Zona Franca

Lettera aperta a Giuseppe Conte

Una riflessione di Riccardo Ruggeri sulle dichiarazioni del Governo in merito alle concessioni autostradali

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Caro Professor Conte, nella tarda mattinata di martedì 14 agosto stavo leggendo un libro, al solito avevo la tv accesa (in posizione mute) sul canale 100 di Sky. Improvvisamente, con la coda dell’occhio colgo una scena apocalittica: il mitico ponte Morandi, sul quale ero passato tante volte, non c’era più.

Capii che questo evento drammatico da “umano” si sarebbe subito trasformato in “politico”, e stante la tensione idiota che, dal 1° Giugno scorso, si è creata nel paese, si sarebbe inserito nella feroce guerra in corso fra globalisti (“competenti”) e sovranisti-populisti (“incompetenti”). La posta per entrambi gli schieramenti (per sua informazione io, da apòta, mi tengo fuori) è altissima: il governo del paese per i prossimi dieci anni. Il ponte Morandi sarebbe stato uno degli strumenti di lotta. Politicamente, si presentava come favorevole al suo Governo

Dalla vostra parte, in prima battuta, ci sarebbero stati i cittadini comuni, psicologicamente schierati con i morti e contro il “nemico” Autostrade (questa società ha la sfortuna di avere sullo sfondo, in filigrana, la Famiglia Benetton e in chiaro chi li rappresenta: il “comunicatore selvaggio” OlivieroToscani).

E lei che fa? Annuncia: “Via subito la concessione a Autostrade, non possiamo aspettare l’inchiesta penale”. Mi permetta la brutalità: parole fuori luogo. Credo che i vostri nemici politici abbiano festeggiato, figuriamoci gli azionisti e il management di Autostrade, e pure parte della burocrazia pubblica sottotraccia coinvolta. Immagino che questa fosse la loro exit strategy sognata. Nulla di meglio di un mini Vajont (Ricorda? La vicenda iniziò nel 1963, terminò nel 2000, con la sconfitta dello Stato) per uscire da un inghippo come questo.

Un passo indietro. Su Repubblica,  RenzoPiano, il più “competente” in assoluto (è archistar, senatore a vita, genovese, gran teorico del “rammendo”), ha sentenziato: “I ponti non crollano per fatalità”. Vero, e lo sappiamo tutti, persino il Procuratore di Genova. Allora sarà caduto per mancata manutenzione? Il gestore della rete autostradale, con un comunicato ufficiale, sostiene che ha fatto tutte le manutenzioni, sia quelle ordinarie che straordinarie previste dal contratto. Parla e si comporta come uno che già prepara i dossier per il Tribunale. Hanno appena scritto i giornali svizzeri: i ponti anni ’60, controllati ogni 5 anni, sono “giovani”.

Poi c’è la responsabilità politica: il suo Governo ne è indenne. Il cinquantenne Morandi è figlio della stessa coppia politica che, fornicando, assumeva via via nomi diversi: pentapartito, convergenze parallele, centro sinistra (Pd) o centro destra (Fi), ora entrambi all’opposizione. Inaugurato da Giuseppe Saragat, punta di diamante della società Autostrade, che sarà in fretta e furia privatizzata dal Governo Prodi, quindi consegnata in mani “competenti” come quelle della Famiglia Benetton.

Renzo Piano esclude la fatalità, i Benetton negano la scarsa manutenzione, allora, cosa sarà mai successo? Un cittadino comune, si chiede, banalmente: perché privatizzare un monopolio naturale? Nessuna polemica: tanto così per capire. In Svizzera, paese liberale per eccellenza, hanno banalizzato il problema autostrade: per la manutenzione dell’esistente si compra una “vignetta” da 40 franchi annui alla Posta (pubblica). Cinque anni fa Berna tentò, all’italiana, di portarla a 100 franchi senza spiegare bene il piano sotteso di investimenti autostradali. Un referendum popolare (democrazia diretta) lo bocciò: gli investimenti autostradali si facciano con la fiscalità generale, punto.

