrizione disponibile, è difendibile nella sua logica: risponde a un fallimento del mercato immobiliare privato con uno strumento aziendale. I lavoratori mantengono la libertà di scegliere alloggio sul mercato, la foresteria è descritta come un’opzione e non un obbligo, l’obiettivo dichiarato è l’autonomia abitativa nel medio periodo.
Diverso è il caso emerso a Vazzola, nel trevigiano, dove un’azienda manifatturiera ha costruito un insediamento abitativo adiacente al sito produttivo destinato esclusivamente a lavoratori stranieri assunti direttamente. Secondo la fonte, l’alloggio è incluso nel pacchetto contrattuale proposto ai candidati reclutati all’estero.
La fonte non specifica le condizioni economiche esatte dell’alloggio. Se sia gratuito, a canone ridotto o decurtato dallo stipendio. Quello che la fonte documenta è la struttura: un alloggio aziendale vincolato all’assunzione, destinato a una categoria specifica di lavoratori, in adiacenza fisica al sito produttivo.
Anche senza conoscere i dettagli economici, la struttura cambia la natura del rapporto. Un lavoratore il cui alloggio è legato contrattualmente al posto di lavoro ha costi di uscita più alti di chi affitta sul mercato libero: cambiare lavoro significa affrontare simultaneamente la perdita del reddito e quella dell’alloggio. Il potere contrattuale dell’azienda aumenta strutturalmente; quello del lavoratore diminuisce, indipendentemente dalle condizioni economiche specifiche dell’alloggio.
Il modello trevigiano, nelle forme descritte dalla fonte, non presenta elementi di illegittimità palese. È legale nella forma e problematico nella sostanza per ragioni che riguardano l’equilibrio del rapporto di lavoro, non la sua forma giuridica.
Il terzo livello è quello della proposta politica. A partire dall’autunno 2024, Confindustria con il presidente Orsini come voce principale, ha incluso il welfare abitativo aziendale tra le leve strutturali per la competitività del sistema produttivo italiano. La proposta è stata ripresa e integrata nel Piano Casa del governo varato nel maggio 2026, che prevede incentivi fiscali per le aziende che costruiscono o ristrutturano alloggi per i propri dipendenti.
Per leggere correttamente questa proposta è necessario distinguere due norme che esistono già, indipendentemente dal Piano Casa.
La prima: le foresterie aziendali sono già deducibili come costo d’impresa. Non è una novità introdotta dal Piano Casa, è norma vigente. Ogni azienda che costruisce o gestisce alloggi per i dipendenti lo fa già in regime di deducibilità fiscale.
La seconda: la Legge di Bilancio 2025 ha innalzato a 5.000 euro annui la soglia di esenzione fiscale per i fringe benefit riconosciuti ai lavoratori che trasferiscono la residenza per esigenze lavorative. Questa misura – la soglia precedente era 258 euro – è favorevole al lavoratore: riduce il carico fiscale sull’indennità che il datore corrisponde per coprire i costi del trasferimento. Non riguarda gli alloggi aziendali come strutture, riguarda le indennità corrisposte al lavoratore che si sposta.
Il Piano Casa si innesta su questa struttura aggiungendo la possibilità di sgravi e incentivi per la costruzione di nuovi alloggi aziendali. Ed è qui che la proposta di Confindustria diventa una questione di policy pubblica, non solo aziendale.
Gli incentivi alla costruzione di alloggi aziendali usano risorse fiscali collettive per finanziare soluzioni private che risolvono il problema delle singole aziende, non l’emergenza abitativa generale. Se Tper costruisce una foresteria con incentivi pubblici, risolve il problema del reclutamento di Tper, non il problema di chi a Bologna non trova casa perché non lavora per Tper.
La proposta di Confindustria trasforma una risposta emergenziale aziendale in un modello di policy. È una cosa precisa: chiede alla fiscalità generale di sussidiare uno strumento che, come il caso trevigiano documenta, può aumentare il potere contrattuale delle aziende nei confronti dei lavoratori che alloggiano nelle loro strutture.
La CNA ha pubblicato il 20-21 giugno un rapporto sulla mobilità lavorativa che quantifica il problema dal lato del lavoratore: i costi di spostamento – trasporto, alloggio temporaneo, doppia residenza – pesano in media tra il 15 e il 22 per cento del reddito lordo annuo per chi si trasferisce per lavoro nelle aree metropolitane (CNA, Rapporto sulla mobilità lavorativa, giugno 2026). Questo dato non è mai entrato nel dibattito pubblico sul welfare abitativo aziendale. Il dibattito si concentra sul costo dell’azienda e sul vantaggio fiscale ottenibile.
Il costo che il lavoratore sostiene prima di trovare un’azienda che offra una foresteria rimane invisibile.
Tre modelli, tre distribuzioni di potere. Il modello emergenziale risponde a un fallimento di mercato con uno strumento proporzionato. Il modello opportunistico usa lo strumento per vincolare la mobilità del lavoratore. Il modello sistemico usa la crisi abitativa come leva per trasferire risorse pubbliche verso soluzioni private che risolvono il problema delle aziende, non quello dei lavoratori.
La politica abitativa è una questione pubblica.
Quando diventa welfare aziendale con incentivi fiscali collettivi, smette di esserlo e i costi della transizione restano a carico di chi non lavora per l’azienda giusta.

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