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Lombardia, ci risiamo: case di riposo senza personale, ma di riformare la sanità non se ne parla

Lombardia, ci risiamo: case di riposo senza personale, ma di riformare la sanità non se ne parla

L'emergenza COVID-19 ha accentuato una scarsità di personale RSA in corso da anni. La Lombardia prende tempo sulle riforme necessarie alla sanità e pensa a tamponare con i "super OSS". La testimonianza di Pierangelo Ugazio (RSA Casa Serena di Cilavegna) e Carlo Borghetti (consigliere regionale PD Lombardia).

Pochi medici e ancora meno infermieri. Nelle case di riposo italiane il COVID-19 ha lasciato uno strascico imprevisto: l’assenza di personale. Non c’è stato soltanto un blocco nel flusso dei pazienti in ingresso, dovuto alle limitazioni imposte dalle norme per contenere la pandemia e ai molti decessi di persone anziane; anche il personale sanitario ha subito un calo pesantissimo.

FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) denuncia, come riportato nel report annuale della Bocconi, «l’assenza di 60.000 infermieri solo nel comparto LTC (Long Term Care, N.d.R.). Se aggiungiamo le carenze di medici e OSS, il quadro è ben più compromesso». Già prima della pandemia la situazione delle professioni sanitarie non era ottimale, ma il mondo delle RSA, che vive anche grazie ai contributi pubblici dell’accreditamento, era un’oasi felice. Fino al 2020 la maggior parte delle realtà era in attivo.

«Il rapporto Amnesty International (2021) – continua il report della Bocconi – traccia un identikit dei lavoratori LTC in Italia, post COVID-19, dandoci anche preziose informazioni di confronto con il panorama internazionale. L’85% delle persone che lavorano nel settore è donna e il 12% ha un background migratorio. La vulgata comune vorrebbe questa percentuale molto più alta, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori è di cittadinanza italiana. I lavoratori con contratti esterni, impiegati nelle cooperative, potrebbero ammontare a 380.000, arrivando in alcune strutture a toccare il 75% del totale».

Carenza di personale nelle case di riposo, un problema aggravato dalla pandemia

Già prima della pandemia il settore era ad alto tasso di precariato, ma oggi il problema maggiore che hanno le case di riposo è quello di non trovare più né mediciinfermieri, che tendono a migrare verso altre realtà sanitarie.

«Abbiamo aperto un bando – racconta Pierangelo Ugazio, presidente della RSA Casa Serena di Cilavegna, che con i suoi 250 posti è tra le più grandi della provincia di Pavia – per cinque medici, ma ce ne mancano ancora due. E ci troviamo nella condizione di chiedere uno sforzo alla cooperativa che ci fornisce OSS e infermiere, affinché ce ne mandino di più. Riusciamo a garantire il servizio, ma con una minore accuratezza del passato. E non possiamo avere lo stesso numero di ingressi. Anche se puntiamo a tornare a pieno regime entro la fine dell’anno.»

Il primo passo, con la fine dell’emergenza COVID-19, è stato quello di riaprire gli ingressi, ma ora diventa fondamentale avere personale a disposizione per gestire gli ospiti delle case di riposo, che hanno un’età media sempre più alta, anche perché la tendenza delle famiglie italiane è quella di tenere l’anziano in casa fino a quando è possibile. La figura dei sanitari in questo tipo di strutture diventa quindi sempre più determinante.

La fuga dei medici post pandemia ha incrementato un problema che l’Italia aveva già da anni. Secondo i dati OCSE il dato medio italiano è quello di due operatori sanitari ogni 100 over 65. La media OCSE è di 5 ogni 100.

«L’Italia – scrive il report della Bocconi – è rappresentata come un Paese in cui i lavoratori dedicati al settore sono pochi e che sta risentendo più di altri della crisi delle professioni assistenziali». A questo si è arrivati attraverso una gestione miope degli accessi alla professione, che risale a diversi anni fa, e le molte chiusure, come i corsi di medicina a numero chiuso.

È ancora il report sull’assistenza sanitaria agli over 65 della Bocconi a spiegare: «La difficoltà a reperire o assumere un numero adeguato di professionisti non è originale del 2021, ma ha trovato nuova enfasi in virtù di alcuni fenomeni che si sono verificati in concomitanza degli ultimi mesi con l’onda lunga delle assunzioni straordinarie in sanità, che hanno attirato risorse da altri comparti, una carenza strutturale di professionisti formati in virtù del modello universitario e di formazione professionale italiano, e i pensionamenti nel 2021 di alcune coorti anagrafiche italiane significative in termini numerici. A questo si deve aggiungere il rallentamento dei flussi di lavoratori da numerosi Paesi europei ed extra europei dovuto al COVID-19 e alla congiuntura economica negativa. Da tenere conto anche il carico emotivo e nervoso gestito dai lavoratori in servizio durante la prima e seconda ondata, che ha determinato richieste di permessi, esenzioni e cambiamenti di percorsi di carriera».

Altro che riforma del personale sanitario: la politica pensa ai “super OSS”

La politica in un certo modo sta cercando di correre ai ripari, anche se con un po’ di ritardo. Tra le Regioni più colpite c’è senza dubbio la Lombardia, che è quella con il numero più alto di ospiti nelle case di riposo.

«In Commissione Sanità non ce ne siamo ancora occupati – spiega il consigliere regionale del Partito Democratico Carlo Borghetti – ma ritengo necessario che a breve la Regione si faccia carico di queste problematiche. Io stesso la scorsa settimana ho proposto che ci si muovesse per ripensare la specializzazione del personale sanitario che è già operativo».

La proposta del consigliere dem prende ad esempio quanto deciso in una regione geograficamente vicina alla Lombardia, cioè il Veneto. «Hanno creato – dice – questa particolare figura, denominata “super OSS”, la cui formazione prevede ore aggiuntive rispetto all’OSS, per dargli alcune competenze in più. Voglio esser chiaro: non si tratta in nessun modo di sostituire il ruolo degli infermieri con gli OSS, ma di riconoscere che gli OSS possano svolgere alcune semplici mansioni di carattere sanitario».

Da un lato si cerca quindi di mantenere un delicato equilibrio sindacale, ma dall’altro le case di riposo devono fare fronte a una pesante carenza di personale, dovuta a una vera e propria migrazione di infermieri e medici verso il settore pubblico, a causa dell’apertura dei concorsi dei mesi scorsi. In Lombardia, che non solo è la Regione con il maggior numero di posti letto nelle case di riposo, ma anche la più colpita dall’emergenza COVID-19, rischia di andare in grave difficoltà l’intero sistema dell’assistenza agli anziani.

«Alcune Case di riposo – continua Borghetti – hanno posti letto liberi, ma non hanno il personale per garantire ancora gli standard minimi richiesti dalla Regione per l’accreditamento. Di conseguenza sono costretti a bloccare gli ingressi». Con conseguenti problemi economici, che in diversi casi hanno costretto i Comuni a intervenire erogando fondi alle stesse case di riposo, mentre altri enti privati si sono trovati costretti a ricorrere all’accesso al credito, seppur agevolato, messo a disposizione da molti istituti bancari.

«Se non hai medici, infermieri e altre figure – continua Borghetti – non raggiungi gli standard richiesti e non puoi far entrare ospiti nuovi, e tantomeno puoi sviluppare quella innovazione di servizi oggi più che mai necessaria nelle RSA e nel mondo dei servizi agli anziani.»

I prossimi mesi saranno quindi decisivi anche per la politica, che finora non ha ancora messo mano a una riforma delle professioni mediche attesa da anni.

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Photo credits: mymedbook.eu