Noi siamo ancora al vecchio dilemma: “grandi infrastrutture per creare lavoro o al contrario una mangiatoia”? Privatizzando Autostrade abbiamo superato il dilemma? Allora perché i contratti relativi sono stati secretati?

Le consiglio di leggere “I Signori delle autostrade”  del professor Giorgio Ragazzi (Il Mulino, 2008). L’autore esplicita il giochino che sta alla base delle privatizzazioni dei monopoli naturali: rivalutazioni monetarie, proroghe delle concessioni, regolazione delle tariffe, un bel mix che mischia pubblico e privato, frullate e voilà: alti profitti al “privato” senza che l’opinione pubblica ne percepisca in alcun modo i costi a suo carico. Parole di dieci anni fa, di un “competente”.

Mi permetta, caro professore, questa partita con Autostrade se la conducete in termini politici, contrattuali, peggio con annunci da bar, l’avete persa in partenza, se invece l’approcciate in termini manageriali avete qualche speranza. Dovete sapere che avrete contro tutto l’establishment, le élite, compresi segmenti potenti degli apparati burocratici pubblici, e dalla vostra parte solo gli “incompetenti”, i cittadini comuni, ormai terrorizzati ad attraversare un ponte autostradale, figuriamoci un viadotto (ma questo clima favorevole quanto durerà?).

Allora, come direbbe Lenin “Che fare?” Lasciate perdere le minacce di togliergli la concessione, rimangiatevi le dichiarazioni a caldo, lasciate che Autostrade dichiari la sua strategia operativa (per crearsi il dossier deve farlo), dategli corda, fateli esporre. Nel frattempo, studiatevi il contratto seguito alla privatizzazione, chiedetevi perché molte sue parti siano state secretate, e il segreto mantenuto con ferocia, lì c’è la chiave. Abbondate in due diligence. Soprattutto lavorate tacendo.

Per quello che vale (nulla) le dico la conclusione alle quali sono giunto io, da analista dilettante. Lavorerei, declinandola, su questa idea: “E se il contratto fosse il business?”. E mi darei un obiettivo terra a terra: “monetizzare-monetizzare-monetizzare”. E, in silenzio, ”farei squadra” con la Magistratura, come avviene, in casi come questo, in America. Si studi come l’accoppiata Barack Obama-Giudici abbia reso “costoso” al limite del fallimento per Daimler l’uscita da Chrysler o ai vertici di due Banche svizzere il poter continuare ad operare sul ricco mercato americano. Bastonati, nel silenzio assoluto della stampa.

Lei ha due compiti immani: 1. Ricuperare quattrini sottratti allo Stato; 2. Che noi cittadini automobilisti si riacquisti la giusta serenità quando passiamo sui viadotti autostradali. Auguri.

Nella vita ha fatto tanti mestieri: operaio in Fiat, travet, manager (è stato uno dei dirigenti vicini a Gianni Agnelli e fra le altre cose ha seguito e portato New Holland - nata dalla fusione di Fiat e Ford trattori - alla quotazione a Wall Street) consulente di business, imprenditore, giornalista (tiene una rubrica quotidiana su Italia Oggi), editore (GranTorino Libri), da oltre vent’anni risiede all’estero. E’ la dimostrazione che si può essere startupper anche dopo i 70 e che l’innovazione non ha età. Dal suo profilo twitter quotidianamente “graffia” senza filtri. Si definisce un nonno invecchiato bene, dispiaciuto di avere scarse possibilità di diventare bisnonno. Fra i suoi libri: “Parola di Marchionne” “Oscene Parole” (2010), “Parole in libertà” (2013), “Una storia Operaia” (2014), “Fiat, una storia d’amore (finita)” (2014). [ Guarda tutti gli articoli ]

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